CUORE CHE BATTE ANCORA
Mi chiamo Tatiana, e la mia storia non è delle più semplici. Ho messo al mondo la mia dolce Nicla senza sapere davvero chi fosse suo padre. Si potrebbe dire che ho inciampato prima delle nozze.
Certo, ero corteggiata con fervore da un ragazzo. Bello da togliere il fiato, educato quanto basta, ma mai una parola sul matrimonio. Io lo prendevo sottobraccio e con orgoglio attraversavo il cortile davanti alle nostre vicine le girasoli come le chiamavamo che, sedute sulle panche, non mancavano mai di seguire ogni nostro passo con lo sguardo, proprio come i girasoli con il sole.
Il mio corteggiatore, però, un lavoro non laveva mai visto. Preferiva saltellare nella vita come una farfalla, mentre io lo accudivo: gli preparavo da mangiare, lo ospitavo per la notte, farei di tutto pur di vederlo felice. Ma un giorno mi disse, con grande freddezza, che si annoiava con me, che non lo apprezzavo abbastanza come uomo. Anzi, avrebbe voluto che lo portassi al mare, se davvero lo amavo
Ho pianto per una settimana intera. Poi ho stracciato e bruciato la nostra foto insieme. Un mese passato a tormentarmi da sola. Dopo quel periodo, nella mia vita è arrivato Vittorio.
Una mattina stavo per perdere lautobus per andare a lavoro, sullorlo di una crisi di nervi alla fermata, quando si ferma vicino a me un taxi. Il conducente apre la porta e mi dice: Signorina, vuole un passaggio? E io, senza pensarci troppo, salgo a bordo.
Durante il tragitto, il conducente comincia a chiacchierare. Lho osservato con occhio critico: uomo di mezzetà, curato, rasato, capelli ordinati, camicia stirata. E poi quella gentilezza, quellattenzione nei dettagli che ho subito attribuito a una madre premurosa. Si presenta: Mi chiamo Vittorio. Diverso da tutto ciò che avevo conosciuto. Il mio numero glielho lasciato senza esitazione: mi andava di rivederlo. Quella volta, il taxi non lho pagato.
Abbiamo iniziato a frequentarci. Vittorio mi riempiva di fiori, regali, carezze, amore vero. Una primavera, mentre passeggiavamo nel bosco, mi sono messa a raccogliere primule. Lui ha subito fatto lo stesso, contribuendo al mio mazzolino. Entrando in macchina, ho notato che il suo mazzo, più grande del mio, era stato riposto delicatamente sul sedile posteriore. Ho pensato subito: Sarà per sua moglie. Ma non ho avuto il coraggio di chiederglielo. Ero già troppo legata a Vittorio. Ho preferito ignorare i sospetti.
La risposta è arrivata da sola: un giorno, alla mia porta, si è presentata sua moglie, coi due figli piccoli per mano.
Ecco qui, cara, cresce questi bambini! Loro amano tanto il loro papà!
Sono rimasta impietrita. Solo una frase mi è scappata: Mi dispiace, non sapevo che Vittorio fosse sposato. Non voglio distruggere la vostra famiglia. Non costruirò il mio nido sotto il tetto di unaltra.
Quella stessa sera ho detto addio a Vittorio.
Il mio prossimo amore fu Mamuka. Lui era georgiano, di un fascino travolgente. Abbiamo fatto conoscenza a una festa di compleanno. Non ho saputo resistere alla vitalità di questuomo carismatico: generoso, ottimista, mai un momento di noia! Sembrava che per lui non esistessero problemi e io avrei voluto seguirlo ovunque. Ma dopo un anno, Mamuka è ripartito per la Georgia, richiamato chissà dal clima o dalla madre malata.
Mi sono sentita abbandonata, invisibile, inutile. Meglio sola che ancora una volta spezzata, mi sono detta. Ho deciso che bastava sofferenza.
Quando finalmente ho accettato la mia solitudine, ho scoperto di essere incinta. Una nuova vita cresceva dentro di me! E adesso? Chi era il padre? Come andare avanti? Come non perdere la ragione?
Nacque una bambina. Lho chiamata Nicla. Lei diventò la mia ragione di vita. Assomigliava a Mamuka: riccioli neri, occhi profondi e quel sorriso irresistibile. Questo mi dava forza, forse perché Mamuka era stato il mio amore più intenso. Guardando Nicla ho rivissuto spesso le giornate leggere e spensierate con lui.
Qualche volta la disperazione era tanta da voler gridare. Linvidia per le mie amiche sposate era pungente. Ma crescere Nicla mi portava via ogni energia, non avevo tempo per piangere.
Arrivò il primo settembre e Nicla iniziò la scuola. In classe le avevano assegnato come compagno un certo Daniele, che subito non le piacque. Lui la prese in giro per i suoi ricci, chiamandola matta ricciolina. La situazione peggiorò così tanto che la maestra fu costretta a separarli, ma comunque riuscivano a litigare durante la ricreazione.
Sono andata a scuola a chiedere chiarimenti. La maestra, visibilmente imbarazzata, mi diede lindirizzo del compagno: Vada a parlare con la famiglia.
Senza pensarci troppo, sono andata a difendere la mia Nicla. Mi ha aperto la porta un uomo giovane, strofinandosi le mani su uno strofinaccio che aveva al collo.
Venga pure, la faccio accomodare. Le preparo un caffè, appena finisco di dar da mangiare al mio piccolo birbante. Ho tolto le scarpe ed sono entrata in una stanza piccola e disordinata, con lodore di tabacco e polvere dappertutto. Si capiva che mancava una mano femminile.
