Dono di Dio
La mattina era grigia e cupa, nuvoloni bassi strisciavano sul cielo, mentre in lontananza si udivano i tuoni attutiti. Un temporale si stava avvicinando, il primo della primavera. Linverno era ormai passato, ma anche la primavera sembrava esitare a mostrare il suo vero volto. Faceva ancora freddo, soffiavano venti dispettosi che sollevavano vecchie foglie e le trascinavano qua e là. Solo qualche filo derba verde provava timidamente a spuntare dalla terra ancora dura. Le gemme sugli alberi restavano chiuse, loro tesori nascosti.
Sembrava che la natura stessa fosse in trepidante attesa della pioggia. Linverno era stato povero di neve, ventoso, secco. La terra aveva riposato male, senza la giusta umidità né il conforto del manto di neve, e ora attendeva con speranza la benedizione del temporale. La pioggia avrebbe portato la vita, dissetato la terra assetata, lavato via la polvere e la tristezza, risvegliando infine la vera primavera: generosa, fiorita, come una donna giovane e piena damore. Solo allora sarebbero spuntati fili derba nuova, fiori colorati, tenere foglie e dolci frutti sugli alberi. Gli uccelli sarebbero tornati a cantare felici, intenti a costruire i loro nidi fra i rami verdi dei giardini. La vita sarebbe ripresa.
Luca, vieni a fare colazione! mi chiamò Chiara dalla cucina. Il caffè si raffredda.
Dal corridoio mi raggiunse il profumo di caffè e uova strapazzate. Dovevo alzarmi. Ma dopo la nostra lunga e pesante conversazione della sera precedente, tra le lacrime di Chiara e una notte insonne, non ne avevo alcuna voglia. Eppure, la vita va avanti.
Anche Chiara aveva il viso stanco, gli occhi arrossati con ombre scure sotto di essi. Mi porse la guancia smagrita per un bacio e accennò un sorriso fragile.
Buongiorno, amore Sembra proprio che venga giù un temporale. Dio mio, quanto desidero la pioggia! Quando arriverà finalmente la vera primavera? Senti che mi sono venuti in mente dei versi:
Aspetto la primavera, come una liberazione
Dal gelo dellinverno, dalla solitudine.
Primavera, aspetto che tu porti chiarezza
In tutti i miei pensieri confusi.
Mi sembra che, quando arrivi
Tutto si rischiarirà allistante.
Mi sembra che solo tu
Possa rimettere ogni cosa a posto.
Più onesta,
Più semplice,
Più sicura,
Più vera.
Dove sei, primavera? Arriva presto
La abbracciai stretto, baciando la sua testa inclinata e bionda che profumava destate e di camomilla. Mi si strinse il cuore dalla tenerezza. Povera la mia Chiara, la mia adorata! Perché il destino ci ha colpiti così? Lunica speranza che ci teneva in piedi in questi anni era stata spezzata, proprio ieri, dal noto professore.
Mi dispiace tanto, ma lei non potrà avere figli ci aveva detto. Il soggiorno a Chernobyl, Luca, ha avuto conseguenze irreparabili. Purtroppo, la medicina non può nulla. Vorrei davvero poter fare qualcosa per voi.
Chiara si asciugò energicamente una lacrima e scosse i capelli.
Luca, ci ho pensato tanto e ho deciso. Dobbiamo prendere un bambino dallorfanotrofio. Quanti bambini abbandonati ci sono là fuori! Prendiamo un maschietto, lo cresceremo come nostro figlio. Sei daccordo? Labbiamo desiderato così tanto e pianse ancora, appoggiandosi al mio petto. Anche io, nonostante tutto, non riuscii a trattenere le lacrime.
Certo che sono daccordo! Non piangere, amore mio, non piangere.
Un tuono fragoroso squarciò laria; la casa sembrò tremare tutta. Poi, la pioggia scrosciò giù, abbondante e benefica. Il cielo spalancò le sue porte! Finalmente, sembrava che Dio avesse ascoltato le nostre preghiere.
