Il dono del destino Antonio era arrivato tardi dalla madre, ma lei non si stupì: succede spesso con suo figlio. Dopo il divorzio Antonio vive da solo, mentre suo figlio Michele abita con la madre. – Michele ti ha aspettato, avevi promesso di portarlo a pattinare. Si è addormentato da poco, non svegliarlo. Intanto ti scaldo la cena, mangi e vai a dormire. Antonio cenò e poi si sdraiò accanto a Michele. Non riusciva a dormire, pensava a Dina, la sua prima moglie, che non aveva mai dimenticato. Dopo di lei ci furono altre due donne, ma non era la stessa cosa. Antonio e Dina erano cresciuti insieme: dall’asilo, vicini di casa, compagni di scuola, poi l’università, infine il matrimonio. Le rispettive famiglie erano entusiaste, tutti li consideravano la coppia perfetta. Conducevano una bella vita, nella casa che Dina aveva ereditato dalla nonna. Ma la loro felicità era incrinata: Dina non riusciva ad avere figli. Erano sani, eppure la culla restava vuota. A Dina proposero una cura in un centro al mare, ma Antonio si rifiutò: – Non voglio che tu torni con un figlio non mio! – Antonio, non ti fidi di me? – chiese lei, piangendo. I genitori suggerirono di adottare, ma Antonio non voleva sentirne parlare. – Voglio un figlio mio, punto. Alla cena per i dieci anni di matrimonio, gli ospiti aspettarono a lungo Antonio, che non arrivò. Sconsolati, se ne andarono quasi senza toccare il cibo. Antonio non tornò nemmeno quella notte. Al mattino, confessò a Dina di essere stato con un’altra donna, madre di due figli. Lei gli aveva promesso di avere un figlio da lui e di affidarlo a loro. – Antonio, ma come hai potuto? Mi hai tradita! Perché non me ne hai parlato? Non ti perdono, vattene… anzi, aiutami prima ad adottare un bambino – lo supplicò tra le lacrime. – Così poi gli dai il mio cognome e mi chiedi il mantenimento?!? Dina soffrì molto, fu un duro colpo, ma amici e parenti l’aiutarono. Avrebbe voluto adottare, ma da sola non poteva. Chiuse per sempre la porta alle spalle di Antonio. Dieci anni di speranze, medicine, silenzi, e infine la solitudine. Decise di lasciar andare. Dopo sei mesi seppe che Antonio era diventato padre. Il mondo non crollò, semplicemente perse colore. Per un anno visse in automatico, immersa nel lavoro e nell’insonnia. Un giorno, riparandosi dalla pioggia in un bar, rivide Oleg, un amico di Antonio. Era cambiato, segnato dalle difficoltà. – Oleg, ciao – lo salutò. Solo allora lui la riconobbe e sorrise tristemente. Si raccontarono tutto. Oleg era stato cacciato dalla moglie Ritta dopo aver avuto problemi con il lavoro e un incendio in officina. Era rimasto senza famiglia e senza casa. – Vieni da me – gli offrì Dina, stupita lei stessa delle proprie parole. Non era pietà, ma una decisione sincera. Aveva trovato una persona che stava peggio di lei. Oleg accettò. Nei primi giorni si aggirava in punta di piedi, ma piano piano riprese vita, aiutando in casa e mostrò di essere attento e premuroso. Per la prima volta la casa di Dina non era più un luogo di silenzio ostile, ma di serenità. La sera parlavano e ridevano. Dina trovò lavoro a Oleg nel suo stesso ufficio. Così, passo dopo passo, iniziarono a vivere insieme e, in seguito, si sposarono. Incontrarono anche Ritta, l’ex di Oleg, che li liquidò con sarcasmo: – Goditelo pure, magari ti farà un figlio… – Speriamo – rispose Dina. Con Oleg, Dina tornò a sentirsi felice, importante per qualcuno. Per la prima volta rideva di cuore, facevano progetti insieme, discutevano di film, bevevano il caffè al mattino. Un giorno, Oleg le chiese seriamente: – Dina, perché non adottiamo un bambino? Dina quasi non credette alle sue orecchie, era commossa e felice. – È il mio sogno da sempre – gli confessò. – Allora è anche il mio! – sorrise Oleg. Raccolsero i documenti, iniziarono le visite all’orfanotrofio. Ma Dina, sentendo qualcosa di diverso, decise di fare un test. Due linee rosa: era incinta. Corse da Oleg, incredula. – Oleg, guarda! Avremo un bambino! – Davvero? Che felicità! Il dottore confermò la gravidanza: era finalmente arrivato il miracolo. Per Dina, che aveva aspettato quattordici anni, fu la gioia più grande. Oleg la viziava, la proteggeva, la riempiva d’affetto. Quando nacque la loro Aline, una bimba dagli occhi chiari e vivaci, Oleg non trattenne le lacrime: – Finalmente siamo una famiglia! Ora abbiamo il nostro tesoro. La casa si riempì di gioia, profumo di borotalco, risate, carezze e notti insonni passate insieme. Non era una felicità perfetta, ma solida, costruita sulle ferite e sulle speranze. Un giorno, passeggiando nel parco con la carrozzina, si imbatterono in Antonio, solo, invecchiato, un po’ smarrito. Scambiò poche parole, percependo la felicità di Dina e Oleg. Poi se ne andò, curvo, nel sole. Oleg abbracciò Dina: – Andiamo, amore mio. Aline si sveglierà presto, è ora di tornare a casa. Dina prese la carrozzina. Insieme tornarono verso la loro vera casa, costruita non sulle illusioni, ma su un amore reale e indistruttibile. Grazie per aver letto, per i vostri commenti e il vostro sostegno. Felicità e fortuna a tutti! (Il dono del destino)

