Il Diritto di Scegliere: Una Libertà Fondamentale

Alzarsi un minuto prima che suoni la sveglia sembra un atto di ribellione contro il tempo. La camera è ancora avvolta da una penombra febbrile, e fuori dalle tende si intravede la luce grigia di febbraio che si fa strada tra i palazzi di un quartiere romano. La schiena pulsa dal sonno, le dita delle mani sono leggermente gonfie, come sempre al mattino. Si siede sul bordo del letto, aspetta che il vortice nella testa si plachi, poi si alza.

In cucina regna un silenzio quasi sacro. Marco, il marito, è già fuori per la sua corsa mattutina, rituale che ha iniziato qualche anno fa quando, dopo gli esami del sangue, ha temuto il colesterolo. Accende il bollitore, estrae due tazze dal mobile e ne ripone una; lui beve solo acqua, anche se la tazza è pronta.

Mentre lacqua bolle, controlla il cellulare. Nel gruppo familiare non cè novità, solo le foto del nipotino Matteo inviate dal figlio Lorenzo la sera prima: il bambino, in asilo, stringe una piccola navicella di cartone. Un sorriso automatico le attraversa il volto e dentro di lei si risveglia quel caldo sentimento, quello che la fa sopportare il traffico, le scartoffie, le riunioni infinite: è per loro, per quel futuro che si accende nei suoi occhi.

Da ventotto anni il suo lavoro è la sua ancora: lufficio del personale di una clinica comunale. Iniziò come assistente junior, poi divenne specialista senior. Medici e infermiere vanno e vengono, i direttori cambiano, ma lei rimane. Sa a chi a quale figlio, a chi spetterebbe la maternità, a chi è necessario ricordare di portare il certificato. Negli ultimi tempi i fogli hanno ceduto il passo ai sistemi elettronici, i report si sono moltiplicati, i superiori chiedono numeri e tabelle. Brontola, ma impara i programmi, annota le password su un quaderno, custodisce cartelle ordinate sul desktop. Le piace sentire di essere indispensabile, temendo che senza di lei il caos silenzioso crolli definitivamente.

Versa il tè, aggiunge una fetta di limone e si siede alla finestra. Fuori, laddetto alle pulizie spazza la neve verso il marciapiede; poche auto escono dal cortile. Immagina, dieci o quindici anni più avanti, di osservare quello stesso cortile da un balcone, avvolta in un accappatoio caldo, con un nipote più grande che dondola i piedi e chiede perché la neve è così grigia. Quel quadro le è noto da tempo. Lestate aggiunge una casa di campagna con una casetta scrostata, orti di aneto con cui litiga, e la sera a parlare con Marco della quantità di sale da mettere allo spiedino. Linvecchiamento le appare come una cosa comprensibile, seppur non gioiosa, ma sua.

La porta dingresso cigola, e i passi veloci di Marco rimbombano nel corridoio.

Ancora tè senza zucchero? chiede asciugandosi la gola con un asciugamano.

Il dottore ha detto di ridurre i dolci ricorda lei.

Lui sorride, si riempie di acqua filtrata. I suoi capelli hanno iniziato a screpolarsi, il viso è più secco di un pane biscottato, le guance un tempo scolpite ora mostrano segni di stanchezza. Guarda fuori dalla finestra.

Oggi resto più tardi annuncia non contare su di me per la cena.

Unaltra riunione? replica lei. O i tuoi corsi dinglese?

Lui fa una smorfia.

Non i corsi, ma le lezioni con il tutor.

Giusto, con il tutor annuisce lei, e il suo stomaco si stringe. Le frasi non dette riempiono laria più densa di qualsiasi conversazione.

Si veste, controlla se la finestra della camera da letto è chiusa e, nella consueta routine, afferra il mazzo di chiavi. Il metallo freddo le accarezza il palmo; quelle chiavi lhanno accompagnata per anni, spostandole da borsa a tasca e ritorno: casa, automobile, casa di campagna, cassetta postale. Il suo piccolo tesoro di sicurezza.

Il filobus è affollato. Gente fissa il cellulare, qualcuno sbadiglia, altri mormorano contro le fermate. Stringe la borsa al petto e pensa alla giornata. A mezzogiorno dovrà chiamare la madre, chiedere della pressione. Rosina ha settantatré anni, vive in un quartiere vicino e rifiuta di trasferirsi più vicino al figlio.

Conosco tutti: farmacia, negozio, clinica. Dove andrò? si ripete.

Il pensiero le scalda il cuore: i volti familiari, i percorsi conosciuti, il sentire le proprie scarpe sul selciato senza guardare. Il senso di appartenenza è la sua bussola.

La clinica odora di cloro e medicine. Allingresso il guardiano le fa cenno. Nei corridoi la gente si accalca, alcuni litigano con la segreteria, altri fissano lorologio. Entra nel suo ufficio, toglie il cappotto, accende il computer e corre a prendere lacqua bollente.