Il temporale rinfrescò laria, le stanze divennero scure come se fosse notte. Continuava a tuonare e lampeggiare sopra i nostri tetti. Io e Chiara ci stringemmo davanti alla finestra aperta: le gocce fredde ci sfioravano il viso, il profumo del temporale ci dava speranza. Una cortina di buio che fino a poco prima avvolgeva i nostri cuori si stava dissolvendo, lavata via dalla prima pioggia di primavera. Avrei voluto che non smettesse mai. La pioggia di primavera è simbolo di vita, di rinascita!
Qualche giorno dopo eravamo davanti al portone dellorfanotrofio di Bologna per un appuntamento. Stavamo per scegliere nostro figlio, il tanto atteso figlio, il nostro piccolo Marco. Lo amavamo già, senza averlo ancora visto, con lamore accumulato negli anni di attesa. Il cuore batteva allimpazzata. Premetti il campanello, la porta si aprì: ci aspettavano.
Avevamo già incontrato la direttrice, la signora Anna Verdi, ma ora ci accompagnavano dai bambini che avremmo potuto adottare. Già nella prima stanza, notai una bimba seduta su un tappetino bagnato, con una maglietta sporca e il naso sporco di muco, ma con due occhi azzurrissimi e tristi. Si percepiva subito la sua solitudine, labbandono, il bisogno daffetto. Il cuore mi si strinse. Ecco cosa vuol dire orfanotrofio: il rifugio dei dimenticati.
Entrammo nella stanza successiva, dove altri piccoli dormivano o giocavano. Lassistente ci spiegava letà e le poche notizie dei genitori. I bambini erano curati, puliti, sorvegliati. Linfermiera li prendeva in braccio con delicatezza, mostrandoli come se fossimo acquirenti al mercato. Mi venne da pensare: ora manca solo chiedere il prezzo al chilo
Luca, torniamo da quella bambina così triste, mi sussurrò Chiara. Le strinsi la spalla.
Scusi, potremmo rivedere la bambina dagli occhi azzurri della prima stanza? le chiesi gentilmente.
Ma voi cercavate un maschio! Lei non è pronta per le adozioni. Non lavevamo prevista tra i candidati, rispose sorpresa.
Vorremmo rivederla lo stesso, insistetti.
Ci riportò indietro, stupita e un po incerta.
Aspettate qui, chiamo la direttrice, ci disse indicandoci due sedie.
Chiara mi si strinse addosso.
Luca, prendiamola noi, quella bambina. Mi si è fermato il cuore a vederla.
Anche a me. Ha i tuoi stessi occhi, gli stessi capelli. Ed è così indifesa
Tornarono la direttrice e linfermiera. Anna Verdi era perplessa.
Non è la scelta migliore. Non credo sia la bimba adatta per voi.
Come mai? È così somigliante a Chiara! Guardi, sono identiche! replicai deciso, dirigendomi nella stanza.
La bimba era stata lavata, le avevano cambiato i pantaloni, tolto il tappetino sporco; il viso le si era già ravvivato. Quando vide che ci fermavamo vicino alla sua culla, ci sorrise, mostrando due fossette sulle guance. Sporse le braccia per venire da noi, mostrando la voglia di camminare Chiara mi prese la mano convulsamente: la piccola aveva i piedi rivolti allindietro. Senza pensare la presi in braccio; lei mi strinse forte, incollando il suo faccino bagnato sul mio.
Mi vennero le lacrime agli occhi, Chiara pianse sulla mia spalla. Anna Verdi si voltò e si asciugò una lacrima.
Venite nel mio ufficio. Infermiera, prenda la piccola Lucia, disse fermamente.
La bambina era nata in un paesino sperduto dellAppennino da genitori già avanti con letà e con molti figli. Era malformata alle gambe. I genitori non la volevano: Non abbiamo soldi per operarla né voglia di allevare uninvalida, aveva detto il padre. Così Lucia era finita in orfanotrofio.
Ora decidete voi. Potrà diventare una bambina come tutte, ma serviranno operazioni, tanta pazienza e tanto amore. Parlatene insieme. Vi darò lindirizzo del professore che lha vista. Avete un mese di tempo per riflettere, e poi non venite più, i bambini si attaccano in fretta e soffrono le delusioni.
