Il diritto di prendersi il proprio tempo: La storia di Nina, tra analisi mediche, responsabilità familiari, richieste del lavoro e la riscoperta di uno spazio per sé stessa nella quotidianità italiana

Il diritto di rallentare

Stavo seduta alla scrivania dellufficio, cara Lucia, intenta a finire lennesima mail, quando mi è arrivato un SMS della dottoressa. Il cellulare ha vibrato proprio lì, accanto alla tastiera, facendomi sobbalzare.

“Esami pronti, passi oggi entro le sei”, cera scritto asciutto.

Le quattro meno un quarto segnavano sullo schermo. Dal mio ufficio fino allambulatorio ci sono tre fermate di tram, poi la fila, la visita, il ritorno… E il telefono che squillava già: Mattia, mio figlio, diceva che sarebbe passato, se ci riusciva. E la capa, stamattina, aveva lasciato intendere velatamente che avrebbe voluto un report in più. Ai piedi della scrivania avevo la borsa con i documenti per mia madre, che avrei dovuto portarle la sera.

Allora, vai anche oggi a correre in giro fino a tardi? mi chiede la collega di scrivania, mentre mi vede col solito sguardo schizzato allorologio.

Eh sì, ho risposto, senza pensarci troppo, anche se sentivo già la camicia appiccicata alla nuca e in petto la stanchezza che pulsava nervosa.

La giornata non passava mai, sembrava una pasta collosa che non si stacca dalle mani. Tra mail, telefonate, messaggi infiniti su WhatsApp. Verso metà pomeriggio la capa esce dallufficio.

Lu, senti, nel weekend lappaltatore vuole la sintesi delle tabelle, e io sabato parto. Ce la fai a pensarci tu? Sono tre, quattro ore al massimo, lo puoi fare anche da casa.

Il famoso niente di che, che in ufficio suona sempre come obbligatorio. La collega accanto sparisce dietro lo schermo, si mimetizza. Apro bocca per il consueto “ma certo”, quando il telefono vibra di nuovo, piano piano, in tasca. Promemoria dallapp: “Stasera: passeggiata 30 minuti”. Ero stata proprio io a impostare quei promemoria questestate, dopo lennesimo rialzo di pressione, salvo poi ignorarli con una scrollata.

Questa volta non lho ignorato. Ho semplicemente guardato la scritta, come se ci fosse qualcuno che mi aspettava paziente.

Lucia? incalza la capa.

Ho fatto un respiro. La testa mi ronzava, ma da qualche parte dentro di me si stava facendo largo una sensazione solida, un po testarda: se dico sì stavolta, mi ritroverò ancora a lavorare la notte, poi la schiena a pezzi, e la domenica a lavare, cucinare, la clinica con la mamma.

Non posso, ho detto. Mi son stupita io stessa di quanto fosse ferma la mia voce.

Lei solleva il sopracciglio.

Come sarebbe? Tu di solito

Mia mamma decido di usare la scusa di sempre, quella dei miei ritardi, ma che non è mai valsa come scusa per rifiutare un impegno. E… la dottoressa mi ha detto di non strafare col lavoro. Mi dispiace.

Non ho specificato che il consiglio medico era di mesi fa, e anche detto di sfuggita. Ma, insomma, lha detto.

Silenzio. Dentro, mi si stringe tutto: attendo il solito sussurro di disappunto, i discorsi su “squadra” e “possiamo contare su di te”.

Va bene, la capa avrebbe avuto altro da aggiungere, ma alla fine scuote la mano, Troverò qualcun altro. Lavora pure.

Appena chiude la porta, sento la schiena pezza di sudore. Le dita sulla mouse mi tremano. Il pensiero di colpa, rapido come un topo, mi si infila nel cervello: potevo dire di sì, cosa mi costava? Solo tre, quattro ore di sabato.

Però accanto al senso di colpa, è comparsa unaltra sensazione, insolita, quasi inquietante. Sollevamento. Come se fossi riuscita a posare uno zaino troppo pesante e mi fossi finalmente seduta.

La sera, invece di attraversare a tutta velocità il centro commerciale già che ci sono, prendo una cosa per il report, appena uscita dallambulatorio, non sono corsa subito alla fermata. Mi sono fermata davanti alla porta, ho respirato piano, e allimprovviso ho percepito quanto mi facevano male le gambe dopo unintera giornata in piedi.

