Il Diritto di Essere in Coda

Il diritto in fila

Al mattino, Giovanni Bianchi si svegliava prima della sveglia sul vecchio cellulare. La sveglia la impostava comunque, abitudine nata quando lavorava alla fabbrica di acciaio di Torino e temeva di perdere il turno. Ora la paura era sparita, ma la mano si allungava ogni sera al telefono, girava lorologio su sette zero zero, e mentre si metteva a letto sentiva uninsolita calma al pensiero del suono di domani.

Di solito si alzava alle cinque e mezza. Giaceva ascoltando il cigolio delle porte del palazzo, il rumore del vicino di sopra, giovane, che correva al lavoro e lasciava cadere un peso pesante sul pavimento. La stanza era fresca, la spifferata proveniva dalla finestra incorniciata da una vecchia struttura di legno; i doppi vetri non erano mai stati installati, per risparmio. Sul davanzale giaceva una tazza con il segno secco del tè di ieri. «Bisogna lavarla», pensava, girandosi dallaltra parte, rimandando ancora un attimo il momento di alzarsi.

Lappartamento gli era stato dato in permuta dalla defunta Zaira, la moglie scomparsa negli anni 90. Due stanze, cucina, piccolo corridoio, ogni angolo conosciuto fino allultima macchia sul linoleum. Nella camera da letto cera un vecchio credenza dove riposavano piatti, fotografie e alcune cartelle di documenti. Non gli piaceva toccare quelle cartelle: contenevano tutta la sua vita buste paga, certificati, copie di ordini, lettere. Guardarle gli provocava una stanchezza profonda.

Si alzò, si avvolse in un caldo accappatoio e andò in cucina. Accese il fuoco a gas e mise sul fuoco il bollitore. Sul davanzale stipati vasi di fiori che Zaira aveva amato; ora li annaffiava secondo un calendario inventato da lui e a tratti parlava loro quando la casa diventava troppo silenziosa.

Il nipote Luca aveva promesso di venire la sera per aiutare con il telefono e portare le foto della pronipote su una chiavetta USB. Luca parlava veloce, inserendo parole dinglese che Giovanni non capiva, ma annuiva per non sembrare totalmente indietro. Il figlio Marco viveva nel quartiere vicino, lavorava in unofficina meccanica, arrivava nei weekend portando generi alimentari e correva sempre di fretta.

La pensione di Giovanni bastava a malapena: bollette, medicine, spesa. Quando riusciva a risparmiare comprava aringa e un pezzetto di salame. In estate accantonava qualcosa per andare al suo rustico, più simile a un orto incolto che a una casa vacanza. Lì, tra le erbacce, sentiva ancora di poter fare qualcosa con le proprie mani.

Si considerava un uomo pacifico, che per tutta la vita aveva evitato litigi e richieste esagerate. Alla fabbrica, dove aveva lavorato più di trentanni, lo rispettavano per la sua disposizione a non creare conflitti e a rispettare i piani. Quando arrivò il momento di richiedere la pensione, raccolse i documenti richiesti, li firmò, li consegnò e tornò a casa senza approfondire. «Ci danno ciò che è, noi lo prendiamo», gli disse una volta a Zaira. «Non ci serve molto».

Zaira era morta da sei anni e a volte Giovanni si trovava a parlare con la sedia vuota di fronte, soprattutto la sera, quando accendeva la televisione e si sedeva a cenare. La sedia rimaneva al suo posto, immobile, come se avesse ancora il peso di una presenza.

Quel giorno, mentre tutto sembrava avviarsi, Giovanni andò allambulatorio per ritirare i risultati degli esami. Linverno gli aveva fatto venire un pallone al cuore; il medico gli prescrisse compresse e consigliò di fare regolari prelievi. Come sempre, cera una fila alla reception. Persone sedute su sedie rigide, qualcuno che brontolava a bassa voce, altri che fissavano il pavimento.

Giovanni prese posto accanto al muro e attese. Davanti a lui due donne discutevano animatamente; una, con il berretto di lana, sistemava una borsa.

Hanno ricalcolato la sua pensione diceva la prima. Ha guadagnato duemila euro in più. Prima non gli avevano pagato tutto.

Sul serio? increspò laltra. Lhanno davvero rivisto?

Non è stato loro, è il figlio che ha trovato qualcosa online, una variazione. Ha scritto una domanda, ha chiesto allarchivio. Hanno scoperto che il periodo di lavoro nellazienda agricola non era stato conteggiato. Ora le pagano di più.