Passò un mese. Io e Chiara avevamo già deciso: Lucia sarebbe stata nostra figlia. Il medico di Firenze garantì che, con diverse operazioni, le gambe sarebbero diventate normali. Bastava trovare i soldi. Decidemmo di vendere la macchina nuova e interrompere la costruzione della casa nuova. Per ora avremmo vissuto nel monolocale: purché Lucia stesse bene! Contavamo i giorni, impazienti.
E finalmente, di nuovo davanti al portone familiare. Portavo in mano un mazzo di peonie rosa, Chiara una borsa piena di regali. La direttrice aveva lo sguardo lucido di lacrime.
Entrammo insieme nelle sale dei bambini: Lucia era cresciuta, i capelli biondi si erano arricciati, le guance erano rosee, spuntavano i primi dentini. Sorrideva, cinguettava qualcosa. La presi in braccio, lei mi abbracciò il collo stringendosi forte.
Tutto il giorno passammo allorfanotrofio, ascoltando raccomandazioni di dottori e infermiere. Ladozione richiese procedure e tempi: il tribunale tolse ai genitori i diritti, così nessuno avrebbe più potuto riprendere la bambina.
Lucia fu finalmente a casa con noi. Chiara lasciò il lavoro per occuparsene completamente, iniziando a prepararla alla prima operazione a Firenze. Un mese in clinica, e già vedevo mia figlia mangiare da sola la pappa, fare miao come il gatto, imitare la capretta. Per ora le sue gambine facevano male a vedersi e uscivamo solo con pantaloni lunghi. Camminava ondeggiando, come unanatroccola, ma era vivace e precoce: sapeva già il nome di tutti ed era amata da tutti.
Ma il suo preferito ero io, papà. Così mi chiamava, e nel tempo anche Chiara mi chiamò affettuosamente papino. Io ero completamente preso da Lucia: era il mio raggio, la mia felicità.
Un anno dopo iniziarono altre operazioni. Più volte girammo tra Bologna, Firenze e Roma. Quanta sofferenza ha sopportato quella piccola anima! Quanta pazienza da parte nostra. Quante notti in bianco passate da Chiara al capezzale in ospedale. Poi, la vittoria: le gambe finalmente dritte come ogni bambina. Lucia correva e saltava!
A cinque anni la iscrissero allasilo. Le maestre notarono subito la sua attitudine per il disegno e ci suggerirono una scuola darte. A sei anni Lucia entrò all’accademia di disegno per bambini. I suoi quadri, pieni di colori e gioia, finirono presto alle esposizioni. Tutti si stupivano per il talento e ancor più per letà dellartista.
A sette anni iniziò la scuola primaria, diventando subito la leader del suo gruppo: era spigliata, socievole, sempre vivace. Ottimi voti, proseguiva la scuola darte e si era iscritta a un corso di danza. Dovunque cera lei, cera gioia. Io e Chiara andavamo orgogliosi alle riunioni con gli insegnanti, tutti la adoravano: nessuno sapeva quanto aveva sofferto questa bambina né quanto amore e dedizione avessimo messo nellallevarla.
Dio non dimenticò nemmeno noi. Da quando Lucia era entrata in famiglia, la fortuna cambiò. Il mio piccolo studio di grafica prese a crescere, al punto che potemmo trasferirci a Firenze, comprando una bella casa e iscrivere Lucia a una scuola di pregio. Oggi Lucia è in prima media, sempre tra le migliori, frequenta laccademia darte. È una bella bambina dagli occhi azzurri e capelli doro. Dolce, solare, amata da tutti. Un vero dono di Dio, la nostra Lucia.
E oggi, guardando Lucia sorridere felice, capisco che il vero miracolo è lamore: non quello che si riceve, ma quello che si dona ogni giorno, anche controvento. La felicità più grande talvolta viene dove meno te la aspetti, ma solo se ci si apre allaltro senza riserve.






