Il fiocco rosso

Fiocco rosso

Giulia era in piedi davanti ai fornelli, lo sguardo perso nel vapore che saliva lentamente dalla pentola del farro. Non quello dei negozi delicatessen, ma il più umile, quello in offerta al supermercato a un euro e venti centesimi al sacchetto, piccolo e amarognolo. Mescolò con il cucchiaio di legno, abbassò la fiamma e si appoggiò con la schiena al vecchio frigorifero IGNIS, che vibrò leggermente, come se approvasse il suo gesto.

Fuori dalla finestra scorreva via Via dei Muratori. Case popolari a cinque piani, tigli che in primavera rigurgitano pollini dentro le finestre aperte, ledicola allangolo con i fiori di carta colorata esposti fuori. Giulia abitava lì da dodici anni, e ormai quella strada era parte di lei, come un callo sulla pianta del piede, come labitudine a saltare il quarto gradino sulla scala perché cigolava.

Alberto entrò in cucina senza annunciare, come sempre. Sapeva farsi notare, lui. Alto, spalle larghe, la camicia grigio perla che Giulia non aveva mai visto prima. Solo dopo qualche secondo realizzò che era nuova; allinizio, invece, sentì solo il profumo. Leggero, floreale, con una dolcezza di fondo che non le apparteneva, né era colonia da uomo, né odore dei sedili in pelle della sua macchina.

Allora, mia guerriera? Alberto gettò unocchiata nella pentola e fece una smorfia bonaria. Di nuovo acqua e pane?

Farro, riportò Giulia. Con cipolla.

Con la cipolla diventa già un lusso rise, dandole una pacca sulla spalla. Tieni duro. Ancora un po, e sistemiamo tutto. Vedrai, Le Betulle non scappano.

Giulia annuì. Sapeva farlo in modo che sembrasse assenso, anche se in realtà era solo stanchezza che le pesava sul collo. Il giramento di testa si era fatto costante, terzo giorno di fila, come se la stanza si inclinasse appena appena. Sapeva bene che era la fame. Lo sapeva e taceva.

Tu hai mangiato oggi? chiese, abbozzando un sorriso.

Pranzo di lavoro. Era decente.

Versò dellacqua nel bicchiere direttamente dal rubinetto, bevve in piedi, posò il bicchiere nel lavello e tornò in salotto. Giulia rimase a fissare il bicchiere. Poi spense il gas e iniziò a dividere il farro nei piatti.

In tre anni di economia stretta, Giulia si era abituata a molte cose. A prendere il kefir invece della ricotta, che costava troppo; alla giacca che ormai portava per la quinta stagione, rammendata da sola sul polsino sinistro; ai capelli tagliati davanti allo specchio del bagno, la forbice stretta tra le dita che tremavano leggermente. Qualche volta venivano bene, molte altre no.

Tre anni prima, Alberto le aveva mostrato le foto. Una casetta a schiera nel residence Le Betulle, quaranta minuti di treno dalla città. Mattoni a vista, mansarda, meli nel giardino, un pozzo ornamentale, non più usato. Imposte verdi, veranda in legno, una panchina sotto il lillà.

Guarda, aveva detto, poggiandole il laptop sulle ginocchia. Cosa ne pensi?

E Giulia aveva guardato. Aveva sentito qualcosa di caldo nello sterno, non felicità, ma una speranza. Una possibilità. Aveva sempre vissuto in appartamenti, muri estranei, aria estranea. Ma lì, sullo schermo, cerano i meli.

Tre anni di sacrifici, aveva previsto Alberto, con aria pratica. Se ogni mese risparmiamo questa cifra, e tu riduci un po le spese su di te…

Quanto costa?

Lui disse la cifra. Giulia rimase zitta.

È tanto.

È una casa, Giulia. La nostra casa. Il giardino, laria, la quiete. Credi che sia poco?

Alla fine aveva accettato. Non subito. Poi avevano aperto un libretto comune. Ogni mese Giulia ci versava metà della sua pensione e quello che racimolava con piccoli lavoretti. Lavorava mezza giornata in uno studio contabile, non era molto, ma sempre qualcosa. Alberto sosteneva di mettere il triplo dalla sua busta paga.

E Giulia si fidava di lui.

Era abituata a fidarsi, non era ingenuità ma una vita costruita così. Più semplice fidarsi, tutto diventa meno pesante. Se non ti fidi, devi controllare sempre, e la fatica ti schiaccia.