Il reparto del personale è angusto: tre scrivanie, un armadio di fascicoli, una stampante che ronza e ingoia carta. La collega, una giovane donna di trentanni di nome Chiara, dispone i fogli.

Buongiorno spara Hai sentito la notizia?

Quale? posa la tazza sul tavolo e si siede.

Il direttore sanitario convoca tutti i capi reparto alle dieci. Dicono che parlerà di ottimizzazione.

La parola si posa come un vento gelido. Lottimizzazione negli ultimi anni significava solo licenziamenti.

Forse è solo un nuovo report tenta di sdrammatizzare.

Forse risponde incerta Chiara.

Il lavoro si fa vortice. Medici portano domande sulle ferie, lei firma, digita, offre consigli. Il pensiero della parola dellalba la tormenta.

Alle dieci, la chiamano nellaula magna con il capo del personale. Sono già seduti i responsabili di reparto, le caposuffraghe. Il direttore, un uomo di sessantanni, sistema la cravatta.

Parla di riforme, di nuovi standard, di miglioramento dellefficienza. Poi annuncia la revisione dellorganico, lunione di funzioni, la riduzione di unità ridondanti.

Le decisioni definitive arriveranno entro un mese dichiara. I responsabili riceveranno le liste delle posizioni da tagliare.

La frase posizioni pesa come pietra. Il capo del personale incrocia lo sguardo con lei, poi lo devia.

Torna al suo desk. Chiara, già informata, lancia:

Pensate ci colpirà?

Non lo so risponde lei già mancano le mani.

Se unissero con la contabilità la collega non termina.

Ricorda lanno precedente, quando unaltra clinica aveva tagliato un addetto alle risorse umane, lasciando tre persone a gestire il lavoro di quattro. Ce la faranno, avevano detto.

Prima di pranzo, si avvicina al capo del personale.

Un minuto? chiede.

Lui annuisce senza alzare lo sguardo.

Hai sentito? comincia lei.

Sì risponde a malapena.

Il nostro reparto balbetta.

Lui finalmente la guarda, stanco.

Non ho notizie concrete. Aspettiamo disposizioni dallalto. Quando le avremo, ti dirò.

Il corridoio sembra un forno, nonostante il maglione leggero. Il numero che le balena in testa è cinquanta. Non quaranta, età in cui si può ancora sperimentare. Non trenta, età del rischio. Cinquanta.

Rientra a casa più tardi del solito, il filobus è bloccato nel traffico e lei guarda fuori senza vedere la strada. Se la licenziano, che lavoro troverà? Una clinica privata? Un istituto tecnico? Iniziare da capo, imparare nuovi programmi, inserirsi in un nuovo gruppo? Il marito, vestito di giacca per un incontro importante, entra in cucina.

Hai cenato? chiede.

Ti aspettavo risponde lei vuoi scaldare la minestra?

No, ho già mangiato risponde, versandosi dellacqua filtrata. Oggi cè stato lincontro.

Anche noi replica lei. Parliamo del taglio.

Lui alza le sopracciglia.

A te?

Ancora non lo so. Hanno detto che rivedranno il personale.

Fa una pausa, poi si siede di fronte a lei.

Ho unofferta da allestero dice. La filiale tedesca della nostra azienda vuole un progetto. Serve qualcuno con esperienza, per duetre anni.

Lei lo guarda senza vedere il suo volto.

Hai accettato? domanda.

Sto valutando risponde. È unoccasione seria, sia sul piano economico che professionale.

Il pensiero dei soldi le colpisce più di ogni altra cosa: lappartamento, i lavori di ristrutturazione, lipoteca del figlio, le medicine per la madre.

Duetre anni ripete e cosa farò in quei duetre anni?

Lui distoglie lo sguardo.

Potremmo andare insieme. Lì cercano anche risorse umane. Io mi informo.

Lei immagina una città straniera, una lingua che conosce a malapena, i tentativi di spiegare le ferie. Immagina la madre sola, il figlio con la sua famiglia, il nipote che gioca in un parco tedesco, lei alla ricerca di panna fresca su scaffali con scritte incomprensibili.

O potresti restare qui aggiunge. Lavorare, stare con il nipote. I duetre anni volano.

Il suo tono è sicuro, ma nella voce cè incertezza. Stringe i denti sulla tazza.

E se non volano? chiede piano. Se tu rimani?

Lui sospira.

Non è un trasferimento permanente, è un contratto.

Un contratto può estendersi replica. Nuove opportunità, nuovi contatti. E qui

Le parole rimangono sospese; qui rappresenta tutto ciò che è familiare e pesante: le code in clinica, le strade piene di buche, i prezzi al supermercato, le notizie che non promettono più nulla di buono.

Silenzio. Dal vicino si sente lo spostamento di una sedia.

Non oggi dice lui infine. Sono stanco. Ne parleremo nel weekend.