Mamma, vengo domani, le dico al telefono, poco dopo aver ritirato i risultati e fatto la fila.

Oh, non passi oggi? solita voce di mamma, un po risentita.

Mamma, sono stanca. È già tardi e devo ancora tornare a casa, magari per una volta mangio qualcosa di caldo. Niente paura, ti porto le pastiglie domani mattina.

Mi aspettavo una tempesta, invece sento un sospiro.

Fai tu, risponde Sei grande.

Sei grande… sorrido tra me e me. Cinquantacinque anni, due figli adulti, il mutuo quasi pagato, eppure a volte sembra ancora che debba dimostrare qualcosa. Come figlia, come madre, come lavoratrice.

A casa è silenzio. Mattia mi scrive che non passa, cè casino in ufficio. Metto su il bollitore, taglio due pomodori. La mano va in automatico verso laspirapolvere i pavimenti gridano vendetta poi invece mi siedo al tavolo, mi verso il tè e lascio raffreddare la tazza, sfogliando finalmente quel libro iniziato al lago, mesi fa.

Dentro rimbomba la solita voce: stendere il bucato, lavare le pentole, finire il report, cercare una nuova clinica per mamma. Ma oggi, questa voce si fa meno invadente, uno spiraglio di luce tra i doveri lascia filtrare un pensiero nuovo: Si può rimandare.

Leggo con calma, torno indietro su qualche riga persa. Alla fine mi accorgo che sto semplicemente guardando fuori dalla finestra, senza fretta. Le luci delle auto che passano, uno o due passanti con le borse pesanti, i cani che passeggiano piano accanto ai padroni.

Va bene, dico a me stessa, sottovoce, Non capita niente se il pavimento non è perfetto.

E non mi sembra mica un reato.

* * *

Il giorno dopo riparte tutto da capo, come se ieri non fosse mai successo. Mamma chiama alle nove, ansiosa:

Lu, arrivi per pranzo sicuro? Alle undici viene il medico, mi deve misurare la pressione.

Tranquilla, rispondo, infilando i jeans con una mano e il misuratore nella borsa con laltra.

Mattia mi ping su WhatsApp.

Mà, ciao. Senti, abbiamo un discorso da fare sulla casa, stasera ci sentiamo? ha la voce frettolosa da manager, neanche mi stesse chiedendo una consulenza, tanto familiare è la distanza.

Va bene, dopo le sette, gli urlo mentre infilo le scarpe. Ora vado dalla nonna.

Di nuovo?! sbuffa lui.

Di nuovo, rispondo calma.

Sul bus, qualcuno litiga col conducente, in fondo le buste fanno un frastuono. Mi appisolo stringendo il misuratore e mi sveglio già sotto casa di mamma.

Mi accoglie allingresso, con la vestaglia e laria consueta un po ingrugnita.

Sei in ritardo. Il medico verrà e la casa è un macello, indica la stanza con i vestiti sulla sedia.

Anni fa a una frase così avrei risposto a tono: Io per strada tutto il giorno, e tu ti lamenti del disordine?!. Poi la colpa e la stanchezza, sempre.

Stavolta mi fermo sulla soglia, lascio la borsa giù, respiro profondo. Mi viene in mente il loro solito teatrino: parole taglienti, offese, silenzi. E i fazzoletti sugli occhi appena uscita dal portone.

Mamma, dico piano. Capisco che sei in ansia. Ma prima prepariamo il tavolo per il dottore, poi penso ai vestiti. Non sono un robot, ho anchio i miei limiti.

Mamma si imbroncia, sta per ribattere, ma forse legge qualcosa sul mio viso. Non è rabbia, non è una supplica, è una calma nuova.

Va bene, brontola. Prendi sto apparecchio.

Quando il medico se ne va, mamma, invece del solito tono da telegiornale acceso, abbassa lo sguardo.

Guarda che non lo faccio apposta. Ho solo paura di restare sola.

Sto lavando le tazze, lacqua calda sulle mani, il detersivo che pizzica. Quella sua ammissione mi scioglie e mi ferisce allo stesso tempo.

Lo so, rispondo. Anche a me a volte fa paura.

Lei scatta un sorrisetto, quasi a dire che esagero, e si rimette a guardare la TV. Ma in casa cala improvvisamente un silenzio diverso, quasi una tregua.