Il primo inverno era passato facile. Giulia mangiava in modo più sobrio, si vestiva più semplice, ma sembrava quasi un gioco. Come quando da bambina inventava con la fantasia quello che non poteva avere davvero. Faceva minestre coi pochi ingredienti meno cari, seguiva blog sulla cucina povera, gioiva quando trovava offerte al supermercato. Quasi piacevole.

Il secondo anno era stato più difficile. Il corpo aveva iniziato a dare segnali. Non forti, ma precisi. Debolezza alle gambe, torpore che non spariva dormendo. Capitava di scordare dove dovesse scendere dal bus, doveva fermarsi a pensare un attimo. Nessuna visita dal dottore; le analisi private erano fuori portata, e alla ASL le code troppo lunghe.

Dovrei farmi degli esami aveva detto una volta ad Alberto.

In privato?

Almeno così niente sala dattesa.

Giulia, lo capisci che ogni cinquanta euro è importante, ora? Forse meglio la mutua.

Ci andò. Stette in fila, fece la richiesta, prelevò il sangue. Ferro al limite inferiore della norma. Niente di grave, ma niente di cui gioire. La dott.ssa consigliò più carne rossa, più vitamine; Giulia comprò le più economiche e rinunciò alla carne.

Il terzo anno smise di pesarsi. Lo specchio le diceva abbastanza: il volto affilato, cerchi di stanchezza sotto gli occhi, capelli spenti. Trovò in un mercatino dellusato a Via dei Faggi un cappotto blu scuro, tenuto bene, e iniziò a portarlo. La commessa, una donna sulla sessantina coi capelli tinti di rosso, le rivolse un sorriso comprensivo.

Bel cappotto. Da portare.

Lo so, rispose Giulia.

Siamo tutte nella stessa barca, aggiunse la commessa, sorriso stanco ma complice.

Giulia se ne tornò a casa. Si vide riflessa nella vetrina del negozio dellangolo, poi proseguì.

Alberto sapeva tirarla su. Era la sua specialità. Riusciva sempre a trasmettere lidea che proprio dietro langolo ci fosse qualcosa di bello, bastava tenere duro ancora un po e poi… Poi sì. Lo ripeteva così spesso che era diventata una specie di sottofondo per Giulia. Si sente, ma non ci fai più caso.

Sei forte, le diceva lui quando la trovava a cena con minestre modeste. Una vera spartana. Ti ammiro.

Giulia sorrideva. Un sorriso autentico, ma non felice. I muscoli del viso avevano memorizzato cosa fare in quel punto della conversazione.

Qualche volta chiamava sua figlia. Abitava in unaltra città, marito e due figli, chiamate rare, la vita piena di impegni. Giulia non si lamentava. Non era capace. Nemmeno voleva.

Come va, mamma?

Bene. Mettiamo da parte per la casa.

Sempre a risparmiare?

Ci manca poco ormai. Ancora un po.

Bravi…

La conversazione virava sui nipoti, sul tempo, piccole cose. Poi Giulia riagganciava ed entrava in cucina.

Quellautunno, il terzo di sacrifici, gli odori divennero più vivi. Giulia quasi sentiva che il corpo, nutrendosi appena, aveva affinato i sensi come una bestiola affamata. Cominciò a notare profumi trascurati prima.

Il profumo di quella camicia di Alberto la inseguì tutto ottobre. Una sera, rientrato tardi, la giacca profumava ancora di quel floreale caldo, Chantal, magari. Giulia non sapeva che si chiamasse così, solo che era profumo da donna, pregiato, non il suo.

Sei stanco? domandò.

Molto. Una riunione lunghissima. Non ce la facevo più, disse sbadigliando.

Appese la giacca e si rifugiò in cucina.

Giulia aveva imparato a non pensare a ciò che non voleva affrontare. Era un altro dei suoi talenti. Allontanare i pensieri come si devia lacqua in un fossato. Non per paura di Alberto, non per la scenata. Ma temeva quello che sarebbe successo dopo.

Il conto comune si incrementava, mese dopo mese. Alberto mostrava sempre la ricevuta. Giulia annuiva davanti ai numeri. Salivano, piano ma salivano.

Vedi? diceva lui, indicando lo schermo. Siamo quasi lì. In primavera potremo fare il primo passo.

Che sarebbe?

