Regalo del destino
Giulio arrivò a casa della madre che era già sera inoltrata, lei non si stupì: succede spesso con suo figlio. Dopo il divorzio, viveva solo, mentre suo figlio Riccardo restava con la madre.
Riccardo ti ha aspettato: avevi promesso di portarlo a pattinare. Ora dorme, non svegliarlo. Adesso scaldo qualcosa, mangi un boccone e poi vai a riposare.
Giulio mangiò in silenzio, poi entrò nella stanza dove dormiva Riccardo e si sdraiò accanto a lui. Faticava a prendere sonno, ripensando senza motivo a Viola, la sua prima moglie. Dopo di lei, erano seguite altre due donne, ma nessuna era stata come lei.
Non aveva mai dimenticato Viola. Crebbero insieme dallo stesso asilo, giocavano a rincorrersi tra le case grigie di una periferia di Milano, erano vicini di casa. Frequentarono la stessa classe alle scuole elementari, poi liceo, e infine iscritti entrambi alluniversità. Così si sposarono, sempre fianco a fianco. Le famiglie, felici, li consideravano inseparabili come caffè e cornetto.
Tutti li ammiravano, una coppia splendida, quasi da cartolina. Vivevano bene, in un appartamento ereditato da Viola dopo la morte della nonna. Col tempo, però, una nuvola si piazzò sopra la loro felicità: Viola non riusciva a restare incinta. Tutto andava bene, in salute e nel lavoro, ma bambini niente.
Le proposero un ciclo di cure termali in Liguria, vicino al mare, ma Giulio si oppose:
Non mi va che torni con un bambino che non sia mio.
Giulio, non hai fiducia in me? Viola pianse sottovoce.
I genitori suggerirono di adottare un bambino, ma Giulio non voleva sentirne parlare.
Voglio un figlio mio, punto e basta…
Arrivò il decimo anniversario di nozze: la tavola preparata, gli ospiti in attesa. Ma Giulio ritardava, la gente aspettava, lumore scendeva e, alla fine, se ne andarono, lasciando la tavola piena e intatta.
Quella notte, Giulio non tornò a casa. Viola piangeva in una solitudine tanto prevedibile quanto crudele. Da qualche tempo Giulio era cambiato. La mattina seguente rientrò e annunciò una notizia che la schiacciò come un peso di pietra: aveva trascorso la notte con una donna, madre di due figli. Lei gli aveva promesso un figlio che poi avrebbero cresciuto insieme.
Giulio! Ma come hai potuto? Non mi hai nemmeno detto nulla… Non ti perdonerò mai, vai via! …Anzi, aiutami prima ad adottare un bambino, ti prego singhiozzò.
Sì, così dai anche il mio cognome a uno che non è mio? Poi vorrai pure i soldi ogni mese…
Viola visse il dolore della separazione come un traversare il mare dinverno. I parenti, gli amici e i colleghi le furono accanto. Ma desiderare unadozione non bastava: a una donna sola nessuno affidava un bimbo.
Viola chiuse per sempre la porta alle spalle di Giulio. Dieci anni. Dieci anni dattesa, illusioni, pillole amare, aghi appuntiti, e silenzi densi come la nebbia sulle colline lombarde. Giulio era andato via senza rumore, come si lascia un ufficio la sera.
Scusa, Viola. Sono stanco.
Mezzo anno dopo, seppe da amici comuni che Giulio aveva avuto un figlio. Il mondo non crollò, semplicemente sbiadì, come una fotografia in vetrina.
Visse un anno senza sentire niente: lavoro-casa-insonnia-lavoro. Un giorno, per ripararsi dalla pioggia, si rifugiò in un piccolo bar di zona Darsena a Milano: lì, nascosto dietro un cappuccino freddo, trovò Sergio, vecchio amico di Giulio, una volta anima delle serate, ora uno sguardo spento in una tazzina vuota.
Sergio, ciao… esordì, avvicinandosi.
Lui sollevò lo sguardo stanco e le sorrise con malinconia.
Viola? Ma che ci fai qui?
Si raccontarono tutto. Lui confessò:
Mi sono lasciato con Francesca. Ci teneva troppo ai soldi, e io con lofficina ho avuto una sfortuna tremenda: incendio, debiti. Mi ha sbattuto fuori casa. Non ho più genitori, non ho posto dove andare, niente di niente.
Vieni a casa mia, propose Viola, sorpresa del suo stesso tono.
Non cera pietà, solo una decisione: aiutare un vecchio amico. Non pensava allamore, ma in quella fortezza ormai vuota era entrata una creatura ancora più sola di lei.
Ma Giulio?
Non lo sai? Mi ha lasciata, voleva un figlio ad ogni costo. Non ci sono riuscita…
Sergio era sinceramente stupito.
Non sapevo… Abbiamo vite così distanti ormai. Ecco, questo il destino.
Già, ormai mi sono abituata, replicò Viola.
