Il cuore di una madre
Sergio era seduto al tavolo della cucina, comodo e rilassato nella sua solita postazione. Davanti a lui, fumante e profumata, cera una fondina colma del celebre minestrone della mammaa sentore di basilico e verdure fresche, brodoso ma con quel tocco leggermente acidulo dato dai pomodorini dellorto.
La forchetta (perché la minestra, in casa Lombardi, si mangia da veri italiani: rigorosamente con forchetta e pane) andava su e giù dal piatto alla bocca, mentre Sergio lasciava vagare i pensieri. Ci ripensava: in pochi anni la sua vita si era capovolta. Ora aveva uno stipendio decente, poteva concedersi la colazione in qualche bar modaiolo di Milano, pranzare in quei ristoranti dove lo chef è più famoso di un calciatore, magari con tanto di stella Michelin, e la sera si aggirava serafico per locali dove pure lacqua naturale viene impiattata in modo artistico. Bastava uno schiocco di dita e gli portavano ostriche dalla Bretagna, tartufo bianco dAlba o wagyu dal Giappone. Eppure, strano a dirsi, nulla di quellorgia gastronomica valeva quanto il minestrone della mamma.
Sì, va bene la riduzione gourmet, le polverine di curry e le sferificazioni, ma in fondo che senso hanno davanti a una scodella preparata con amore? Nel minestrone della mamma cera molto di più che patate e sedano: cera la dolcezza delle mani che lo tagliavano, il calore della casa di famiglia, il ricordo di tempi in cui lunica preoccupazione era la facoltà da scegliere. Sergio lo sapeva: da qualunque ristorante si facesse tentare, nessuna cucina sarebbe mai stata come quella di Maria, sua madre.
Fu in quel momento che proprio lei, Maria, entrò in cucina. Sistemò delicatamente una tazza fumante di tè davanti a lui, manco fosse una cerimonia giapponese. Aveva unespressione che, sul volto di sua madre, Sergio riconosceva bene: qualcosa la turbava, e anche parecchio.
Sergio, a che ora devi partire domani?
Sergio sollevò lo sguardo, abbozzò un sorriso e rispose:
Domani mattina presto, mamma. Lauto è KO, quindi andrò con un amico.
Si rese conto che Maria, a sentirlo, praticamente aveva smesso di respirare. Sembrava persino avesse trovato sostegno nel tavolo, tanto si era aggrappata al bordo con le dita.
Con un amico ripeté quasi sussurrando, e Sergio notò che aveva perso tutto il colore sul volto. No, Sergio, ascoltami: non andarci con lui.
Sergio aggrottò la fronte. Sua madre non era certo una che si spaventava per nulla: da quando ricordava, la parola dordine era praticità. Ma ora sembrava sullorlo di una crisi di nervi. Appoggiò la forchetta, la osservò negli occhi.
Mamma, nemmeno sai chi è. Si chiama Gianni, uno dei miei più vecchi amici. Guida meglio di un istruttore dellautoscuola, mai preso una multa, macchina tedesca, solida… e poi porta fortuna: la targa finisce per 888!
Maria, con movimenti rallentati come in una vecchia pellicola di Fellini, si avvicinò e gli prese la mano. Sergio sentì il gelo delle dita della madreche neanche in Siberia, a febbraio.
Per favore, figliolo mio, la voce tremava, ma cercava di tenere un tono deciso. Meglio il taxi, ti prego. Non mi sento tranquilla. Dormo male anche solo a pensarci.
Sergio provò a sdrammatizzare, strappò una risatina:
Ma mamma, vuoi mettere se il tassista ha imparato a guidare giusto per corrispondenza? Dai, non preoccuparti così! Ti chiamo appena arrivo, promesso. Vedrai che non farai in tempo nemmeno a farmi una telefonata di controllo.
Le diede un bacio sulla guancia. In quellistante sentì addosso il peso dellansia materna. La abbracciò stretto, ci mise dentro una dose di ottimismo abbondante, sperando bastasse. Maria parve sciogliersi un attimo, cacciando via lombra della paura.
Andrà tutto bene, mamma, lo giuro.