Un dono del destino

Antonio arrivò tardi a casa della madre; lei non si sorprese affatto, era abituata alle abitudini imprevedibili di suo figlio. Dopo il divorzio, Antonio viveva solo, mentre il loro figlio, Michelino, era rimasto con la madre.

Michelino ti ha aspettato tutta la sera, avevi promesso di portarlo con te al pattinaggio. Adesso dorme, quindi non svegliarlo. Ti scaldo qualcosa da mangiare, poi vai anche tu a riposare.

Antonio mangiò in silenzio, poi entrò nella cameretta di Michelino e si sdraiò accanto a lui. Non riusciva a prendere sonno: senza sapere perché, gli tornarono in mente i ricordi della sua prima moglie, Dina. Dopo Dina, ci furono altre due donne, ma con nessuna riuscì mai a sentirsi completo.

Dina non laveva mai veramente dimenticata. Cresciuti insieme fin dallasilo, le loro famiglie erano vicine di casa, scherzavano e studiavano nella stessa classe del liceo e poi si iscrissero anche alluniversità insieme. Sembrava destino inevitabile che si sposassero, sempre luno accanto allaltra. I genitori, da entrambe le parti, erano felici: quella coppia era il fiore allocchiello del quartiere.

La gente li ammirava tutti, così uniti e belli. Vivevano bene nellappartamento che Dina aveva ereditato dalla nonna. Eppure una tristezza silenziosa velava la loro felicità: Dina non riusciva a rimanere incinta. Entrambi sani, ma niente bambini.

I medici consigliarono a Dina una cura alle terme, al mare. Ma Antonio non volle lasciarla andare.

Non mi va che tu torni con un figlio di un altro, aveva detto, mascherando la gelosia con lironia.

Antonio, non ti fidi di me? chiese lei, con le lacrime agli occhi.

I genitori proposero di adottare un bambino, ma Antonio non ne voleva sapere.

Io voglio un figlio mio, rispondeva puntualmente.

Per il decimo anniversario di matrimonio si erano riuniti con amici e parenti. Tutti aspettavano Antonio, che però non arrivava mai. Gli ospiti, imbarazzati, rimasero a lungo, poi se ne andarono senza aver toccato cibo dal tavolo ancora imbandito.

Quella notte Antonio non fece ritorno a casa. Dina era sconvolta, singhiozzava in silenzio, sentiva che doveva aspettarselo. Negli ultimi tempi Antonio era molto cambiato. Tornò la mattina dopo con una notizia sconvolgente: aveva passato la notte da unaltra donna, madre di due figli, che gli aveva promesso di dargli un figlio e lasciarlo crescere a loro.

Ma come hai potuto, Antonio? si disperava Dina Mi hai tradita Perché non me ne hai parlato prima? Non ti perdonerò mai. Vai via Anzi, no. Aiutami almeno ad adottare un bambino, supplicava.

Così poi gli dai il mio cognome e mi chiedi gli alimenti? Non se ne parla, rispose Antonio.

