Il distacco predefinito – Andrà tutto bene, – sussurrò piano Valerio, cercando di dare sicurezza alla voce. Fece un respiro profondo, espirò e premette il campanello. La serata si preannunciava difficile, d’altronde, cosa aspettarsi? Conoscere i genitori della propria fidanzata… non è mai facile. La porta si aprì quasi subito. Sulla soglia stava la signora Allevina Petroni. Era impeccabile – capelli raccolti in uno chignon perfetto, abito dal taglio classico, un filo di trucco sugli zigomi. Lo sguardo le scivolò su Chiara, si soffermò sul cestino di biscotti che portava con sé e increspò leggermente le labbra. Un gesto minimo, quasi impercettibile, ma Chiara lo notò. – Accomodatevi, – disse la signora Allevina senza particolare calore nella voce, scostandosi per lasciarli entrare. Valerio fece il primo passo, evitando lo sguardo della madre, mentre Chiara lo seguiva, oltrepassando la soglia con cautela. Ad accoglierli, una penombra delicata e un profumo di sandalo. L’ambiente, curatissimo, trasudava ordine quasi maniacale: nessun oggetto fuori posto, nessun libro dimenticato, nessuna sciarpa buttata sul divano. Ogni dettaglio urlava controllo e perfezione, fino a risultare quasi innaturale. La signora Allevina li accompagnò nel salotto – una stanza spaziosa con un’ampia finestra velata da tende color panna. Al centro, un divano in stoffa pregiata, davanti un tavolino di legno scuro. Con un gesto, li invitò a sedere. – Gradite un tè? O preferite un caffè? – domandò, continuando a tenere Chiara a distanza. La voce era neutra, come se stesse seguendo un rituale, non certo desiderosa di farli sentire a casa. – Il tè andrà benissimo, grazie, – rispose educatamente Chiara, sforzandosi di far sembrare la voce calma e amichevole. Posa il cestino sul tavolino, scioglie il nastro e solleva leggermente il coperchio. L’aroma di biscotti appena sfornati si diffonde subito in tutta la stanza. – Ho portato dei biscotti fatti da me, se le va di assaggiarli… La signora Allevina indugia un attimo sull’offerta, poi annuisce. – Grazie, – si limita a dire, avviandosi verso la cucina. – Torno subito con il tè. Appena fuori dalla stanza, Valerio si china piano verso Chiara e sussurra: – Scusami. Lei è sempre così… distaccata. – Non è un problema, – sorride la ragazza, stringendogli la mano. – L’importante è che ci sei tu. In attesa che la padrona di casa tornasse col tè, la tensione sembrava riempire ogni angolo. Chiara guardava attorno: tutto era bellissimo e ordinato, ma la perfezione che trasmetteva risultava quasi respingente, come quella di una casa da esposizione. Poco dopo la signora Allevina tornò con un vassoio: tazze di porcellana decorate a fiori sottilissimi, una teiera d’argento, un piattino con i biscotti sistemati in cerchio. Servì il tè con movimenti misurati, poi si sedette sulla poltrona di fronte, le braccia conserte sulle ginocchia. – Dunque, Chiara, – esordì, scrutando la ragazza con attenzione. Lo sguardo della donna sembrava radiografare anche il modo in cui teneva la tazzina. – Valerio mi dice che frequenti scienze della formazione. Vuoi fare l’educatrice? – Sì, sono al terzo anno, – annuì Chiara con garbo, posando la tazza per non farla tremare. – Mi piace lavorare con i bambini. È un ruolo importante aiutare qualcuno a crescere, supportarlo nelle prime scoperte. – Con i bambini, – ripeté la signora Allevina, sollevando appena un sopracciglio con sottile ironia. – Scelta nobile, certo. Ma sai che gli stipendi… sono modesti? In questi tempi bisogna pensare anche al futuro, ad avere una stabilità. Valerio si riscosse. – Mamma, dai, non parlare subito di soldi! – la voce gli uscì più aspra del previsto, ma si corresse immediatamente. – Per Chiara è una vocazione, per noi il più importante è sostenerci a vicenda. I soldi… col tempo tutto si risolve. Sua madre si girò verso di lui, ma non rispose subito: assaporò il tè, pesando le parole. – Amare il proprio lavoro è splendido, – riprese, rivolgendosi ancora a Chiara. – Ma spesso non basta. Hai già qualche idea su dove lavorerai dopo la laurea? Obiettivi per i prossimi anni? Chiara prese fiato, sentendo che quella era una verifica più che una semplice curiosità. – Certo, ci penso spesso, – disse con tono fermo. – Voglio continuare in un asilo, intanto faccio esperienza. Poi mi piacerebbe specializzarmi con corsi per bambini con esigenze speciali. Non sarà facile, ma credo sia la mia strada. Per tutta risposta la signora annuì in silenzio, scrutando la ragazza come a voler indovinare le sue reali intenzioni. – Non voglio essere un peso per Valerio, – aggiunse Chiara. – Voglio lavorare, crescere, contribuire, anche se non solo in termini economici: per me conta anche occuparsi di ciò che rende felici. – Posizione interessante, – osservò la donna. – Ma hai mai pensato a lavori più remunerativi? Con le tue qualità potresti lavorare in una multinazionale, nelle vendite, nel marketing… lì sì che si guadagna. Valerio stava per intervenire, ma Chiara lo fermò con un gesto. Sentiva che doveva essere chiara. – E lei, signora Petroni, di cosa si occupa? – chiese, fissandola negli occhi. La domanda prese alla sprovvista la padrona di casa, che però si riprese subito. – Io… non lavoro. Mio marito mantiene la famiglia. Io organizzo la casa, lo aiuto, tengo tutto in ordine. Anche questo, pur non pagato, è un lavoro. – Capisco, – annuì Chiara, sentendo crescere in sé la determinazione. – Ma mi spiega allora perché, se lei ha scelto di occuparsi della famiglia, io dovrei obbligarmi a un lavoro più redditizio anche se non mi piacerebbe? Io non chiedo a Valerio di mantenermi! Cala una silenziosa tensione nella stanza. La signora lo percepisce, ma non si lascia sfuggire troppe emozioni. – Mio marito mi ha chiesto di non lavorare: poteva permetterselo. Valerio… Il ragazzo si contorse scomodo sul divano, turbato da quella tensione che lo soffocava. Gettò un’occhiata inquieta alla madre – il volto imperscrutabile – quindi a Chiara, seduta dritta, il mento alto, ma con negli occhi un lampo di delusione. – Chiara, lo capisci… – si schernì il ragazzo, le parole incerte e quasi sussurrate. – Mamma è solo preoccupata. Vorrebbe che non avessimo difficoltà facilmente evitabili. Chiara