Prima di uscire di casa, Sergio camminò piano lungo le vie della sua infanzia. Era sera, aria pulita, un filo di brezza, lampioni che disegnavano isole di luce sul selciato. Si sentiva in pace. A pochi minuti dallappartamento: giusto il tempo di pensare una volta ancora alla madre e alla partenza ormai imminente.
Arrivato a casa, la solita quiete. Prese la sacca dal lettotutto pronto, manco la lista delle cose da non dimenticare avesse potuto sfuggire. Lasciò la borsa vicino allingresso, pronto per la mattina. Poi si avvicinò alla svegliale vecchie abitudini non muoiono maie controllò lora: le 21:45. Domattina alle sei doveva essere attivo come un vecchio caffettino Bialetti. Unultima occhiata alla presentazione PowerPoint, solita routine mentale: suonare la sveglia, svegliarsi, doccia, caffè, rivedere tutto unultima volta… Poi, il sonno.
***
Il mattino seguente, la sua proverbiale precisione andò a farsi benedire. Aprì gli occhi stropicciandosi per il fastidio: la stanza era invasa dalla luce, troppo intensa per quellora. Si girò di scatto: le 8:55.
Porca miseria! gli uscì, buttandosi giù dal letto come se avesse dormito in un formicaio. Afferrò la sveglia e la lanciò sul comodino, con lo stesso sentimento che prova un qualsiasi italiano alle prese con la burocrazia. Ma Gianni dovè? Doveva chiamarmi!
Sullo smartphone spento (cosa strana: la batteria era carica la sera prima) tante notifiche quanto la posta elettronica di un dirigente del Comune. Messaggi di Gianni, uno dopo laltro:
Ser, sono al portone da 15 minuti. Tra dieci me ne vado. La strada è lunga, non posso aspettare.
Ma ci sei?
Vai, parto da solo. Mi spiace.
Sergio lesse, masticò amaro. Altro che precisione svizzera: aveva bidonato lamico. E poi, come un déjà-vu ricorrente nelle famiglie italiane, tornò nella testa quel viso preoccupato della mamma. Aveva avuto un presentimento, accidenti!
Tentò di riprendersi: doveva o chiamare un taxi, o chiedere unauto a noleggio. Intanto, più avvelenato che confuso, notò una ventina di chiamate perse: tutte da Mamma.
Non ci pensò su: presi al volo chiavi, giacca e fece il record dei cento metri fino a casa di Maria.
La porta non era nemmeno chiusa a chiave. Sergio entrò di corsa, mezzo senza fiato:
Mamma, va tutto bene?
Maria era sul divano, pallida come una mozzarella, occhi gonfi. Alla sua vista parve rianimarsi di colpo.
Sergio, sei vivo? sussurrò, tremando. Madonna mia, grazie
Lui restò interdetto, spaesato, incapace di capire. Non aveva mai visto sua madre piangere così, nemmeno quando la Juve perse la finale Champions.
Che succede, mamma? chiese, avvicinandosi. Le prese le mani: fredde, tremolanti. Cosa ti ha spaventato così?
A rispondere per lei fu il telegiornale, acceso in sottofondo: Incidente sulla statale vicino a Modena. Quattro auto coinvolte, un solo sopravvissutoil guidatore di unAudi bianca targata 888.
Sergio si voltò a guardare. Video drammatici, file di ambulanze, fari blu, oggetti storti sulla strada. Allimprovviso, ecco lAudi bianca di Gianni: impossibile sbagliare.
Tutto diventò chiaro: Maria aveva visto la notizia, aveva riconosciuto lauto, e lui non rispondeva al telefono… Capì in un attimo quanto fosse terribile quello che aveva vissuto sua madre.
Mamma, sono io, sono vivo, disse cercando di non avere la voce spezzata. La fece sedere meglio, corse a prendere dellacqua fresca e tornò vicino a lei. Guarda, toccami, ci sono.
Maria prese il bicchiere con mani tremanti, ma lo posò subito sul tavolo. Gli si avvinghiò, singhiozzando in silenzio.
Sergio… ho avuto una paura… Da stamattina il telefono, il telegiornale… Ho pensato di averti perso.
Sergio la strinse forte forte, come faceva da bambino.
Ho solo dormito troppo, il telefono si è spento, la sveglia neanche a parlarne. Ma guarda, eccomi qui.