Dina visse il dolore della separazione come una ferita profonda; laiutarono i parenti, pochi amici e colleghi. Avrebbe voluto tanto adottare un bambino, ma da sola non glielo permettevano.

Chiuse per sempre la porta in faccia al marito. Dieci anni di attesa, speranze, cure dolorose, odore di cliniche e un silenzio che si faceva sempre più denso. Antonio se ne era andato senza troppe parole.

Perdonami, Dina. Sono stanco.

Sei mesi dopo venne a sapere dagli amici comuni che Antonio aveva avuto un figlio. Il mondo non crollò, semplicemente perse colore, come una vecchia foto sbiadita.

Dina visse un anno in modo meccanico: lavoro, casa, notti insonni. Finché un giorno, in una piccola caffetteria dove trovò rifugio durante un acquazzone, vide Orazio, un amico di Antonio, sempre allegro e pieno di spirito. Ma ora, davanti a lei, sedeva un uomo stanco, che giocherellava nervosamente con una tazzina vuota.

Orazio, ciao, si avvicinò, perché lui non sembrava vedere nessuno attorno.

Orazio alzò gli occhi, vide Dina e sorrise tristemente.

Dina?! Ciao, ma che ci fai qui?

Si sedettero a parlare. Tutto venne fuori in un fiato:

Io e Rita ci siamo lasciati, lo sai lei ha sempre dato importanza solo ai soldi. Ho avuto un incendio nellofficina, sono rimasto pieno di debiti. Mi ha buttato fuori di casa perché non portavo più soldi. I miei non ci sono più, non ho dove andare.

Vieni a stare da me, propose Dina, stupendo lei stessa.

Non era compassione la sua, ma una decisione: aiutare un vecchio amico. Non pensava a salvataggi o storie damore. Solo, nella sua fortezza vuota e silenziosa compariva qualcuno che stava peggio.

Non ti dà fastidio? E Antonio?

Non lo sai? Mi ha lasciata perché non potevo dargli un figlio se nè andato da chi glielo ha dato

Orazio si mostrò stupito.

Scusami, Dina, non lo sapevo. Viviamo in quartieri diversi, è passato tanto tempo. Alla fine è il destino che ha scelto per noi.

Pazienza, mi sono abituata.

Orazio prese posto sul divano. I primi giorni era quasi invisibile, si scusava per ogni pezzetto di pane. Poi ricominciò piano a vivere: sistemò il rubinetto che perdeva, riassemblò la libreria, cucinò la cena. Si rivelò incredibilmente attento e sereno. Con lui il silenzio non era più un nemico: diventava armonia.

Ogni sera parlavano a lungo. Dina gli trovò un lavoro dove era impiegata anche lei. Orazio fu molto grato. Così, giorno dopo giorno, impararono a vivere insieme. E infine si sposarono.

Un giorno si imbatterono persino in Rita, la ex moglie di Orazio. Li guardò con sarcasmo e disse acidamente:

Goditelo pure, per me vale meno di niente forse almeno a te farà un figlio.

Speriamo, grazie di cuore, rispose Dina sorridendo.

Con Orazio, Dina tornò a sentirsi felice; qualcuno si prendeva cura di lei, era di nuovo importante per qualcuno. Per la prima volta, dopo anni, rideva davvero, non solo per cortesia. Ricominciava a vivere, non a sopravvivere, con piccoli sogni condivisi, battibecchi sui film, il caffè del mattino in cucina.

Un giorno affrontarono insieme un discorso importante. Orazio aveva notato la sofferenza della moglie.

Dina, che ne dici se adottassimo un bambino?

Dina, incredula, rimase senza parole e lo fissò spaesata.

Davvero vuoi? Orazio mio, desidero questo da tanto tempo! Non sapevo se accettavi, non avevo il coraggio di chiedertelo. Grazie di averlo intuito prima tu

Orazio ne fu felice: sorprendere la moglie lo colmava di gioia.

Allora domani stesso ci informiamo e iniziamo la pratica.

Sei il migliore al mondo, rise Dina, illuminata di felicità. Sentiva di avere davvero vinto alla lotteria della vita, incontrando Orazio.

Iniziarono a preparare i documenti, a visitare lorfanotrofio e, improvvisamente, Dina si accorse: da un mese ormai viveva in un ritmo nuovo. Senza parlarne con Orazio, andò in farmacia: il test segnava due linee. Due segni decisi, sembravano prenderla in giro, come a dirle: Ecco la tua strada, quella vera.

