Il figlio non vuole portare la madre a vivere con sé perché in casa deve esserci solo una padrona, e…

Il figlio non vuole portare la mamma a vivere con lui, perché in casa cè già una sola padrona, e quella sono io.

Non è giusto! gridano i parenti di mio marito alle cene domenicali, tra il profumo delle lasagne e le luci tremolanti dei lampadari antichi. È pur sempre sua madre! Potrebbe sistemarla da lui, no? Lo dicono senza guardarmi davvero negli occhi. So che anche i miei amici la pensano così, ma nessuno osa dirmelo apertamente. Tutto si muove come in una scena capovolta, come un sogno surreale in una piazza vuota: e il motivo ha a che fare con mia suocera.

Mariangela ha 83 anni e pesa più di centoventi chili. Si ammala spesso, tossisce come unorchestra di clarinetti. Perché non prendete Mariangela con voi? chiese una volta una lontana cugina, immersa nel suo tailleur viola È bello aiutarla tutti i giorni, certo, ma se una notte succedesse qualcosa? È dura per lei, da sola. Tuo figlio Claudio è la sua unica speranza.

Sembra scritto da Dante che della nonna si debba occupare il solo figlio, la sola nuora e il solo nipote. Negli ultimi cinque anni Mariangela non ha mai varcato luscio dellappartamento. Le fanno male le gambe e la stazza le impedisce quasi di muoversi. Eppure, trentanni fa, la suocera era spirito ardente e volontà ferrea giovane, sana e impaziente.

Chi hai portato qui da me? sussurrò con voce tagliente la madre del mio futuro marito Claudio. Per questa qui ho sacrificato tutta la mia esistenza?

Dopo quelle parole, mi ritrovai a camminare sulla banchina della stazione di Firenze sotto un lampione pallido, come in un quadro di De Chirico. Mariangela allepoca viveva in una bella villa sulle colline del Chianti: suo marito era stato un funzionario importante, aveva lasciato una vita agiata anche dopo la sua morte. Quella sera Claudio mi raggiunse e tornò a casa con me. Ebbi fortuna con mio marito, uno che non ubbidisce ciecamente. Però il rispetto per i vecchi ce lha nel sangue. Provava a rassicurarmi: era solo natura burbera, diceva, una questione di carattere.

Dopo il matrimonio, iniziammo a risparmiare per una casa tutta nostra. Claudio partì per Torino col treno notturno e non tornò per sei mesi. Lavorava. Alla fine, riuscimmo a comprare una casetta e poi a sistemarla. Da Mariangela andavamo raramente. Nel frattempo, lei aveva sparso storie strane su di me e aveva convinto chiunque fosse disposto ad ascoltarla: La mia nuora Emilia non vuole che aiuti mia madre. Non me lo lascia fare!, e così via.

Decise di trasferirsi in città, a Bologna, ma i soldi della vendita della villa non bastavano. Propose di dare anche i nostri: assicurava che i documenti della casa sarebbero stati intestati a nostro figlio, suo nipote. Ma dal notaio, tra i marmi freddi e i timbri pesanti come sassi, cambiò tutto: disse che la casa doveva esserle intestata, che aveva sentito dalla parrucchiera che le nonne troppo generose si trovano spesso in mezzo a una strada. Poi cambiò ancora, sostenendo che avrebbe lasciato la casa a chi si fosse preso cura di lei nella vecchiaia. Voleva restare padrona dei muri e delle ombre! Ci accusava di volerla fregare e abbandonare.

Da allora sono passati quasi ventanni. Tutti nello studio notarile ricordano ancora i suoi lamenti, mentre noi, impacciati come in una pantomima, ci arrendemmo. Si trasferì quasi subito e ci vietò perfino di imbiancare una parete. Vi abitò circa un mese, poi iniziò a lamentarsi che tutto era vecchio, che si scrostava, che cadeva a pezzi. E, ovviamente, la colpa era mia: Le hai trovato una casa brutta per fregarmi.

Mariangela adorava i figli della cugina, ma ignorava completamente nostro figlio. Faceva finta perfino di non ricordare la sua data di nascita! Alcuni anni fa si ammalò ancora e ingrassò a dismisura, tanto che muoversi in salotto era ormai impresa dantesca. Le portavo piatti cucinati secondo le ricette del dottore, ma lei imprecava e rifiutava il cibo: Solo la mia cugina mi nutre come si deve, tu mi fai morire di fame!

Lanno scorso mio marito cominciò a chiedermi di portarla a casa nostra. Secondo lui, ora che stava male, avrebbe seguito le regole del medico.

Va bene, dissi ma a certe condizioni: in cucina comando io, solo io decido cosa si mangia e niente parenti di Mariangela che varchino la soglia!

La suocera si offese e non volle venire: credeva che sarebbe arrivata e comandato lei la nostra cucina, tra profumi di basilico e aglio. Ma in questa casa, la padrona sono solo io! Mi toccò continuare ad andare da lei, pulire, cucinare, dormire lì la notte tra tappeti orientali che sembravano ossessionarmi. Intanto la cugina prediletta si preoccupava solo al telefono, tra una chiamata e unaltra dal parrucchiere.

Mariangela si lamentava: Mi tieni a stecchetto! Niente dolci, niente salame nostrano. Telefonava alla cugina: Portami almeno una torta! Ma lei, sempre impegnata, rimandava. Abitava tre vie più vicina di me, ma veniva solo una volta al mese portando pasticcini e chiacchiere, mentre io mi spezzavo la schiena ogni giorno.

Un giorno, come in un sogno confuso, Mariangela chiamò la cugina, piangendo che erano spariti il suo collier e il crocifisso. Quel giorno sia io che la cugina eravamo passate da lei, eppure era sicurissima che la ladra fossi io.

Senza fiatare, poggiai il pasto sul tavolo e raccolsi il collier e il crocifisso, caduti dietro il comodino come in uno scherzo del destino. Tornata a casa, raccontai tutto a Claudio e decidemmo: basta. Proposi la casa di riposo, e lui acconsentì.

Così, nella nebbia surreale di questo sogno emiliano, lasciammo che Mariangela si avvicinasse finalmente ad altri cortili, ad altri premurosi, nei giorni che si arrotolano uno dopo laltro come una lunga fila di tortellini fatti a mano.

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