Accortosi che la situazione era al limite, chiamò il 118. Parlò deciso, più di quanto si sentisse: Mia mamma non si sente bene, ha avuto un forte spavento, è pallida e agitata. Venite subito, per favore!
Mentre aspettava, rimase seduto con lei, tenendole le mani con la forza di chi non vuole lasciar andare niente. Dopo pochi minuti, lambulanza era già sotto casaservizio allitaliana, ma degno di un pit stop Ferrari ai box.
Il dottore, in camice bianco, entrò scattante:
Signora, come sta? Vertigini? Nausea? mentre infilava il misuratore sulla pressione.
Maria tentò di rispondere ma la voce quasi le mancò. Sergio restava lì di fianco.
Dopo la visita il medico concluse solenne:
Meglio portarla in clinica privata per controllilo stress è stato pesante e con letà è meglio non correre rischi.
Sergio già annuiva frenetico: Certo, la porto subito.
Il dottore fece spallucce, come a dire giusto così, se ci sono i soldi…. Compilò i fogli, firmò, rassicurò anche Sergio e poi uscì.
In clinica, appena entrarono, furono assistiti da infermieri gentili e un medico dallaria affidabile. Analisi, domanda, elettrocardiogramma: tutto secondo copione. Meglio tenerla qui sotto osservazione per un paio di giorni, concluse il dottore, poggiando una mano sulla spalla di Sergio.
Sergio non la mollò un attimo, dormendo su quella poltrona rigida, più scomoda di una notte in treno regionale, ma non importava. Ogni mattina bastava vedere sua madre che gli sorrideva per sentirsi meglio di qualsiasi chef stellato che abbia appena ricevuto un premio.
Dopo qualche giorno, una sera che il tramonto colorava la stanza di rosa, Maria gli prese la mano con un sorriso ancora fragile.
Lo sai che ho sempre temuto che un giorno tu te ne andassi e non tornassi più?
Sergio la guardò come si guarda un monumento a cui si è più affezionati del Colosseo.
Ma cosa dici, mamma?
Sei sempre stato così indipendente. Quando avevi sei anni, nessuno poteva aiutarti ad allacciarti le scarpe! Sei cresciuto in fretta, hai sempre fatto tutto da solo… ed io, da fuori, ti guardavo e avevo paura di perderti.
Lui strinse la mano sulla sua:
Ma io non vado da nessuna parte, mamma. Sei sempre la persona più importante per me. Solo… non sapevo che ti preoccupassi così.
Maria sorrise, accarezzandogli la faccia come ai bei tempi.
Ora lo sai. E va bene così.
Si guardarono negli occhi. Sergio sentì sciogliersi lultimo nodo in petto.
Non ti lascerò mai. Sei la cosa più preziosa che ho.
Lei si rilassò, e nei suoi occhi spuntò una lacrima, ma bella, serena.
Voglio solo che tu sia felice, Sergio, disse. Che tu trovi la tua strada, magari una famiglia, dei bambini… Ma che tu sappia che, ovunque tu sia, io ci sono.
Sergio pensò subito a Francesca, la collega con cui usciva da un po. Non aveva mai avuto il coraggio di raccontare nulla a sua madre, temeva che potesse pensare che stesse scalando nella classifica delle donne più importanti della sua vita. Ma ora, col vento giusto in poppa, si decise:
Cè una ragazza, disse, arrossendo quasi come uno scolaretto. Si chiama Francesca, lavora con me. Non so ancora niente, ma… mi rende sereno.
Maria si illuminò. Raccontami di lei!
Lui la accontentò, lasciandosi andare a un racconto lungo come la lista della spesa. Maria ascoltava rapita.
Sarò solo felice se avrai la tua felicità, disse, accarezzandogli la mano. Mica ti rubo più di tanto, puoi dividerti tra me e lei basta che telefonate, almeno una volta a settimana!
Sergio scoppiò a ridere, il cuore finalmente leggero. Promesso, mamma.
E con quella promessa, in mezzo al profumo del minestrone e al calore rassicurante di casa, si rese conto che il vero ingrediente segreto non era il basilico, ma tutto quellamore che solo una mamma italiana sa dare. E alla fine, andrà sempre tutto bene: tanto cè mammà.