Sergio iniziò a vivere sul divano. I primi giorni si aggirava come unombra, ringraziando per ogni tozzo di pane. Poi, poco a poco, prese possesso della casa: riparò il rubinetto gocciolante, aggiustò la libreria sgangherata, cucinò la cena. Era tenero, tranquillo. La solitudine di casa, col suo arrivo, diventò pace.
Parlavano molto, ogni sera. Viola lo aiutò a trovare lavoro nellufficio dove lavorava. Sergio era grato. Così, passo dopo passo, iniziarono a vivere insieme. E alla fine si sposarono.
Una volta, persino incontrarono Francesca, lex di Sergio. Lei li squadrò sarcastica:
Goditelo pure, tanto a me non serve magari ti fa anche un figlio, disse con una malizia tagliente come limone sul sale.
Magari, grazie mille rispose Viola col sorriso.
Con Sergio, la felicità ricominciò a fiorire. Viola era di nuovo amata, finalmente rideva sul serio, non per cortesia, ma perché era felice. Tornò a vivere. Non solo esistere: vivere tra programmi per il futuro, discussioni su vecchi film di Sordi, colazioni fatte di brioche e caffè fumanti.
Un giorno, finalmente il discorso tanto temuto:
Viola disse Sergio, perché non adottiamo un bambino?
Viola, dapprima pensava di aver capito male. Lo guardava incredula.
Sì, Viola! Ti sei emozionata così tanto da perdere la voce? rise lui.
Ritrovata la voce, rispose:
Sarebbe per me il dono più bello. Lho desiderato da anni, non sapevo se saresti stato daccordo… Grazie di aver capito da solo.
Sergio era felice di averle dato una vera sorpresa.
Allora, domani organizziamo tutto. È un nostro desiderio in comune, non perdiamo tempo.
Sei il mio tesoro! rise Viola, incredula che finalmente la fortuna fosse dalla sua parte.
Documenti, trafile, visite allorfanotrofio, attese senza fine, giorni che scorrevano tra speranza e paura. Viola improvvisamente si accorse di qualcosa di strano: viveva da un mese in un ritmo sconosciuto al passato. Teneva tutto dentro, ma andò in farmacia. Il test mostrò due linee rosa, decise e canzonatorie, come stelle filanti a Carnevale.
Ecco la tua strada. Quella vera.
Quasi incredula, corse nella stanza da suo marito.
Sergio, non ci crederai, guarda porse il test. Avremo una bambina.
Santo cielo, Viola, davvero? Dobbiamo andare dal medico subito!
Il dottore confermò: Viola era incinta. Sergio si prese cura di lei con scrupolo: niente pesi, mille coccole, gelati al pistacchio e regali, ogni suo desiderio era legge.
Quando venne il tempo, nacque Chiara occhi limpidi, braccia rosee. Sergio pianse senza vergogna, cullando la neonata tra le braccia mentre lasciavano la clinica di via Fatebenefratelli.
Finalmente, siamo a casa. Ci aspetta una vita lunga e felice, il nostro vero tesoro: nostra figlia.
La casa si riempì di nuovi suoni: pianti, risate, lodore di talco e notti senza sonno, affrontate insieme, mano nella mano. La felicità non era perfetta: cerano stanchezza e discussioni, ma era robusta come un ulivo sul Gargano.
Un pomeriggio destate camminavano in un parco, Chiara dormiva nel passeggino. Loro, con le dita intrecciate, scelsero insieme quale sentiero prendere. Quasi si scontrarono con Giulio, solo, invecchiato, occhi svaniti, una birra nella mano.
Si fermarono, un silenzio tra loro.
Ciao, borbottò Giulio.
Lo sguardo gli sfiorò Viola, Sergio, il passeggino.
Ho sentito che siete felici
Sì, disse Viola stiamo bene. E tu?
Alzò una mano, lo sguardo perso lontano.
Cosa vuoi che ti dica Sposato altre due volte. Non è andata. Riccardo vive con mia madre, li vedo a volte. Io… insomma, così.
Mancava il rancore nella sua voce, rimaneva solo unamarezza stanca. Guardò Sergio per un istante, accennò a un sorriso, poi abbassò il capo.
Non vi trattengo.
Si allontanò piano, curvo, sagoma isolata nella luce del parco pieno di bambini e voci.
Sergio abbracciò Viola.
Andiamo, amore mio le sussurrò. Chiara sta per svegliarsi, è ora di tornare.
Viola spinse il passeggino, e insieme si incamminarono verso casa. Non era una casa ideale, ma era vera. Costruita non sui sogni, ma sui frammenti di delusione che il destino aveva riunito con un tocco surreale, come in quei sogni strani dove tutto sembra stonato ma è, comunque, reale.
Il loro era un amore testardo, diventato pietra.
Grazie di essere passati tra le pieghe di questa storia. Buona fortuna a tutti, e che il destino vi regali tesori strani come questo.





