Il cucciolo

**Il Cagnolino**

Luca e sua madre, Beatrice, vivevano soli. Suo padre, certo, c’era, ma non gli servivano a nulla. Per il momento, Luca non faceva domande su di lui. A scuola i bambini si vantano di chi ha i genitori migliori, ma all’asilo ciò che conta sono i giochi, non la presenza o l’assenza di un padre.

Beatrice aveva deciso che per Luca era meglio non sapere come si era innamorata perdutamente del futuro padre del bambino, e quando gli aveva annunciato la gravidanza, lui le aveva confessato di essere già sposato. Aveva problemi con la moglie, certo, ma non poteva lasciarla perché suo padre era il suo capo. Se l’avesse fatto, sarebbe rimasto senza un soldo, e di certo non sarebbe stato utile a Beatrice. Le aveva perfino consigliato di liberarsi del bambino prima che fosse troppo tardi, perché tanto non avrebbe mai visto un centesimo di mantenimento. E se avesse insistito, le cose sarebbero solo peggiorate…

Lei non lo aveva tormentato, era sparita dalla sua vita e aveva cresciuto Luca da sola. E Luca era diventato un bambino dolce e sereno, e per lei era più che sufficiente.

Beatrice lavorava come maestra delle elementari, mentre Luca, che aveva cinque anni, andava all’asilo. E a nessuno dei due mancava niente.

Dopo Capodanno, alla scuola era arrivato un nuovo insegnante di ginnastica. Alto, aitante, sempre sorridente. Tutte le insegnanti single, che erano la maggioranza, si erano subito interessate a lui, cercando di attirare la sua attenzione. Solo Beatrice non lo guardava, non rideva alle sue battute. Forse per questo lui aveva deciso di rivolgersi proprio a lei.

Un giorno, mentre usciva da scuola, davanti a lei si fermò un SUV. Dall’auto scese l’insegnante di ginnastica e le aprì lo sportello.

“Prego,” sorrise, accennando al sedile.

“Grazie, ma abito qui vicino,” rispose Beatrice, imbarazzata.

“Entri. Meglio in macchina che a piedi, anche se è vicino,” replicò lui con logica.

Beatrice esitò un attimo, ma poi salì. Lui chiuse lo sportello, mise in moto e chiese l’indirizzo.

“Non lo so. So solo il numero dell’asilo,” ammise, abbassando lo sguardo.

“Quale asilo?” Lui la guardò perplesso.

“Quello di mio figlio,” spiegò Beatrice.

“Hai un figlio? Quanti anni ha?” Lui passò subito al “tu”.

“Luca. Ha cinque anni,” rispose, afferrando la maniglia. “Meglio che vada a piedi.” Aprì lo sportello.

“Aspetta. Andiamo.” Accese il motore.

Beatrice chiuse la portiera. Non c’era nulla di male se lui l’avesse accompagnata a prendere Luca. Tanto tra loro non poteva esserci niente. Che bisogno aveva un uomo di una donna “con il carico”, quando c’erano tante altre libere e senza figli?

“Se non hai fretta…” sospirò.

“Nessuna fretta. Non mi aspetta nessuno. Non ho moglie né figli,” rispose lui, togliendole ogni dubbio.

“E come mai? Hai un carattere terribile? Le donne non ti sopportano? O una ti ha ferito, e ora hai paura di impegnarti?” chiese Beatrice.

“Guarda un po’ che spina. Non me l’aspettavo. Con quella faccia da angelo.” Lui scosse la testa. “C’è stato tutto: amore, delusioni. Ma non sono mai arrivato al matrimonio, e non sempre per colpa mia. Non è mai andata. E sul carattere… Nessuno è perfetto, cara Beatrice. Neanche tu sei come sembri.”

“Ti penti di avermi offerto un passaggio? Oh, gira in questo cortile,” chiese frettolosamente.

La macchina si fermò davanti all’asilo.

“Ti aspetto,” disse lui quando lei scese.

Beatrice esitò.