lo fissò, stupita che dopo averla sostenuta poco prima, ora sembrasse quasi allinearsi alla madre. – Quindi la pensi come lei? – chiese con voce calma. – Credi che non dovrei inseguire ciò che Amo? Che dovrei lavorare solo per guadagnare di più? – Non è proprio così… – farfugliò Valerio, stringendo e sciogliendo le mani. – Ma anche mia madre ha ragione a pensare al futuro. Serve una certa stabilità… dobbiamo capire come gestire tutto. La signora Allevina regalò al figlio un impercettibile sguardo soddisfatto, poi riprese, sempre gentile ma decisa: – Senti, Chiara, credi davvero che mio figlio debba sacrificare i suoi sogni? Da sempre vuole fare il giornalista, viaggiare, scrivere… Ora invece dovrebbe rinunciare a tutto per mantenere la famiglia? Chiara stava per rispondere, ma Valerio la anticipò: – Mamma, io… – No, Valerio, rispondi sinceramente, – lo incalzò la madre, senza distogliere lo sguardo. – Saresti disposto a sacrificare tutto questo per questa ragazza? A rinunciare ai progetti, ai viaggi, per garantire sicurezza? Valerio rimase immobile. Guardò Chiara: nei suoi occhi vide dolore, ma lei tacque, lasciandogli la responsabilità della risposta. Si sentiva lacerato tra l’istinto di proteggerla e il senso che forse la madre avesse ragione. – Io… – si interruppe, poi inspirò a fondo. – Non voglio rinunciare al mio sogno. Però non voglio nemmeno perdere Chiara. Credo che potremmo trovare un equilibrio: continuare entrambi a inseguire i nostri obiettivi… e sostenerci l’un l’altra. La signora sospirò e scosse il capo, ormai consapevole di aver detto tutto. Si adagiò alla poltrona, in attesa degli eventi. – Curioso: quindi Valerio non dovrebbe abbandonare i sogni, ma io sì? Io dovrei trovare un lavoro qualsiasi, mentre lui vive la sua passione? Non vi sembra incoerente? – Chiara abbozzò una risata ironica. Valerio abbassò lo sguardo, la tazzina tremava tra le sue dita. Non riusciva a trovare una risposta che andasse bene per tutti. – Beh… magari si può provare a conciliare… – balbettò lui. – Conciliare? – la madre sorrideva, ma il sorriso era tagliente. – Sai che non è possibile: o ti dedichi completamente alla carriera, o… Lasciò in sospeso, uno sguardo eloquente alla coppia. In quel silenzio c’era tutta la convinzione di una donna che aveva già visto la vita sbarazzarsi delle illusioni dei giovani. Valerio deglutì. Avrebbe voluto ribattere che i tempi erano cambiati, che il compromesso si può trovare, ma come sempre gli mancavano le parole davanti alla madre. – Bene, direi che per oggi è abbastanza, – concluse la signora Allevina, alzandosi in modo solenne. – È tardi e il quartiere la sera non è sicuro. È meglio che torni a casa, Chiara. Tu, Valerio, noi dobbiamo parlare seriamente. Adesso! Il tono non ammetteva repliche, era più un ordine che un invito. Valerio provò ad abbozzare una protesta: – Mamma, posso almeno accompagnare Chiara alla fermata…? – Non ci pensare nemmeno! – sbottò la donna, senza guardarlo. – Resto in ansia. Rimani qui. Valerio si richiuse in sé, le spalle curve, le mani raggrinzite sulle ginocchia. Sapeva che era inutile insistere. – Scusa, Chiara, – sussurrò, lo sguardo basso. – Forse è davvero meglio così. Prendi un taxi, ok? Chiara annuì senza discutere, si alzò senza aggiungere nulla, posò con delicatezza la tazzina e si mise la borsa a tracolla. – Va bene, – disse calma, sebbene le tremasse dentro la delusione. – Allora vado. Si avviò quieta verso l’uscita, solo un rapido gesto alla maglia come per ricomporsi. Ormai non cercava più di piacere, chiudeva solo il cerchio della cortesia. – Grazie per il tè, – pronunciò, e nella voce il distacco era ormai glaciale. – Arrivederci, – rispose seccamente la signora, rivolgendole appena uno sguardo. Prima di uscire, Chiara si voltò: Valerio restava seduto a capo basso, immobile. Non la fermò, non disse nulla. Questo silenzio fu la conferma definitiva: lui, alla fine, non avrebbe mai scelto lei. Appena fuori, Chiara inspirò a fondo l’aria della sera. Cercava di respingere l’ondata di emozioni che la travolgevano: dolore, rabbia, delusione. Solo ora si faceva chiaro: Valerio avrebbe sempre messo al primo posto la madre, anche a costo di perderla. S’avviò a passo svelto, quasi volesse fuggire da quei pensieri. A casa la accolse la solitudine e il silenzio ovattato che le permise di tirare un sospiro: ora poteva lasciarsi andare. Si sedette, a lungo, cercando serenità. Non era la fine del mondo, solo la fine di una storia. Un nuovo giorno arrivava, e con lui nuove opportunità. Sapeva che ce l’avrebbe fatta. ******************** Il giorno dopo non rispose alle chiamate di Valerio. Sentiva il bisogno di tempo e silenzio. I pensieri si rincorrevano: restare avrebbe voluto dire competere ogni giorno con sua madre, e Valerio… avrebbe vacillato ad ogni bivio, incapace di scegliere davvero. Passarono alcuni giorni in cui si immerse nello studio, uscendo quasi in automatico con i compagni. Ma la testa tornava sempre all’ultima conversazione, al silenzio di lui. Un pomeriggio, rientrando, lo trovò fuori dal portone. Incerto, spaesato, Valerio la chiamò: – Chiara! Si voltò; lui aveva il viso segnato, ma lo sguardo meno deciso che mai. – Dobbiamo parlare, – iniziò, fissando il marciapiede. – Mia madre… crede che tu non sia giusta per me. Chiara sollevò le sopracciglia, controllando l’emozione. – E tu? Cosa ne pensi? Valerio esitò, raccolse le parole senza trovarle. – Lei è la mia famiglia… Non voglio deluderla. Nel tono c’era stanchezza, non convinzione. – Quindi la pensi come lei? – chiese infine Chiara. – Non dico questo… – si affrettò a replicare. – Ma non posso voltarle le spalle. Come se volesse che fosse lei a trovare la soluzione. Ma Chiara non disse più nulla. In quel momento decise: non avrebbe passato la sua vita in questa dinamica. – Tu vuoi stare con me? – domandò fissa nei suoi occhi. Valerio non seppe rispondere, e il suo silenzio fu una risposta chiara. Chiara si voltò e salì. Quella sera, mentre camminava per la città ormai quieta, Chiara si accorse di sorridere. Liberata, consapevole. Anche se tutto sarebbe stato difficile, era pronta: non avrebbe più dovuto giustificarsi a nessuno. Era libera, ed era quello che contava.