Le prime trattative con i proprietari de Le Betulle. Ci sono delle cose da sistemare, bisogna negoziare, capire i dettagli.

Giulia annuiva. Non ne sapeva nulla di documenti e trattative. Era il ruolo di Alberto. Lui gestiva i contatti; lei stringeva la cinghia.

A dicembre lui cominciò a tardare molto. Feste aziendali, diceva. Così si fa gruppo, sennò ti isolano. Giulia comprendeva. Sempre.

Finché, a metà dicembre, rientrò alluna di notte dichiarando di tornare dal solito evento aziendale, ma appariva fresco, riposato più che stanco. Occhi limpidi, movimenti elastici, guance rose ma non per il freddo, piuttosto per una bella serata.

Hai fatto baldoria? chiese lei.

Eh, che vuoi farci… Ma alle Betulle sarà tutta unaltra cosa. Niente più cene aziendali.

Un bacio sulla tempia, poi a dormire. Giulia rimase in cucina. Il vecchio IGNIS vibrava. Fuori cadeva la neve.

A gennaio trovò uno scontrino.

Successe per caso. Doveva pulire la sua nuova giacca blu scuro, quella della serata di Capodanno. Stava per riporla nellarmadio, fece la solita verifica delle tasche.

Nel taschino interno cera un rettangolino bianco.

Lo prese. Lesse.

Pescheria in Via delle Rose. Data: ventotto dicembre. Importo.

Giulia guardò la cifra. La rilesse. Poi abbassò lo scontrino e fissò fuori. Sulla via una donna coi capelli raccolti passava a guinzaglio un bassotto ostinato. Lei non aveva fretta, il cane sì.

Limporto era lo stesso della loro spesa alimentare mensile. Intera. Il budget che Giulia spargeva su cereali, pasta senza marca, tè del discount, olio doliva di seconda scelta. Il tutto centellinato, grammo dopo grammo, per arrivare allo stipendio successivo.

Rimise lo scontrino nel taschino. Sistemò la giacca. Tornò in cucina.

Il frigorifero fece il suo solito rumore.

Giulia versò un bicchiere dacqua, bevve, posò, riprese, riposò.

Alberto era in ufficio. Lavorava dalle nove. Lei, ora, gestiva tutto col telelavoro. Oggi non cera nulla da fare, era sola.

Si chiese chi andasse a mangiare pesce in via delle Rose il ventotto dicembre. Lei, lì, non cera mai stata. Conosceva solo le pubblicità sugli autobus: tovaglie bianche, atmosfera raffinata. Ristorante tuttaltro che economico.

Quel giorno Alberto aveva detto che sarebbe stato a casa di Roberto, vecchio compagno di università. Era rientrato alle dieci, profumava, non di vino, ma di quel fioreale dolce.

Giulia non azzardò conclusioni. Seppe allontanare il pensiero. Forse aveva cenato lì da solo. Forse era lavoro. Forse.

Ma la sera, quando lui rientrò, lo osservò diversamente. Non ostilità, non sospetto, solo osservazione.

Comè andata oggi? chiese, togliendosi le scarpe.

Normale, rispose lei. Hai mangiato?

Qualcosina al lavoro.

Ho scaldato il passato.

Bene, grazie.

Si mise a tavola a mangiare, occhi sul telefono. Giulia lo osservava con una tazza di tè tra le mani. Tranquillo. Nessun segno di disagio apparente. O forse, molto bravo a nasconderlo.

Alberto, lo chiamò.

Sì?

Costano tanto i pesci in Via delle Rose?

Sollevò appena lo sguardo. Un secondo.

Da dove dovrei saperlo? Mai stato.

Ah, rispose Giulia. Lho letto su una pubblicità.

Lui tornò a scorrere il telefono.

Giulia sorseggiò il tè.

Febbraio fu gelido e silenzioso. Giulia girava chini nel suo cappotto blu riciclato, mani strette sulla tazza, gelava sulle navette. I giramenti di testa peggioravano. Andò alla ASL, fece la solita fila, la risposta fu la stessa: Confini bassi, alimentazione migliore, vitamine.

Prendo quelle che posso, replicò Giulia.

Almeno quelle…

Il dottore non aggiunse altro.

Quello fu il mese in cui Alberto si animò improvvisamente. Nuove cinture, nuove scarpe: stivaletti color cuoio con cuciture perfette, belli e costosi.

Nuovi? chiese guardando le scarpe.