Lei annuisce, sentendo unondata di emozione che non sa se è paura, rabbia o mera stanchezza.

Quella notte non riesce a dormire. Ascolta il respiro di Marco, le auto rare che passano fuori. I pensieri saltano dal taglio al contratto, alla madre, al nipote, al suo corpo che gli ricorda il ginocchio, la schiena, la pressione.

Al mattino chiama Lorenzo.

Mamma, sono in riunione sussurra. Tutto bene?

Sì risponde lei. Ti richiamo più tardi.

Non vuole parlare di lavoro, non sa bene cosa dire. Il papà vuole andare via, Potrei essere licenziata? Come suonerebbe a chi sta appena uscendo dai debiti?

A pranzo, il capo del personale la chiama di nuovo.

Natali, inizia il nuovo organigramma prevede la soppressione di una posizione nel reparto personale.

Il suo cuore si svuota.

Di quale? domanda, già sapendo.

Formalmente del ruolo senior risponde. Il tuo.

Formalmente? replica.

Posso offrirti il ruolo di ispettore propone è una retrocessione, ma non sarai licenziata. Lo stipendio sarà inferiore.

Si siede, le gambe come spugna.

Quanto meno?

Lui indica una cifra. Lei fa i conti mentalmente: meno due mila euro, ancora meno. Significherebbe stringere il bilancio, ridurre gli aiuti a Lorenzo, pensare a quali medicine comprare per Rosina.

Laltra opzione prosegue è il licenziamento con indennità di tre mesi e liscrizione al centro per limpiego.

Lei annuisce. Le parole centro per limpiego suonano come un luogo distante, di unaltra vita.

Riflettilo entro fine settimana dice. Poi facci sapere.

Esce dalla stanza e resta a fissare il cortile innevato della clinica. I pazienti entrano e escono, le ambulanze arrivano e ripartono. La vita continua, come se le sue notizie non fossero nulla.

Di sera va a trovare la madre. Rosina sta leggendo il giornale, gli occhiali poggiati sopra le pagine.

Sei pallida osserva. Hai misurato la pressione?

Va bene risponde Natali. È solo una giornata pesante.

Racconta del taglio, omettendo il progetto tedesco. Rosina ascolta, aggrotta la fronte.

Una retrocessione non è la fine del mondo dice lo stipendio è meno, ma il lavoro cè. A la tua età trovare un nuovo impiego è difficile.

E se provo qualcosa di nuovo? chiede Natali. Forse troviamo qualcosa di meglio?

Rosina sospira.

Decidi tu. A i miei tempi non ho più cambiato vita. Ma i tempi cambiano.

Il ritorno a casa è un lungo viaggio immaginario: osserva le case lungo la strada, le nuove torri di appartamenti con luci accese, i vecchi palazzi con vernice che si sfalda, gli alberi alti del suo quartiere dinfanzia. Dove potrebbe vivere se tutto cambiasse?

Nel weekend, lei e Marco finalmente si siedono a tavola e parlano davvero.

Ho bisogno di una decisione dice lui. Lazienda aspetta una risposta entro un mese.

Io ho bisogno di una decisione entro fine settimana replica lei. O la retrocessione, o il licenziamento.

Si guardano, gli occhi pieni di troppe domande.

Se rimani con la retrocessione, ce la faremo dice Marco. Io guadagnerò di più. Questi duetre anni li potremo superare.

E se ti porto via? chiede lei. Potrò lavorare lì? In quale lingua spiegherò le ferie?

Lui riflette.

Potremmo trovare corsi, imparare la lingua, magari iniziare non subito nel nostro campo. Ma

Quindi farebbe la spesa, pulire, servire? scherza lei.

Non esagerare. Sei capace, esperta. Troverai la tua strada.

E la mamma? Il nipote? Il figlio? ricorda. Come vivere in unaltra città sapendo che la madre è sola?

Possiamo assumere una badante, o trasferirla da Lorenzo risponde Marco.

Natali sorride amaramente.

Hai già parlato con lei? chiede. È quasi rifiutata lidea di chiamare un medico a casa.

Lui resta in silenzio; la stanza è piena di una pausa pesante.

Anchio ho paura dice infine. Non è semplice per me a cinquantadue anni iniziare da capo in un paese straniero. Ma qui vedo solo un lento spegnimento. Lì cè una chance. Se rifiuto, non avremo più nulla.

Il suo sguardo tradisce paura, ma anche una testardaggine di chi non vuole arrendersi.

E io? domanda. Dove è il mio futuro?

Marco non trova risposta.

La discussione si ripete, ogni argomento riciclando lo stesso ciclo. Alla fine Natali sente il cerchio chiudersi: ognuno stringe la propriaNel silenzio che segue il loro ultimo sguardo, Natali chiude gli occhi, lascia che il vento di febbraio le sussurri che ogni porta può aprirsi, anche quella più impensata, e si alza, pronta a percorrere il sentiero che il sogno le ha disegnato.

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