Rottura per default

Andrà tutto bene, sussurrò piano Matteo, cercando di far sembrare la voce più sicura di quanto si sentisse. Inspirò a fondo, espirò e suonò il campanello. La serata si preannunciava impegnativa; daltronde, conoscersi con i genitori è sempre una faccenda delicata.

La porta si aprì quasi subito. Sulluscio comparve la signora Donatella Rossi. Era impeccabile: capelli raccolti in uno chignon da manuale, un tubino blu scuro che sembrava cucito addosso, trucco discreto ma ovviamente curato. Lo sguardo di Donatella scivolò su Claudia, si soffermò leggermente sul cestino di biscotti, poi le labbra si contrassero in una minuscola smorfia. Un gesto quasi invisibile, ma Claudia se ne accorse.

Prego, fatevi avanti, disse Donatella senza particolare entusiasmo, spostandosi per lasciarli entrare.

Matteo scivolò rapido nellingresso, schivando lo sguardo della madre, mentre Claudia lo seguiva con la circospezione di chi teme di lasciare impronte. Lappartamento li accoglieva con una luce calda e un vago profumo dincenso al sandalo. Tutto era perfettamente ordinato: nessun oggetto fuori posto, nessuna sciarpa lanciata sulla poltrona, nemmeno una rivista dimenticata. Ogni mobile, ogni dettaglio diceva: Qui il caos non è ammesso.

Donatella li accompagnò in soggiorno una stanza ariosa, illuminata a tratti dalla luce filtrata attraverso tende panna pesanti. Al centro troneggiava un divano largo rivestito in velluto color tortora accanto a un tavolino basso di legno scuro. Li invitò con un cenno a sedersi.

Gradite un tè? Un caffè? chiese, ignorando ostinatamente lo sguardo di Claudia. Parlava con un tono che faceva capire che offrire qualcosa fosse una penitenza più che un gesto dospitalità.

Un tè sarebbe perfetto, grazie, rispose Claudia cortese, sforzandosi di sembrare rilassata. Posò con attenzione il cestino sul tavolino, sciolse il fiocco e sollevò il coperchio. Laroma dei biscotti appena sfornati invase la stanza. Ho fatto dei biscotti se vuole assaggiare.

La signora Rossi gettò una rapida occhiata al cestino, poi annuì lievemente.

Va bene, disse, e si diresse in cucina. Arrivo subito.

Appena sparita oltre la porta, Matteo si sporse verso Claudia e sussurrò:

Scusa. Mamma è sempre così contenuta.

Tranquillo, sorride Claudia stringendogli la mano. Limportante è che ci sei tu.

Donatella rientrò poco dopo con un vassoio: tazzine di porcellana finissima decorate a fiori, teiera dargento e un piattino in cui aveva disposto i biscotti con rigido criterio geometrico. Sistemò tutto con gesti lenti e, seduta di fronte a loro su una poltrona, incrociò le gambe e le braccia.