Giovanni alzò lievemente la testa. «Stagioni», «azienda agricola», «archivio» parole familiari. Ricordò i primi anni, quando aveva lavorato per un consorzio edilizio a Bologna prima di tornare alla fabbrica. Quando gli avevano chiesto i documenti per la pensione, gli dissero che gli archivi erano andati in fumo, e lui, scrollando le spalle, firmò il consenso.

«Bene, così è, pensò. Vivremo così». Era il suo modo di ragionare da sempre.

Le donne continuarono a parlare, ma nella sua mente rimaneva impresso “duemila in più”. Duemila euro avrebbero coperto un mese di medicinali, le bollette invernali, o, se avesse risparmiato, un viaggio alla sua casa di campagna.

Uscito dallambulatorio, la neve scricchiolava sotto i piedi, la gente affollava la fermata. Salì sullautobus, si appoggì al finestrino e iniziò a ricalcolare mentalmente le spese mensili: quante pillole, quanta spesa, e come quei due mila avrebbero potuto spostare il bilancio.

«Non è una cosa da ridere si rimproverò. Quanto mi rimane da fare, se devo ancora correre per le pratiche?»

A casa mise il tè, si sedette al tavolo. Un talkshow televisivo discuteva di tariffe e prezzi, ma lui non ascoltava. Lo sguardo cadde sulla credenza, sul ripiano inferiore dove giacevano le cartelle.

Passò ancora un po, poi si alzò, aprì la credenza e prese la cartella intitolata «Documenti». Le pagine ingiallite, cucite con cura, contenevano il libretto di lavoro, copie di ordini, certificati di stipendio. Sfogliò i nomi dei reparti, i capi, cercando il periodo del consorzio edilizio. Trovò la voce di trasferimento, ma poi nulla.

Quella sera arrivò Luca, scarponcò la giacca, sbuffò un grande starnuto e andò in cucina.

Ciao nonno, come va?

Come va, rispose Giovanni. Ho sentito parlare di una revisione della pensione. Puoi darmi una mano a controllare online?

Luca alzò le sopracciglia, sorpreso.

Di cosa parli?

Giovanni gli narrò la discussione nella fila, lazienda agricola, larchivio. Luca ascoltò, si grattò la testa.

Sì, cè un sito del governo dove si può fare la richiesta. Si chiama INPS, serve lidentificativo e i documenti. Se manca larchivio, si può inviare una domanda di verifica.

Giovanni annuì. Dentro di sé una lotta: da un lato «non disturbare, vivere tranquillo», dallaltro «perché dovrei tacere? Ho lavorato».

Dopo che Luca se ne andò, Giovanni rimase a fissare il libretto di lavoro. Alla fine lo richiuse, ma lo lasciò sul tavolo, vicino alla sedia, come se potesse servirgli di nuovo il giorno seguente.

Due giorni dopo si recò allINPS di Milano. Indossò i caldi calzini di lana e il maglione più spesso, e scelse con cura quali documenti portare. Mise tutto in una vecchia valigetta: libretto di lavoro, certificati, la lettera ingiallite del consorzio.

Allinterno cera molta gente. Laria odorava di polvere e di caffè economico. Sul muro cerano avvisi, davanti a un terminale digitale una fila di persone non sapeva cosa premere. Giovanni osservò una giovane madre che chiamava il figlio, e si avvicinò a una sportiva.

Scusi, come faccio a prendere il biglietto per la pensione?

La donna premé qualche tasto, estrasse un foglio e lo porse.

Il numero è il 132.

Giovanni ringraziò, si sedette su una sedia libera. Il tabellone lampeggiava numeri, la voce monotona chiamava i numeri alle sportelline. Il tempo scivolava lentamente. Guardò gli altri: alcuni sfogliavano documenti, altri sussurravano tra loro. In tutti gli occhi cera una mescolanza di stanchezza e speranza.

Quando il suo numero comparve, si avvicinò allo sportello. Dietro il vetro sedeva una donna di quarantacinque anni, occhiali, capelli raccolti. Il badge indicava «Operatore INPS». Lei annuì.

Buongiorno, il suo ticket.

Giovanni gli porse il foglio.

Come posso aiutarla?

Vorrei sapere della revisione della pensione. Mi hanno detto che forse non è stato conteggiato tutto il mio periodo di lavoro.

La donna prese il passaporto, digitò al computer.

Nome, cognome, data di nascita Sì, la pensione è stata calcolata nel 2006. Qual è il problema?

Giovanni mostrò il libretto.

Ho lavorato anche per il consorzio edilizio di Bologna. Quando ho chiesto la pensione mi hanno detto che i documenti erano andati in fumo. Qui cè una voce di trasferimento.