Erano scontatissimi, le altre sono rotte.

Sconto, certo…

Eh, mica andiamo nei negozi di lusso.

Annui.

Arriva marzo. Un giorno, notò una notifica sul telefono di Alberto, lasciato sul tavolo mentre lui era in bagno. Lei, lì accanto, con un libro che ormai non leggeva più.

AutoMondo Salone.

Fissò lo schermo accesso. La tua CittàRossa è pronta per il ritiro. Il fiocco rosso su richiesta. A presto!

Il libro scivolò via dalle mani.

CittàRossa: sapeva che era un grosso SUV visto spesso in città. Costava come una fortuna. Non per loro.

Fiocco rosso: capì nel letto, di notte, mentre Alberto già riposava accanto a serenamente. I concessionari usano mettere il fiocco sulle auto regalo. Un modo per mostrare lo spettacolo: Fai un regalo a chi ami.

Giulia rimase a fissare il soffitto in penombra. Di fuori passavano auto, rare a questora.

Pensò al farro e cipolle.

Alle vitamine da pochi euro.

Al cappotto del mercatino.

Allultima volta dal parrucchiere, due natali fa.

Al conto comune.

Poi smise di pensare. Restò lì, semplicemente, ad ascoltare il respiro di Alberto.

Lindomani chiamò la filiale, chiese il saldo del conto. Glielo dissero.

Rimase zitta un istante. Poi ringraziò e chiuse.

La somma era la metà di quello che doveva essere. Due anni di economia, dimezzati.

Si sedette al tavolo della cucina e guardò la tovaglia con i papaveri, un alone di caffè che non veniva più via. Un semplice alone.

Giulia! urlò Alberto dal salotto. Hai messo il tè?

Adesso, rispose lei.

Si alzò, versò acqua nel bollitore.

La pesantezza nelle gambe oggi era maggiore.

Non iniziò subito a seguirlo, a lei non piaceva nemmeno la parola. Un giovedì, annunciato come incontro di lavoro, Giulia uscì di casa mezzora dopo di lui. Una semplice passeggiata, si convinceva.

La sua auto, una vecchia Peugeot, era parcheggiata non davanti allufficio né davanti a locali di lavoro. Era a fianco del centro commerciale su Corso Vittorio. Giulia la riconobbe, poi entrò.

Lo trovò in gioielleria al secondo piano. Parlava con una donna, sui trentacinque, forse di più, capelli biondi raccolti, cappotto beige. Stavano luna vicina allaltro, nella confidenza misurata degli intimi.

Giulia non si avvicinò. Rimase dietro una colonna, simulando di leggere messaggi.

Alberto parlava. Lei rideva. Il commesso tirò fuori un braccialetto o una catenina, Giulia non distinse bene. Alberto pagò con carta.

La donna prese il sacchetto, si sistemò, uscirono insieme.

Giulia rimase accanto alla colonna.

Nessuno sembrava accorgersi della sua presenza. Le persone entravano e uscivano, bambini, clienti, odore di caffè dal bar vicino.

Lei restò ancora un pò, poi uscì e si sedette su una panchina. Era marzo, la terra ancora bagnata, ma la panchina era asciutta. Rimase ferma a osservare il traffico, i passanti, le pozzanghere agli incroci.

Non pianse. Dentro, qualcosa era diventato sodo e silenzioso come terra sotto la neve. Non vuoto, non dolore, solo denso e silenzioso.

Salzò e tornò a casa.

Nei giorni seguenti, la routine. Minestra, lavoro, televisione. Alberto era sempre uguale, allegro e distratto, continuava a parlare della casa Le Betulle.

Sai disse una sera secondo me possiamo chiedere il pagamento a rate. Così non dobbiamo aspettare tanto.

A rate?

Sì, più flessibile. Un acconto, poi il resto.

Quanto cè sul conto adesso? domandò, innocente.

Con gli ultimi versamenti penso sia buono. Ma devo verificare.

Dai unocchiata?

Più tardi, e tornò a guardare la TV.

Giulia si spostò in cucina.

Quella sera chiamò sua figlia.

Mamma, tutto bene? Hai la voce strana…

Solo stanca.

Risparmi ancora?

Certo.

Mamma, ti serve davvero quella casa? Perché non prendi un appartamentino qui vicino? Perché per forza Le Betulle?

Perché Alberto ci tiene.

E tu?

Un attimo di pausa.