Allora, Claudia, esordì fissando la ragazza con attenzione. Lo sguardo la perlustrava meticolosamente: capelli, mani, modo di impugnare la tazza. Matteo mi diceva che studi per diventare educatrice dinfanzia?

Sì, sono al terzo anno, annuì Claudia, tentando di tenersi le mani ferme. Mi piace molto. Lavorare con i bambini mi dà soddisfazione: seguirli nella crescita, vederli imparare, aiutare davvero

Con i bambini, certo, commentò Donatella, sollevando leggermente un sopracciglio. Nobile, senza dubbio. Ma sai anche che lo stipendio di uneducatrice è come dire? Poco generoso? Oggi bisogna pensare al futuro, alla stabilità.

Matteo si irrigidì allistante.

Mamma, dai, sempre coi soldi! protestò, più brusco del solito, poi si ammorbidì su consiglio del suo sesto senso. Claudia ama il suo lavoro, è questa la cosa importante. I soldi si sistema tutto col tempo. Possiamo sostenerci a vicenda, conta quello.

Donatella ruotò leggermente la testa verso il figlio senza rispondere, sorseggiò lentamente il tè come se stesse assaporando anche ogni parola.

Amare ciò che si fa è bellissimo, concesse infine, tornando su Claudia. Ma lamore da solo non paga laffitto, temo. Hai già pensato dove lavorerai dopo la laurea? Hai dei piani nei prossimi anni?

Claudia si concentrò per non mostrare ansia. Più che curiosità, quello era un test.

Certo, rispose, cercando di non tremare. Voglio lavorare in un asilo nido, prendere esperienza. Poi magari specializzarmi con corsi per bambini con esigenze particolari. È difficile, ma la considero una vocazione.

Donatella annuì con aria riflessiva, senza sbilanciarsi, limitandosi a scrutare Claudia come se stesse cercando di scrivere la sua autobiografia da due smorfie e un sorso di tè.

Non ho intenzione di vivere alle spalle di Matteo, aggiunse Claudia, alzando il mento. Voglio essere autonoma, lavorare, costruire qualcosa insieme, ognuno con il proprio contributo. Non mi interessa solo portare a casa uno stipendio: vorrei realizzarmi.

Punto di vista interessante, disse Donatella. Ma non hai mai considerato un lavoro più redditizio? Marketing, vendite Con la tua presenza potresti fare strada. E lì credimi qualche euro in più lo porti a casa.

Matteo stava per interrompere, ma Claudia gli fece cenno di lasciar perdere. Era il momento di parlare chiaro.

E lei, signora Donatella, che lavoro fa? chiese, ridefinendo i ruoli.

Il silenzio che seguì fu breve ma intenso; la domanda, un po audace, colse la madre di sorpresa.

Io Non lavoro, ammise dopo una pausa. Mio marito, il papà di Matteo, ci mantiene. Io mi dedico alla casa, agli impegni familiari, tengo tutto in ordine. È comunque un lavoro, anche se non remunerato.

Capisco, annuì Claudia, sentendo nascere dentro una certa determinazione. Quindi, dato che è orgogliosa della sua scelta, perché dovrei cambiare io? Se per lei va bene stare a casa, magari anche per me può andare bene essere appagata dal mio lavoro, anche se poco remunerato. Io non chiedo a Matteo di mantenere me!

Cadde un silenzio tanto austero quanto la tappezzeria dietro Donatella. Questa la fissava quasi per misurarne leffettivo peso specifico.

Mio marito voleva che io non lavorassi, poteva mantenerci, sa? Ma Matteo lasciò il discorso in sospeso con tutta la diplomazia dellesperta di sguardi eloquenti.

Matteo si strinse nelle spalle, sentendo il disagio espandersi come una goccia di caffè su una tovaglia nuova. Guardò Claudia, orgogliosa ma un filo interdetta.

Claudia, dai tentò, la voce fioca come se recitasse la parte dello studente bocciato. Mamma si preoccupa. Vorrebbe solo il meglio per noi, niente di più.

Claudia lo scrutò sorpresa. Fino a un secondo fa laveva sentito dalla sua parte, ora invece lo trovava confuso, a metà strada tra la voglia di compiacere la mamma e quella più debole di sostenerla.

Allora sei daccordo con lei? domandò Claudia, annaspando tra lamarezza e lironia. Vuoi che faccia un lavoro che odio, solo perché pagano di più?

No cioè, non proprio Matteo trafficava con le dita, inciampando nelle parole. Ma in fondo un domani bisogna essere pratici. Vivere alla giornata non basta. Vanno considerati anche i problemi di tutti i giorni.

Donatella regalò per la prima volta un briciolo di approvazione al figlio, poi si rivolse a Claudia, lasciando trapelare una certa dolcezza, ma senza smettere di stringere la presa sul discorso:

E lei pensa che mio figlio debba rinunciare ai suoi sogni? Vuole fare il giornalista, viaggiare, scrivere Una vita di passioni, certo, ma anche precaria. Dovrà forse smettere tutto per una famiglia?

Claudia stava per ribattere, ma Matteo la precedette:

Mamma, io

No, Matteo, rispondi con sincerità, lo bloccò Donatella. Saresti disposto a rinunciare a tutto per Claudia? Daresti via viaggi, articoli, sogni?

Matteo si bloccò. Guardò Claudia; nei suoi occhi vide delusione, ma lasciò che lui trovasse la risposta da solo. In lui si agitavano due voci: una che lo spronava a difenderla fino allultimo, laltra ahimè, più assennata che gli insinuava il germe del dubbio.