Quasi senza crederci, corse da Orazio.

Orazio, non ci crederai gli mostrò il test, avremo un bambino!

Mio Dio, Dina! Davvero? Domani subito dalla ginecologa!

Il medico confermò la gravidanza e Dina entrò in una nuova apprensione fatta di felicità e attese.

Per Orazio e Dina iniziò una nuova festa della vita, la più bella e desiderata di tutte. Quattordici anni di sospiri per Dina si trasformarono finalmente in gioia.

Orazio era premuroso, non le lasciava fare sforzi, la viziava con piccoli regali e dolci, le comprava qualsiasi cosa desiderasse.

Arrivò finalmente anche il loro tesoro: una figlia. Puntuale, nacque Alina, una bimba dagli occhi limpidi come il mare. Orazio non aveva vergogna delle lacrime: quando la prese in braccio alluscita dallospedale, disse con voce rotta:

Siamo finalmente tutti a casa. Ci aspetta una lunga vita felice il nostro vero tesoro, la nostra bambina.

La loro casa si riempì di un senso nuovo: grida, risate, profumo di talco, notti insonni passate mano nella mano. La felicità non era perfetta: cerano fatiche, discussioni, stanchezze. Ma era solida come un vecchio olivo cresciuto sulla pietra.

Un pomeriggio destate, passeggiando nel parco con la carrozzina, quasi si scontrarono con Antonio. Era solo, invecchiato, gli occhi spenti, una birra in mano. Si fermarono un attimo, immobili.

Ciao, disse infine Antonio.

I suoi occhi toccarono Dina, Orazio, la carrozzina.

Ho sentito dire che state bene.

Sì, rispose semplicemente Dina, davvero bene. E tu?

Fece un gesto vago, guardando altrove.

Mah Mi sono risposato due volte, senza successo. Mio figlio sta con mia madre, li vado a trovare. Io ormai insomma. Non mi è andata bene.

Nessuna rabbia, solo uno struggente senso damarezza. Guardò Orazio, come rammentando qualcosa, accennò un sorriso amaro.

Va bene. Non vi trattengo. Ciao.

Riprese il cammino, la figura curva e solitaria in un parco pieno di sole e di vita.

Orazio cinse le spalle di Dina.

Andiamo, amore mio, la rassicurò piano. Alina presto si sarebbe svegliata, era ora di tornare a casa.

Dina afferrò la maniglia della carrozzina e imboccarono insieme il loro viale. Verso la loro casa vera, costruita non sui sogni, ma sulle macerie da cui erano ripartiti. E proprio per questo, la loro vita ora era forte, vera, indiscutibile.

A volte la felicità arriva con strade impensate. Bisogna solo trovare il coraggio di ricostruire tra le rovine, perché il destino ci regala sempre nuove occasioni, se siamo disposti ad accoglierle con cuore sincero.