Anchio. Ci sono i meli lì, e il lillà.

Mamma… la figlia sospirò col tono che hanno i figli quando trovano i genitori troppo ingenui.

Va tutto bene. E voi?

La conversazione si spostò su altri argomenti. Giulia rimase a pensare ai meli, chiedendosi se fossero mai esistiti davvero. Era solo una foto trovata su un sito? O davvero da qualche parte cerano quei meli e quel lillà?

Non pensiero, ma sensazione: acqua gelida sulle gambe.

Dopo pochi giorni chiamò AutoMondo.

Buongiorno, chiedo informazioni sulla nuova CittàRossa…

Ottima scelta, signora. Abbiamo appena consegnato una con il fiocco rosso, regalo di un uomo innamorato. Che romanticismo…

Un regalo…

Un fiocco enorme, tutto curato nei dettagli!

Capisco, grazie…

Attaccò. Mise sul fuoco lacqua per il tè.

Dentro, tutto rimase uguale: denso e silenzioso.

Poi accese il computer, accedette al conto comune. Aveva la password, glielavevano data insieme.

Controllò i movimenti. Sempre il suo bonifico mensile, preciso. Quelli di Alberto, più rari, spesso dimezzati.

Poi i prelievi. Regolari, qualcuno spiegabile, molti meno.

Giulia prese il quaderno delle spese, ordinato, tutto segnato. Iniziò a scrivere.

Contò a lungo, più di due ore. IGNIS vibrava. Il buio copriva fuori la finestra.

Alla fine chiuse il quaderno, lo lasciò lì. Bevé un bicchiere dacqua.

La verità si componeva pezzo dopo pezzo, come un puzzle dove tutte le tessere alla fine trovano il loro posto.

Tre anni aveva risparmiato. Ogni mese, precisa. Tre anni di cibo scadente, cappotti di seconda mano, rinunce alle visite dal dottore, tagli di capelli improvvisati. Tre anni a diventare piccola, trasparente, silenziosa per incastrarsi nel loro bilancio.

E i soldi svanivano. Non tutti, ma una parte. Sempre. In gioielleria, cera una donna col cappotto beige. E Alberto pagava con la carta, come se nulla fosse.

E in concessionaria cera un fiocco rosso.

E cera uno scontrino di pescheria in via delle Rose pari alla loro spesa alimentare.

E le camicie sapevano di Chantal.

Giulia spense il portatile e andò in salotto. Alberto guardava il telegiornale.

Hai fame? chiese.

No, troppo tardi ormai.

Va bene…

Si coricò. Rimase distesa a fissare il soffitto. Alberto arrivò dopo, si stese accanto a lei, dopo poco già russava leggermente.

Giulia non dormì. Pensava, ma non a lui. Pensava a sé stessa. A quando aveva pensato a sé, non per una necessità, ma per piacere.

Il caffè buono. Lo amava. Quello vero, macinato, forte. Da un anno e mezzo ormai solo bustine solubili da centesimi, per risparmiare.

Il formaggio blu, stagionato. Laveva assaggiato lultima volta cinque anni fa, prima di tutto. Le piaceva con pane e uva, come piccola festa serale.

Le ostriche le aveva mangiate soltanto una volta, da giovane al mare, ne aveva conservato il ricordo come straordinario.

Si voltò su un fianco.

La decisione non la prese quella notte. Venne dopo. Come un pane che cresce in forno lento. Quando si alzò il mattino, la sentiva, netta e quieta.

I giorni seguenti visse come sempre, cucina, lavoro, chiacchiere. Alberto non notava nulla, o fingeva di non notare. Ormai non importava più.

Uno di quei giorni lo seguì. Non per confermare, ma per vedere. Registrare la realtà.

Giovedì. Indossò il suo vecchio cappotto grigio, quello di un tempo, e si avviò.

Alberto incontrava ancora la stessa donna. Capelli biondi, modo garbato. Si videro davanti alla caffetteria di Via Savona, poi passeggiarono insieme. Giulia li seguì, distanza discreta.

Arrivarono in un piccolo parco. Cera poca gente. Giulia scelse un albero come riparo, li guardò mentre Alberto tirava fuori un pacchetto, la donna lo scartava. Loro vicini, le mani che si sfioravano, lui che le stringeva le spalle e la baciava.

Giulia guardava.

Poi abbassò lo sguardo sulle proprie mani. Guanti consumati, dita arrossate dal freddo.