Io non voglio rinunciare ai miei sogni. Ma non voglio nemmeno perdere Claudia. Penso che un equilibrio si possa trovare: continuare con il giornalismo, magari non come prima, ma un po Claudia sarà accanto a me, e io a lei.

Donatella sospirò e si abbandonò allo schienale, lasciando intendere che aveva già detto ciò che serviva. Ora, parole o meno, toccava ai due giovani decidere.

Interessante, intervenne Claudia con un sorriso tagliente. Insomma, Matteo non può abbandonare i suoi sogni, ma io sì? Lavoro tanto per pagare le bollette, mentre lui se la spassa in giro per il mondo? Non vi sembra un po a senso unico?

Matteo abbassò la testa, la tazza tintinnava tra le dita. In testa solo pensieri nebulosi e nessuna frase utile a risolvere la situazione.

Beh magari si può mediare biascicò, come se un miracolo potesse uscire dal fondo della tazzina.

Mediare? rise la madre, con laria di chi ha già organizzato anche il futuro del cane. O diamo tutto, o niente. O la professione, o la famiglia. Le mezze misure, caro, le lasciamo agli aspirapolvere.

A Matteo si chiuse la gola. Avrebbe voluto replicare che i tempi cambiano, che oggi la gente riesce a conciliare, ma lo sguardo della madre lo riportò ai suoi undici anni, quando ammetteva persino che era stata Papà Noel in persona a portargli la bicicletta.

Direi che per oggi può bastare, decretò la signora Rossi, alzandosi con la stessa solennità della Pasqua. Sta già imbrunendo, qui a Trastevere la sera non è tranquilla. È meglio che torni a casa, Claudia. Matteo noi dobbiamo parlare, subito!

Inutile discutere. Era un ordine diplomatico, ma pur sempre un ordine.

Matteo abbozzò un tentativo:

Mamma, magari la accompagno almeno fino allautobus

Non se ne parla! lo bloccò, senza nemmeno girarsi. Mi agito se non ti ho sotto controllo. Resta qui.

Matteo si rattristò, le spalle basse da giocatore già ammonito. Sapeva che resistere era come provare a fermare un tram a mani nude.

Scusa, Claudia, bofonchiò. Hai ragione, è meglio non far preoccupare mamma. Ti chiamo un taxi, ok?

Claudia annuì, senza replicare. Posò la tazzina, raccolse la borsa e si alzò.

Va bene, disse calma, anche se dentro ribolliva come una moka piena. Allora vado.

Si accomodò la maglia sulle spalle, come se il gesto potesse offrirle una corazza. Non provò nemmeno a sorridere ormai sarebbe sembrato grottesco quanto una pizza allananas.

Grazie per il tè, mormorò, lasciando che una sfumatura gelida emergesse nella voce. Leducazione sopra ogni cosa, ma niente sforzi per compiacere oltre.

Arrivederci, rispose Donatella con distacco regale, fissando il nulla come se il posto di Claudia sulla poltrona non fosse mai stato occupato.

Claudia raggiunse luscita. Andava piano, con dignità, malgrado dentro sentisse il battito di una batteria rock sotto le costole. Sulluscio si voltò: Matteo sul divano, lo sguardo nel vuoto, le mani calcificate sulle ginocchia. Non la guardò, non si mosse, non tentò di fermarla. Il silenzio fu il vero addio.

Fuori, Claudia inspirò forte laria dautunno romano. Sentì il gelo scivolarle attorno, ma qualcosa dentro si quietò. La rabbia, la tristezza, la delusione si impastarono in un malloppo strano, che strozzava la voce ma lasciava spazio a pensieri più nitidi. Il messaggio era chiaro: Matteo sarebbe sempre rimasto dalla parte di sua madre, anche a costo di perderla.

Claudia prese via Garibaldi come se la maratona di Roma lavesse costretta alla fuga. Non mi ha difesa. Non ha detto che rispetta la mia scelta. Preferisce accontentare la mamma piuttosto che restare accanto a me, pensava. Accelerò il passo, le mani strette a pugno nelle tasche della giacca. Urlare? Impossibile, si sarebbe rotta la voce prima della dignità.

Arrivò a casa che ormai era buio. La via deserta, i sampietrini bagnati da una pioggia recente; i lampioni mandavano una luce fioca, quasi di scusa. Entrò, chiuse la porta a doppia mandata, si tolse le scarpe e si lasciò cadere sulla panca dellingresso. Il silenzio la avvolse come un plaid di lana ruvida: ruvido, ma sempre meglio di una discussione con Donatella Rossi.

Restò lì a lungo, fissando il nulla, aspettando che il tumulto dentro si placasse. I pensieri lentamente trovarono il loro posto. Non era la fine del mondo, solo di una storia che forse non sarebbe mai dovuta iniziare. Inspirò, espirò. Un nuovo giorno sarebbe arrivato, e con lui nuove possibilità. Sapeva che ce l’avrebbe fatta.

*********************

Il giorno seguente Claudia decise di ignorare le chiamate di Matteo. Il telefono vibrava ogni tanto, ma lei guardava il display con distacco, rimettendolo subito in borsa. Le serviva tempo per capire, e soprattutto per decidere se voleva continuare a recitare nella commedia del posto numero due in famiglia. Limmagine era questa: ogni discussione, decisione o scelta, sempre a seconda delle opinioni di Donatella. Nientaltro che malinconia.

E così, tra un caffè alluniversità e un pomeriggio di appunti, la vita riprese il suo ritmo automatico. Claudia faceva il necessario, usciva con le compagne, ma in fondo era in attesa. Le tornava sempre in mente l’ultima sera, quella tazza di tè, il silenzio di Matteo.