“Non serve. Viviamo qui vicino. Non voglio che mio figlio faccia domande. Capisci, Alessandro?” Lo guardò con severità, come se fosse un alunno svogliato. “Non aspettarci.” Chiuse lo sportello e si avviò verso l’asilo.

Se ne andò, mentre Alessandro rimase in macchina a riflettere per qualche minuto. Poi ripartì. Quando, dieci minuti dopo, Beatrice uscì dall’asilo tenendo Luca per mano, sospirò, sollevata e un po’ delusa. Ora era tutto chiaro. Una donna con un figlio non gli serviva. E va bene così. “A noi non serve lui,” pensò.

Ma il giorno dopo Alessandro era di nuovo lì, ad aspettarla.

“So cosa hai pensato. Che sono scappato quando ho scoperto che hai un figlio. E invece no. Salta su. Andiamo all’asilo?” chiese, come se fosse la cosa più normale del mondo.

Beatrice sorrise e annuì. Quando portò Luca alla macchina, il bambino scrutò Alessandro con lo stesso sguardo severo che aveva avuto lei il giorno prima, poi alzò gli occhi verso la madre.

“È un mio collega, Alessandro. Insegna nella nostra scuola. Su, sali,” disse Beatrice, fingendo un’allegria che non sentiva per nascondere l’imbarazzo.

Luca non saltò dalla gioia, non corse verso l’auto. Salì sul sedile posteriore con fare serio e fissò il finestrino.

“Dove andiamo?” chiese Alessandro, voltandosi verso di lui.

“Da qualche parte non troppo lontana. Senza seggiolino potremmo prendere una multa,” rispose Beatrice al posto suo.

“Allora andiamo al centro commerciale. Fa troppo freddo per una passeggiata. Luca, che ne dici?” domandò Alessandro con un tono allegro.

Luca non rispose, continuando a guardare fuori dal finestrino, come se non ci fosse niente di più interessante al mondo. Alessandro sorrise e partì.

A scuola, tutti tacevano in modo eloquente quando Beatrice entrava in sala insegnanti. E quando arrivava l’insegnante di ginnastica, si affrettavano ad andarsene, scambiandosi sguardi complicati.

Alessandro non forzava le cose, dimostrando pazienza. Un paio di volte era andato via dopo cena da Beatrice, ma alla terza era rimasto fino al mattino. Lei dormiva male, svegliandosi di continuo per controllare l’ora, temendo che Luca li cogliesse di sorpresa.

“Dai, è un ragazzino sveglio. Deve abituarsi,” le aveva sussurrato Alessandro all’alba, stringendola a sé.

Ma lei si liberò e si alzò. Durante la settimana Luca non si svegliava mai presto, ma quel giorno, per sfortuna, poteva farlo. Quando il bambino entrò in cucina dopo essersi lavato, Beatrice stava già friggendo le frittelle, e Alessandro era seduto a tavola.

“Buongiorno,” disse Luca, sorpreso, aspettando una spiegazione.

“Ti sei lavato? Allora siediti.” Beatrice sorrise prima ad Alessandro, poi a Luca, e portò le frittelle in tavola.

Ne mise prima nel piatto di Alessandro, poi in quello di Luca, e il bambino lo notò subito.

“Buon appetito,” disse Beatrice, versando il tè. “Quanti zuccheri?”

“Due.” Alessandro non smise di osservare Luca. “Allora, giochiamo a chi finisce prima le frittelle?”

“Perché?” chiese Luca, serio.

“Così, per gioco.” Alessandro si confuse. “Un vero uomo accetta la sfida e cerca di vincere. Pronti, via!” Prese una forchettata di frittella e bevve un sorso di tè rumorosamente.

Luca mangiò lentamente, senza fretta, e non aveva alcuna intenzione di vincere. Beatrice fu felice che suo figlio non cedesse alle provocazioni, ma capì anche che Alessandro non gli piaceva.

“La mamma dice che presto è il tuo compleanno. CE quella sera, mentre Luca stringeva tra le braccia il cucciolo ormai pulito e asciutto, Beatrice capì che la felicità non aveva bisogno di un uomo, ma solo di quel sorriso sincero sul volto di suo figlio.

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