* * *

Arrivo a casa la sera e faccio tappa in farmacia sotto il portone. Cè Carla, la vicina del secondo piano, che di solito sgambetta con il passeggino e le buste pesanti. Oggi però è spaesata, senza passeggino.

Non ci sto capendo niente con le vitamine per mio marito, balbetta, stringendo un taccuino. Il dottore mi ha scritto due nomi e qui ci sono mille offerte, non ci capisco più nulla.

Prima sarei finita subito col naso nel cellulare: ho già i miei casini. Ma oggi improvvisamente mi rendo conto di quanto mi è familiare questo sentirsi smarrita davanti al banco. Mamma mi chiede sempre di trascrivere la terapia perché si confonde. Io stessa, linverno scorso, ero lì a leggere i bugiardini persa.

Fammi vedere, le propongo.

Andiamo verso il muro e, con gli occhiali calati sul naso, leggo tutto con calma. Chiedo alla farmacista, le indico la scatola giusta.

Grazie, davvero, sospira sollevata. Voi che avete la mamma con problemi di salute, sapete come si fa.

Sorrido.

Non è che so, è che ormai ci siamo passate.

Uscendo, Carla mi blocca.

Se ogni tanto ho bisogno di un consiglio, posso chiamarti? Mio marito non leggerà mai niente da solo.

Fino qualche anno fa avrei detto: Certo, quando vuoi, per poi mordermi la lingua se suonava alle nove di sera. Stavolta prima di rispondere ascolto bene la vocina dentro: riuscirò a non caricarmi di un altro impegno fisso?

Scrivi pure, le dico, ma chiudo subito: Però meglio di giorno. La sera ho le mie cose.

E mentre lo dico, quasi mi sorprendo della frase le mie cose. Come se finalmente fossi autorizzata: anche il mio tempo è importante.

Lei annuisce senza problemi, e mi fa più piacere di mille ringraziamenti.

* * *

La cena me la sbrigo semplice. Niente pentole per una truppa, solo io forse Mattia arriva. Butto giù la pasta, griglio un po di pollo, taglio due cetrioli. La cucina è un po incasinata, camicia di Mattia sulla sedia, cesta di panni da dividere in angolo. Anni fa, manco seduta mi ci mettevo se prima non era tutto in ordine.

Adesso sposto la cesta col piede verso il muro e basta.

Quando Mattia chiama, la voce è tesa.

Mà, stanno venendo fuori delle questioni con la casa. Ci avrebbero approvato il mutuo, ma lanticipo è alto. Pensavamo magari potresti aiutarci ancora. Lo so che hai già fatto tanto, però…

Chiudo gli occhi. Questi discorsi mi fanno sempre male nello stesso punto. Si risvegliano tutte le solite insicurezze: “non li ho cresciuti bene”, “ho guadagnato poco”, “ho sbagliato negli affetti”. E pure la vecchia puntura: anni fa ho buttato un mucchio di soldi per una cosa col padre loro che non ha portato nulla, e ancora me ne vergogno.

Di quanto si tratta? chiedo, seduta al tavolo.

Mi dice una cifra. Non enorme, ma neanche poche centinaia deuro. Potrei prenderli dai risparmi, quei pochi gruzzoli per il quando potrò: farmi un viaggio, cambiare frigo, sistemare i denti a mamma.

Dentro mi frulla tutta la vita, come fogli sparsi nel cassetto. Non sono solo soldi, cè anche quella vecchia rabbia per ciò che non mi sono concessa. Non mi sono trasferita da ragazza, non ho fatto la tesi che volevo, sono rimasta col marito troppo a lungo, poi ho lasciato comunque.

Mà, non ti preoccupare, poi te li restituiamo, si affretta lui.

Non mi preoccupo, dico. E sul serio: so già che i soldi non torneranno, non è la prima volta.

Resto in silenzio due secondi che a lui saranno sembrati lunghi. In un attimo rivedo tutto: i suoi piedini nei sandaletti nuovi a rate, le feste senza padre, le notti che si avvinghiava a me. E i miei sogni da grande, rimandati come un maglione in soffitta.

Vi aiuto, rispondo Ma non tutta la cifra. Metà. Il resto trovatevela voi.

Mà… cè delusione nella sua voce.

Mattia, lo chiamo per nome, che non faccio quasi mai. Non sono un bancomat. Anchio ho diritto a vivere.