Dopo qualche giorno, rientrando, vide Matteo fermo davanti al portone. Era là impalato, le mani nelle tasche, lo sguardo da cocker colpevole. Claudia fece per entrare senza salutarlo, ma lui la richiamò:

Claudia!

Lei si fermò. Matteo si avvicinò, come per paura che scappasse via davvero.

Dobbiamo parlare, esordì, guardando un punto indefinito sul marciapiede. Mamma mi ha detto insomma, pensa che non sei adatta a me.

Claudia sollevò un sopracciglio. Dentro una valanga, fuori la calma olimpica.

E tu, che ne pensi? domandò, mantenendo la voce piatta.

Matteo esitò, occhi bassi, piedi che giochicchiavano tra i sanpietrini. Cera uno sforzo epocale nel trovare una frase degna.

Beh è sempre mia madre, rispose, stringendosi nelle spalle. Ci tiene a me. Non posso renderla infelice.

Nessuna sicurezza, solo una timida difesa dufficio. Claudia lo fissò, decisa a scoprire se lo pensava davvero.

Quindi sei daccordo con lei?

Non è che sono proprio daccordo farfugliò Matteo, debolmente. Però è la mia famiglia. Non posso ignorarla del tutto.

Restò in silenzio, come a sperare che Claudia inventasse una soluzione magica. Ma lei rimase zitta. E se tutto restasse così? Se ogni scelta dovesse essere pesata sul suo metro materno? Ci sarò sempre io, seconda scelta?

Vuoi stare con me? chiese Claudia senza mezzi termini, guardandolo dritto negli occhi.

Ancora esitazione. Matteo aprì la bocca, poi fece solo un cenno con le spalle, incapace di mettere assieme una frase vera. La risposta era tutta lì.

Claudia annuì, come a confermarsi quello che in fondo aveva già capito. Senza una parola, si voltò ed entrò in casa, lasciando Matteo sul marciapiede.

Matteo rimase a guardare la porta che si chiudeva, sentendo un vuoto che non riusciva a colmare nemmeno con una carbonara extra large. Avrebbe voluto chiamarla ancora, ma le parole quelle vere non arrivarono mai.

Quella sera, Claudia uscì a fare due passi. Via Garibaldi era silenziosa, i lampioni rischiaravano le foglie cadute, laria sapeva di pioggia e castagne lessate vendute allangolo. Camminava senza meta, lasciando che i piedi la portassero dove volevano.

Allimprovviso si ritrovò a ridere. Una risata leggera, quasi liberatoria un tonfo di sollievo e malinconia assieme. Davanti alle luci della città, capì che, anche se il futuro sarebbe stato incerto e tortuoso, era pronta ad affrontarlo. Forse per la prima volta, davvero libera: niente più scuse, niente più prove, niente più bisogno di dimostrare il proprio valore a chi non sapeva riconoscerlo. Finalmente, davvero, se stessa.