Lui è tornato con un vassoio e due tazze di caffè profumato. Quel profumo non lo dimenticherò mai.
Cosa devo a una donna così affascinante?
Sono la mamma di Nicla, ho risposto.
Ah, capisco! Il mio Daniele è innamorato di sua figlia, ha sorriso.
E per amore la graffia? ho ribattuto.
Come, scusi? mi ha guardato davvero sorpreso.
Per favore, parli con suo figlio. Grazie per il caffè, e stavo già per andarmene.
Non si preoccupi, ci penserò io.
La sera, non ho chiuso occhio. Ripensavo a quelluomo tanto semplice quanto accogliente. Quel caffè nessun corteggiatore mi aveva mai offerto il caffè. Solo vino, prosecco, martini Desideravo sapere di più di quella casa, di quella famiglia.
Tra un pensiero e laltro, nella mia mente sistemavo e pulivo quella casetta, sistemavo i mobili, mettevo dei fiori sul davanzale E poi, volevo quasi accarezzare il piccolo birbante.
La mattina dopo mi sono svegliata di buon umore. Ho detto a Nicla di essere più gentile a scuola, specialmente con Daniele.
Le settimane sono volate
Al consiglio dei genitori, ho rivisto quelluomo. Ho scoperto che Daniele non aveva una mamma. Al consiglio cera solo il papà.
Questo fatto mi ha dato coraggio. Dopo lincontro, il papà di Daniele si è offerto di accompagnarci a casa. Era dicembre, faceva già buio. Ho accettato senza pensarci.
Mi chiamo Alessio.
Piacere, Tatiana, ho risposto con un sorriso.
Forse, Alessio aveva visto qualcosa in me: mi ha proposto di passare insieme il Capodanno. Dopo anni di delusioni, non speravo più nei principi. Ho detto sì.
Più tardi mi ha confidato che era separato da tempo, la moglie lo aveva lasciato per il suo migliore amico. Lui non avrebbe mai lasciato suo figlio.
Alessio, senza saperlo, aveva bisogno daffetto tanto quanto io ne avevo bisogno di dare. Mi ha confessato che, da quel primo incontro, non aveva mai smesso di pensare a me. Aveva visto in me la moglie ideale e una madre premurosa per Daniele.
Io e Nicla ci siamo trasferite da Alessio, ma prima abbiamo chiesto il permesso ai bambini. Nicla e Daniele, seppur indecisi, hanno accettato.
La vita ha preso a scorrere veloce Alessio era così felice da spostare montagne. Abbiamo comprato una casa più grande, io mi dedicavo a famiglia e figli. Nicla e Daniele sono cresciuti amati e coccolati. Li ho considerati entrambi miei figli.
Alessio adorava Nicla, era tenero con noi le sue ragazze.
Gli anni sono volati. Daniele e Nicla… sono finiti per sposarsi.
Io e Alessio li abbiamo benedetti e i giovani sposi hanno deciso di trascorrere la luna di miele a Parigi. Io, invece, ho suggerito ad Alessio di portarci al mare.
Lui non voleva andare.
Tania, prenditi qualcosa per te con questi soldi invece.
Alessio, finalmente possiamo stare da soli un po! Andiamo, respiriamo libertà almeno una volta! Ho insistito.
Alessio si è convinto. Abbiamo passato una settimana splendida in un paese di mare. Era un sogno: mi regalava fiori, parole damore, sorrisi.
Il giorno della partenza siamo andati in spiaggia a salutare il mare. Era mattina presto, non cera nessuno. Alessio mi ha baciata dolcemente e con un velo di tristezza ha detto, Tania, ti amo davvero tanto. Tantissimo. Vado a farmi un ultimo bagno.
Non lho più visto. Alessio è annegato. I bagnini non sono riusciti a trovarlo, nemmeno con il mare calmo.
Sono tornata a casa da sola. A lungo sono rimasta stordita. La morte inspiegabile e assurda di Alessio ha sconvolto la mia vita. Perché proprio lui? Nuotava benissimo. Perché vedova a cinquantacinque anni? Perché quel giorno non gli ho detto che lo amavo alla follia? Era un addio, il suo. Non lavevo capito.
Quante domande al cielo, senza risposta.
Mi sono chiusa in me stessa. Ho imparato a odiare il mare. La vita aveva perso ogni colore. Non potevo nemmeno piangere sulla sua tomba, perché una tomba non cera.
Il dolore mi ha spezzato lanima in mille pezzi. Non volevo più nemmeno respirare. Meglio bruciarsi sette volte che restare vedova una sola. Dicono che il tempo cura le ferite: non è vero! Si impara solo a soffrire in silenzio, ma appena scavi nella memoria, il dolore torna violento come sempre. La memoria non ti lascia, continua a rinnovare il lutto.
Tenevo per mano i miei due nipotini: Caterina e Massimo, tre anni. Passeggiavamo in un parco dautunno. Era diventata unabitudine: la sosta in un bar lungo il viale. Compravo il gelato per i bambini e per me prendevo una tazzina di caffè. Quello stesso profumo di sempre. Sentivo Alessio vicino, come se mi vegliasse
Anni dopo, superato il dolore, con umiltà ho ringraziato il destino per avermi regalato Alessio. Cercando pace in me, ho benedetto quei venticinque anni di vero amore che la vita mi aveva donato.
La vita può finire, ma lamore quello non muore mai.