Loperatrice fece una pausa, poi disse:

Possiamo aprire una pratica di revisione. Servirà una domanda scritta, ma senza documenti aggiuntivi non possiamo includere quel periodo.

Giovanni sentì salire il consueto senso di rassegnazione, ma una voce nella testa di Luca lo spinse: «Questo è il tuo diritto».

Posso compilare la domanda? chiese, con una certa determinazione.

Certo, le fornisco il modulo, ma senza nuovi documenti la risposta sarà probabilmente negativa rispose lei, porgendogli il foglio.

Giovanni riempì la scheda, la mano tremava. Nella casella «Motivo della richiesta» scrisse: «Si chiede di considerare il periodo di lavoro presso il consorzio edilizio e di ricalcolare la pensione».

Apponse la firma, la data, e la donna timbrò il modulo.

Riceverà risposta entro un mese, via posta disse. E dovrà comunque attendere lesito dellarchivio.

Uscì dalledificio con la valigia a spalla, il freddo pungente ma laria fresca. Dentro di sé una miscela di stanchezza e una piccola fiamma di speranza: forse quella piccola somma di due mila euro aveva il potere di spostare il suo bilancio, anche solo di poco.

Quella sera chiamò Marco.

Figlio, sono andato allINPS, ho presentato la domanda per la revisione disse.

E? rispose Marco, con un tono di preoccupazione. Non è che ti faccia perdere tempo, vero? Sai come vanno le cose lì, niente cambia.

Mi hanno detto che se trovi larchivio, potremmo avere qualcosa rispose Giovanni. Non è una questione di soldi, è una questione di dignità.

Marco rimase in silenzio, poi disse:

Va bene, se è importante per te, ti sostengo. Ma non vuoi più finire in quellattesa infinita.

Giovanni chiuse la chiamata, fissò la tazza di tè. Il sogno di una vita intera, di cinque anni di lavoro non riconosciuti, si trasformava lentamente in unimmagine di carta e numeri.

Due settimane dopo, Luca trovò su internet il sito dellarchivio cittadino. Inserì i dati, compilò il modulo online e inviò la richiesta. Giovanni, seduto al tavolo, vide comparire sullo schermo la conferma: «Richiesta registrata». Un piccolo orgoglio lo attraversò: luomo che faticava con il cellulare ora aveva mandato una domanda ufficiale via internet.

«Bravo, nonno», gli disse Luca. «Adesso aspettiamo.»

Il tempo passò. Una lettera dallINPS arrivò per posta. Giovanni la aprì lentamente, il foglio pesante nella mano. Il contenuto era breve: «A seguito della documentazione aggiuntiva, il suo periodo di lavoro è stato accettato. La pensione sarà aumentata di » le cifre erano modeste, ben al di sotto dei duemila euro che la donna nella fila aveva menzionato, ma comunque un aumento.

Giovanni posò la lettera sul tavolo, accanto al suo tè. Non cera né gioia né delusione, solo un quieto accettare. Il sistema, che per tanto tempo aveva ignorato i suoi anni, finalmente li aveva riconosciuti, anche se in misura ridotta. Era più di zero.

Il cellulare vibra. Marco chiamò di nuovo.

Hai ricevuto? chiese.

Sì, hanno aumentato un po. Non è tanto, ma è qualcosa rispose Giovanni.

Bene, allora non serve andare in tribunale disse Marco, sollevato. Hai lottato, hai ottenuto qualcosa.

Giovanni annuì, pur non vedendo il figlio. Sentì la voce di Luca nella testa: «Scrivi la tua storia, potrebbe aiutare altri».

«Forse un giorno racconterò», pensò, guardando le carte ancora sparse sulla credenza. Quella volta non li nascondeva più in fondo, ma li lasciava su uno scaffale più alto, a portata di mano, come se fossero un segno di ciò che aveva rivendicato.

Versò un altro sorso di tè, guardò fuori dal finestrino: le luci dei lampioni iniziavano a brillare, i bambini giocavano nel cortile, le auto passavano con rumore di pneumatici su neve. Ognuno aveva le proprie code, i propri diritti da reclamare.

Giovanni restò seduto, le mani poggiate sul tavolo, il silenzio dellappartamento avvolgente. Sentì, in quella quiete, che per quanto poco fosse rimasto da contare, aveva vissuto quei mesi senza rimpianti. Aveva trasformato la frase «va bene così» in «ho diritto a farmi ascoltare», e per la prima volta da anni, il suo respiro era più leggero.

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