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Il distacco predefinito – Andrà tutto bene, – sussurrò piano Valerio, cercando di dare sicurezza alla voce. Fece un respiro profondo, espirò e premette il campanello. La serata si preannunciava difficile, d’altronde, cosa aspettarsi? Conoscere i genitori della propria fidanzata… non è mai facile. La porta si aprì quasi subito. Sulla soglia stava la signora Allevina Petroni. Era impeccabile – capelli raccolti in uno chignon perfetto, abito dal taglio classico, un filo di trucco sugli zigomi. Lo sguardo le scivolò su Chiara, si soffermò sul cestino di biscotti che portava con sé e increspò leggermente le labbra. Un gesto minimo, quasi impercettibile, ma Chiara lo notò. – Accomodatevi, – disse la signora Allevina senza particolare calore nella voce, scostandosi per lasciarli entrare. Valerio fece il primo passo, evitando lo sguardo della madre, mentre Chiara lo seguiva, oltrepassando la soglia con cautela. Ad accoglierli, una penombra delicata e un profumo di sandalo. L’ambiente, curatissimo, trasudava ordine quasi maniacale: nessun oggetto fuori posto, nessun libro dimenticato, nessuna sciarpa buttata sul divano. Ogni dettaglio urlava controllo e perfezione, fino a risultare quasi innaturale. La signora Allevina li accompagnò nel salotto – una stanza spaziosa con un’ampia finestra velata da tende color panna. Al centro, un divano in stoffa pregiata, davanti un tavolino di legno scuro. Con un gesto, li invitò a sedere. – Gradite un tè? O preferite un caffè? – domandò, continuando a tenere Chiara a distanza. La voce era neutra, come se stesse seguendo un rituale, non certo desiderosa di farli sentire a casa. – Il tè andrà benissimo, grazie, – rispose educatamente Chiara, sforzandosi di far sembrare la voce calma e amichevole. Posa il cestino sul tavolino, scioglie il nastro e solleva leggermente il coperchio. L’aroma di biscotti appena sfornati si diffonde subito in tutta la stanza. – Ho portato dei biscotti fatti da me, se le va di assaggiarli… La signora Allevina indugia un attimo sull’offerta, poi annuisce. – Grazie, – si limita a dire, avviandosi verso la cucina. – Torno subito con il tè. Appena fuori dalla stanza, Valerio si china piano verso Chiara e sussurra: – Scusami. Lei è sempre così… distaccata. – Non è un problema, – sorride la ragazza, stringendogli la mano. – L’importante è che ci sei tu. In attesa che la padrona di casa tornasse col tè, la tensione sembrava riempire ogni angolo. Chiara guardava attorno: tutto era bellissimo e ordinato, ma la perfezione che trasmetteva risultava quasi respingente, come quella di una casa da esposizione. Poco dopo la signora Allevina tornò con un vassoio: tazze di porcellana decorate a fiori sottilissimi, una teiera d’argento, un piattino con i biscotti sistemati in cerchio. Servì il tè con movimenti misurati, poi si sedette sulla poltrona di fronte, le braccia conserte sulle ginocchia. – Dunque, Chiara, – esordì, scrutando la ragazza con attenzione. Lo sguardo della donna sembrava radiografare anche il modo in cui teneva la tazzina. – Valerio mi dice che frequenti scienze della formazione. Vuoi fare l’educatrice? – Sì, sono al terzo anno, – annuì Chiara con garbo, posando la tazza per non farla tremare. – Mi piace lavorare con i bambini. È un ruolo importante aiutare qualcuno a crescere, supportarlo nelle prime scoperte. – Con i bambini, – ripeté la signora Allevina, sollevando appena un sopracciglio con sottile ironia. – Scelta nobile, certo. Ma sai che gli stipendi… sono modesti? In questi tempi bisogna pensare anche al futuro, ad avere una stabilità. Valerio si riscosse. – Mamma, dai, non parlare subito di soldi! – la voce gli uscì più aspra del previsto, ma si corresse immediatamente. – Per Chiara è una vocazione, per noi il più importante è sostenerci a vicenda. I soldi… col tempo tutto si risolve. Sua madre si girò verso di lui, ma non rispose subito: assaporò il tè, pesando le parole. – Amare il proprio lavoro è splendido, – riprese, rivolgendosi ancora a Chiara. – Ma spesso non basta. Hai già qualche idea su dove lavorerai dopo la laurea? Obiettivi per i prossimi anni? Chiara prese fiato, sentendo che quella era una verifica più che una semplice curiosità. – Certo, ci penso spesso, – disse con tono fermo. – Voglio continuare in un asilo, intanto faccio esperienza. Poi mi piacerebbe specializzarmi con corsi per bambini con esigenze speciali. Non sarà facile, ma credo sia la mia strada. Per tutta risposta la signora annuì in silenzio, scrutando la ragazza come a voler indovinare le sue reali intenzioni. – Non voglio essere un peso per Valerio, – aggiunse Chiara. – Voglio lavorare, crescere, contribuire, anche se non solo in termini economici: per me conta anche occuparsi di ciò che rende felici. – Posizione interessante, – osservò la donna. – Ma hai mai pensato a lavori più remunerativi? Con le tue qualità potresti lavorare in una multinazionale, nelle vendite, nel marketing… lì sì che si guadagna. Valerio stava per intervenire, ma Chiara lo fermò con un gesto. Sentiva che doveva essere chiara. – E lei, signora Petroni, di cosa si occupa? – chiese, fissandola negli occhi. La domanda prese alla sprovvista la padrona di casa, che però si riprese subito. – Io… non lavoro. Mio marito mantiene la famiglia. Io organizzo la casa, lo aiuto, tengo tutto in ordine. Anche questo, pur non pagato, è un lavoro. – Capisco, – annuì Chiara, sentendo crescere in sé la determinazione. – Ma mi spiega allora perché, se lei ha scelto di occuparsi della famiglia, io dovrei obbligarmi a un lavoro più redditizio anche se non mi piacerebbe? Io non chiedo a Valerio di mantenermi! Cala una silenziosa tensione nella stanza. La signora lo percepisce, ma non si lascia sfuggire troppe emozioni. – Mio marito mi ha chiesto di non lavorare: poteva permetterselo. Valerio… Il ragazzo si contorse scomodo sul divano, turbato da quella tensione che lo soffocava. Gettò un’occhiata inquieta alla madre – il volto imperscrutabile – quindi a Chiara, seduta dritta, il mento alto, ma con negli occhi un lampo di delusione. – Chiara, lo capisci… – si schernì il ragazzo, le parole incerte e quasi sussurrate. – Mamma è solo preoccupata. Vorrebbe che non avessimo difficoltà