Silenzio. Sento il mio cuore, aspetto il solito autopunirmi, ma questa volta non arriva. Ansia, un po di disagio, sì. Ma anche un po di pace.

Va bene, dice alla fine. Tanto ci basta. Grazie.

Chiacchieriamo ancora di lavoro, di Sara (mia figlia), delle serie su Netflix. Quando chiudo, il silenzio mi fa sentire le lancette dellorologio.

Mi siedo sullo sgabello vicino alla cesta della biancheria. La guardo e improvvisamente mi sembra di avere accanto la me stessa di ventanni fa spettinata e sempre con la sensazione di non essere mai abbastanza buona.

Beh, penso a voce alta a quella me stessa giovane, Abbiamo sbagliato un sacco, sì. Ma non è una buona ragione per fustigarci altri ventanni.

Non è chissà quale saggezza, solo una forma di pace. Prendo una maglietta dalla cesta, la piego piano. Poi unaltra. Poi mi fermo. Il resto domani. E mi concedo di non fare tutto al top.

* * *

Sabato, senza incombenze extra, mi sveglio senza sveglia. Il corpo, abituato alla corsa, vorrebbe balzare subito in piedi: “devo uscire”, “devo mettere a bollire”, “devo fare il bucato”. Ma resto a letto ancora dieci minuti buoni, ascoltando i passi sottocasa.

Dopo colazione, metto a posto alla buona la stanza, apro il cassetto della credenza e trovo quel piccolo quaderno che Sara mi aveva regalato a Natale, sorridendo:

Mamma, questo è per te. Scrivici quello che vuoi davvero fare, tu.

Allepoca avevo sorriso, infilato via, lasciato vuoto. Cosa vuoi che voglia fare una donna che ha lavoro, mamma anziana e figli adulti?

Oggi invece lo apro su una pagina bianca. Rimango lì col cuore che batte. Niente sogni enormi, niente viaggi in Australia, né svolte di carriera o cose da Instagram. Sento che non voglio un altro progetto.

Scrivo solo: Vorrei passeggiare la sera, senza meta. E poi sotto: “Iscrivermi al corso di informatica in biblioteca”.

Non yoga, non linglese, non quella moda che va ora. Solo imparare quello che mi serve, per non sentirmi sempre fuori tempo. Sono stufa di dover chiamare Mattia per ogni prenotazione dal medico online.

Metto il quaderno in borsa. Esco e, anziché andare subito alla Coop, mi infilo nel vecchio cortile dietro casa, dove non passo da anni. Tranquillo, ombra gentile degli alberi sulle panchine. Due donne della mia età chiacchierano piano di salute, figli e prezzi, le sento appena.

Passeggio senza fretta, nel mio ritmo. Nel petto, una leggerezza nuova, come nellarmadio dopo aver finalmente dato via ciò che non serve più.

Non so ancora come si viva davvero così. So che sbaglierò ancora, mi arrabbierò, dirò più sì del dovuto. Ma ora fra me e quellantico automatismo cè uno spazio dove posso chiedermi, anche solo per un attimo: Ma io lo voglio davvero?

Tornando verso casa, entro nella biblioteca davanti a cui passo da una vita, mai entrata. Odora di carta vecchia e polvere; dietro il bancone una signora col gilet di lana mi sorride.

Ha bisogno di aiuto?

Sì, volevo informarmi sui corsi… mi sento quasi una ragazzina …di informatica, per adulti. Per imparare meglio.

Sorride.

Certo, ne parte uno proprio di sera, due volte a settimana. La inserisco nella lista?

Sì, grazie, rispondo.

Compilando la scheda, quando scrivo 55 anni, non mi sembra più unimpressione di fine, piuttosto il segno che sono arrivata a un bivio dove posso rallentare.

Quando rientro, il lavello presenta ancora la padella della sera prima, la camicia di Mattia è sempre sulla sedia, i documenti medici di mamma ancora lì sul tavolo, assieme a una mail non aperta della capa dal titolo: Nuovi obiettivi mensili.

Appoggio la borsa, mi tolgo la giacca, mi metto un attimo alla finestra. Respiro piano. So che ora laverò i piatti, chiamerò mamma, risponderò alla mail. Ma so anche che, tra queste cose, mi ritaglierò uno spazio solo mio: una tazza di tè, una pagina del libro, magari solo un giro del palazzo.

E questa consapevolezza, oggi, mi pare la cosa più preziosa di tutte.

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