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Il dono del destino Antonio era arrivato tardi dalla madre, ma lei non si stupì: succede spesso con suo figlio. Dopo il divorzio Antonio vive da solo, mentre suo figlio Michele abita con la madre. – Michele ti ha aspettato, avevi promesso di portarlo a pattinare. Si è addormentato da poco, non svegliarlo. Intanto ti scaldo la cena, mangi e vai a dormire. Antonio cenò e poi si sdraiò accanto a Michele. Non riusciva a dormire, pensava a Dina, la sua prima moglie, che non aveva mai dimenticato. Dopo di lei ci furono altre due donne, ma non era la stessa cosa. Antonio e Dina erano cresciuti insieme: dall’asilo, vicini di casa, compagni di scuola, poi l’università, infine il matrimonio. Le rispettive famiglie erano entusiaste, tutti li consideravano la coppia perfetta. Conducevano una bella vita, nella casa che Dina aveva ereditato dalla nonna. Ma la loro felicità era incrinata: Dina non riusciva ad avere figli. Erano sani, eppure la culla restava vuota. A Dina proposero una cura in un centro al mare, ma Antonio si rifiutò: – Non voglio che tu torni con un figlio non mio! – Antonio, non ti fidi di me? – chiese lei, piangendo. I genitori suggerirono di adottare, ma Antonio non voleva sentirne parlare. – Voglio un figlio mio, punto. Alla cena per i dieci anni di matrimonio, gli ospiti aspettarono a lungo Antonio, che non arrivò. Sconsolati, se ne andarono quasi senza toccare il cibo. Antonio non tornò nemmeno quella notte. Al mattino, confessò a Dina di essere stato con un’altra donna, madre di due figli. Lei gli aveva promesso di avere un figlio da lui e di affidarlo a loro. – Antonio, ma come hai potuto? Mi hai tradita! Perché non me ne hai parlato? Non ti perdono, vattene… anzi, aiutami prima ad adottare un bambino – lo supplicò tra le lacrime. – Così poi gli dai il mio cognome e mi chiedi il mantenimento?!? Dina soffrì molto, fu un duro colpo, ma amici e parenti l’aiutarono. Avrebbe voluto adottare, ma da sola non poteva. Chiuse per sempre la porta alle spalle di Antonio. Dieci anni di speranze, medicine, silenzi, e infine la solitudine. Decise di lasciar andare. Dopo sei mesi seppe che Antonio era diventato padre. Il mondo non crollò, semplicemente perse colore. Per un anno visse in automatico, immersa nel lavoro e nell’insonnia. Un giorno, riparandosi dalla pioggia in un bar, rivide Oleg, un amico di Antonio. Era cambiato, segnato dalle difficoltà. – Oleg, ciao – lo salutò. Solo allora lui la riconobbe e sorrise tristemente. Si raccontarono tutto. Oleg era stato cacciato dalla moglie Ritta dopo aver avuto problemi con il lavoro e un incendio in officina. Era rimasto senza famiglia e senza casa. – Vieni da me – gli offrì Dina, stupita lei stessa delle proprie parole. Non era pietà, ma una decisione sincera. Aveva trovato una persona che stava peggio di lei. Oleg accettò. Nei primi giorni si aggirava in punta di piedi, ma piano piano riprese vita, aiutando in casa e mostrò di essere attento e premuroso. Per la prima volta la casa di Dina non era più un luogo di silenzio ostile, ma di serenità. La sera parlavano e ridevano. Dina trovò lavoro a Oleg nel suo stesso ufficio. Così, passo dopo passo, iniziarono a vivere insieme e, in seguito, si sposarono. Incontrarono anche Ritta, l’ex di Oleg, che li liquidò con sarcasmo: – Goditelo pure, magari ti farà un figlio… – Speriamo – rispose Dina. Con Oleg, Dina tornò a sentirsi felice, importante per qualcuno. Per la prima volta rideva di cuore, facevano progetti insieme, discutevano di film, bevevano il caffè al mattino. Un giorno, Oleg le chiese seriamente: – Dina, perché non adottiamo un bambino? Dina quasi non credette alle sue orecchie, era commossa e felice. – È il mio sogno da sempre – gli confessò. – Allora è anche il mio! – sorrise Oleg. Raccolsero i documenti, iniziarono le visite all’orfanotrofio. Ma Dina, sentendo qualcosa di diverso, decise di fare un test. Due linee rosa: era incinta. Corse da Oleg, incredula. – Oleg, guarda! Avremo un bambino! – Davvero? Che felicità! Il dottore confermò la gravidanza: era finalmente arrivato il miracolo. Per Dina, che aveva aspettato quattordici anni, fu la gioia più grande. Oleg la viziava, la proteggeva, la riempiva d’affetto. Quando nacque la loro Aline, una bimba dagli occhi chiari e vivaci, Oleg non trattenne le lacrime: – Finalmente siamo una famiglia! Ora abbiamo il nostro tesoro. La casa si riempì di gioia, profumo di borotalco, risate, carezze e notti insonni passate insieme. Non era una felicità perfetta, ma solida, costruita sulle ferite e sulle speranze. Un giorno, passeggiando nel parco con la carrozzina, si imbatterono in Antonio, solo, invecchiato, un po’ smarrito. Scambiò poche parole, percependo la felicità di Dina e Oleg. Poi se ne andò, curvo, nel sole. Oleg abbracciò Dina: – Andiamo, amore mio. Aline si sveglierà presto, è ora di tornare a casa. Dina prese la carrozzina. Insieme tornarono verso la loro vera casa, costruita non sulle illusioni, ma su un amore reale e indistruttibile. Grazie per aver letto, per i vostri commenti e il vostro sostegno. Felicità e fortuna a tutti! (Il dono del destino)