facilmente evitabili. Chiara lo fissò, stupita che dopo averla sostenuta poco prima, ora sembrasse quasi allinearsi alla madre. – Quindi la pensi come lei? – chiese con voce calma. – Credi che non dovrei inseguire ciò che Amo? Che dovrei lavorare solo per guadagnare di più? – Non è proprio così… – farfugliò Valerio, stringendo e sciogliendo le mani. – Ma anche mia madre ha ragione a pensare al futuro. Serve una certa stabilità… dobbiamo capire come gestire tutto. La signora Allevina regalò al figlio un impercettibile sguardo soddisfatto, poi riprese, sempre gentile ma decisa: – Senti, Chiara, credi davvero che mio figlio debba sacrificare i suoi sogni? Da sempre vuole fare il giornalista, viaggiare, scrivere… Ora invece dovrebbe rinunciare a tutto per mantenere la famiglia? Chiara stava per rispondere, ma Valerio la anticipò: – Mamma, io… – No, Valerio, rispondi sinceramente, – lo incalzò la madre, senza distogliere lo sguardo. – Saresti disposto a sacrificare tutto questo per questa ragazza? A rinunciare ai progetti, ai viaggi, per garantire sicurezza? Valerio rimase immobile. Guardò Chiara: nei suoi occhi vide dolore, ma lei tacque, lasciandogli la responsabilità della risposta. Si sentiva lacerato tra l’istinto di proteggerla e il senso che forse la madre avesse ragione. – Io… – si interruppe, poi inspirò a fondo. – Non voglio rinunciare al mio sogno. Però non voglio nemmeno perdere Chiara. Credo che potremmo trovare un equilibrio: continuare entrambi a inseguire i nostri obiettivi… e sostenerci l’un l’altra. La signora sospirò e scosse il capo, ormai consapevole di aver detto tutto. Si adagiò alla poltrona, in attesa degli eventi. – Curioso: quindi Valerio non dovrebbe abbandonare i sogni, ma io sì? Io dovrei trovare un lavoro qualsiasi, mentre lui vive la sua passione? Non vi sembra incoerente? – Chiara abbozzò una risata ironica. Valerio abbassò lo sguardo, la tazzina tremava tra le sue dita. Non riusciva a trovare una risposta che andasse bene per tutti. – Beh… magari si può provare a conciliare… – balbettò lui. – Conciliare? – la madre sorrideva, ma il sorriso era tagliente. – Sai che non è possibile: o ti dedichi completamente alla carriera, o… Lasciò in sospeso, uno sguardo eloquente alla coppia. In quel silenzio c’era tutta la convinzione di una donna che aveva già visto la vita sbarazzarsi delle illusioni dei giovani. Valerio deglutì. Avrebbe voluto ribattere che i tempi erano cambiati, che il compromesso si può trovare, ma come sempre gli mancavano le parole davanti alla madre. – Bene, direi che per oggi è abbastanza, – concluse la signora Allevina, alzandosi in modo solenne. – È tardi e il quartiere la sera non è sicuro. È meglio che torni a casa, Chiara. Tu, Valerio, noi dobbiamo parlare seriamente. Adesso! Il tono non ammetteva repliche, era più un ordine che un invito. Valerio provò ad abbozzare una protesta: – Mamma, posso almeno accompagnare Chiara alla fermata…? – Non ci pensare nemmeno! – sbottò la donna, senza guardarlo. – Resto in ansia. Rimani qui. Valerio si richiuse in sé, le spalle curve, le mani raggrinzite sulle ginocchia. Sapeva che era inutile insistere. – Scusa, Chiara, – sussurrò, lo sguardo basso. – Forse è davvero meglio così. Prendi un taxi, ok? Chiara annuì senza discutere, si alzò senza aggiungere nulla, posò con delicatezza la tazzina e si mise la borsa a tracolla. – Va bene, – disse calma, sebbene le tremasse dentro la delusione. – Allora vado. Si avviò quieta verso l’uscita, solo un rapido gesto alla maglia come per ricomporsi. Ormai non cercava più di piacere, chiudeva solo il cerchio della cortesia. – Grazie per il tè, – pronunciò, e nella voce il distacco era ormai glaciale. – Arrivederci, – rispose seccamente la signora, rivolgendole appena uno sguardo. Prima di uscire, Chiara si voltò: Valerio restava seduto a capo basso, immobile. Non la fermò, non disse nulla. Questo silenzio fu la conferma definitiva: lui, alla fine, non avrebbe mai scelto lei. Appena fuori, Chiara inspirò a fondo l’aria della sera. Cercava di respingere l’ondata di emozioni che la travolgevano: dolore, rabbia, delusione. Solo ora si faceva chiaro: Valerio avrebbe sempre messo al primo posto la madre, anche a costo di perderla. S’avviò a passo svelto, quasi volesse fuggire da quei pensieri. A casa la accolse la solitudine e il silenzio ovattato che le permise di tirare un sospiro: ora poteva lasciarsi andare. Si sedette, a lungo, cercando serenità. Non era la fine del mondo, solo la fine di una storia. Un nuovo giorno arrivava, e con lui nuove opportunità. Sapeva che ce l’avrebbe fatta. ******************** Il giorno dopo non rispose alle chiamate di Valerio. Sentiva il bisogno di tempo e silenzio. I pensieri si rincorrevano: restare avrebbe voluto dire competere ogni giorno con sua madre, e Valerio… avrebbe vacillato ad ogni bivio, incapace di scegliere davvero. Passarono alcuni giorni in cui si immerse nello studio, uscendo quasi in automatico con i compagni. Ma la testa tornava sempre all’ultima conversazione, al silenzio di lui. Un pomeriggio, rientrando, lo trovò fuori dal portone. Incerto, spaesato, Valerio la chiamò: – Chiara! Si voltò; lui aveva il viso segnato, ma lo sguardo meno deciso che mai. – Dobbiamo parlare, – iniziò, fissando il marciapiede. – Mia madre… crede che tu non sia giusta per me. Chiara sollevò le sopracciglia, controllando l’emozione. – E tu? Cosa ne pensi? Valerio esitò, raccolse le parole senza trovarle. – Lei è la mia famiglia… Non voglio deluderla. Nel tono c’era stanchezza, non convinzione. – Quindi la pensi come lei? – chiese infine Chiara. – Non dico questo… – si affrettò a replicare. – Ma non posso voltarle le spalle. Come se volesse che fosse lei a trovare la soluzione. Ma Chiara non disse più nulla. In quel momento decise: non avrebbe passato la sua vita in questa dinamica. – Tu vuoi stare con me? – domandò fissa nei suoi occhi. Valerio non seppe rispondere, e il suo silenzio fu una risposta chiara. Chiara si voltò e salì. Quella sera, mentre camminava per la città ormai quieta, Chiara si accorse di sorridere. Liberata, consapevole. Anche se tutto sarebbe stato difficile, era pronta: non avrebbe più dovuto giustificarsi a nessuno. Era libera, ed era quello che contava.