Stette lì ancora un po. Poi tornò a casa.

Sul bus, sguardo fisso fuori dal finestrino. La città era grigia e umida. Pozzanghere, alberi spogli, i lampioni che si accendevano uno alla volta, come se qualcuno li accendesse con calma.

Entrò subito in camera. Tirò fuori dal fondo dellarmadio la grande borsa che usava raramente. Solo i suoi oggetti. Quelli che erano davvero suoi.

Biancheria. Qualche maglione pesante. I documenti. Tessera sanitaria, certificato di pensione, libretta con i piccoli risparmi personali, non quelli del conto comune, ma i suoi, messi da parte di nascosto, quasi senza accorgersi.

Cellulare, caricatore, un libro lasciato a metà.

Il cappotto blu del mercatino. Lo appese e prese una giacca prugna, elegante, stretta, ma che le piaceva da anni.

Poi fece un biglietto. Penna blu.

Grazie per lo scontrino della pescheria e il fiocco rosso. Spero tu abbia gradito.

Pensò se aggiungere altro. Non scrisse nulla. Piegò il foglio, scrisse Alberto, lo lasciò sulla tovaglia col papavero macchiato di caffè.

Prese la borsa.

Guardò il frigorifero. LIGNIS fece il solito rumore.

E allora, sussurrò Giulia sottovoce, ciao.

Uscì. Lasciò le chiavi sotto lo zerbino, così, senza accordi.

Fuori, sulla via, la solita vita serale. Gente che torna dal lavoro, il cane che tira, la fiorista ancora illuminata.

Giulia si fermò un momento. Poi riprese a camminare.

Sapeva dove andare.

Il grande supermercato era a due isolati: Galleria del Gusto. Ci passava davanti ogni settimana ma non entrava mai. Troppo costoso. Scaffali ordinati, luci calde, cesti di frutta lucente. Clienti senza il problema del centesimo.

Giulia entrò.

Odore di buon caffè e pane integrale. Musica soft. Luce morbida. Corpi illuminati.

Prese un cestino. Restò ferma qualche istante.

Poi attraversò i reparti.

Pesce: trovò subito i filetti di tonno rosso, lucidi, la carne soda. Chiese un taglio. Il commesso incartò.

Ostriche, nel banco refrigerato. Sei in una vaschetta. Le prese.

Formaggi: andò piano, scelse un pezzo di gorgonzola erborinato, crosta cerata. Pane di segale, croccante, vero. Non filoni da discount.

Caffè: sostò a lungo. Scegliere. Alla fine prese una confezione blu scuro, macinato allEtiopia. Etichetta: Mirtillo e cioccolato fondente nel retrogusto.

Alla cassa mise tutto sul rullo. Vide quel piccolo tesoro: tonno, ostriche, formaggio, pane, caffè.

Bella spesa, commentò la cassiera, senza sollevare gli occhi.

Grazie, rispose Giulia.

La cifra era importante. Giulia pagò con la carta, collegata ai suoi risparmi.

Uscì.

Dove andare, non lo sapeva bene. Non la figlia, era lontana e tardi. Forse telefonare a Luisa, la sua amica, ma non ora. Prese una stanza in un piccolo hotel allaltro capo di Milano.

Nella stanza sistemò la spesa sulla scrivania. Guardò ogni cosa.

Chiese il coltellino per le ostriche alla portiera, che con curiosità lo consegnò.

Se la cava? domandò gentile.

Sì, grazie, rispose Giulia.

Si arrangiò. Non con grazia, ma ci riuscì. Aprì la prima ostrica, umida e brillante di mare.

La mangiò.

Poi la seconda.

Poi un boccone di tonno, il pane, un po di formaggio cremoso. Bollì il caffè nella caffettiera della camera.

Mangiò con calma. Fuori, le luci e il traffico oltre la finestra. Dentro, la stanza calda e il silenzio. La radio suonava piano.

Pensava non ad Alberto, non alle Betulle, non al domani.

Pensava che il mare della prima volta sulle ostriche era ancora quello. Che il tonno aveva davvero un sapore che restava. Che il gorgonzola era pungente e dolce insieme, come ricordava. Che il caffè sapeva davvero di mirtillo, non uno slogan.

Era quello, forse, il suo essere davvero.

Non una spartana. Non la donna che subisce. Era questo: una persona che sapeva distinguere fra unostrica di mare e la pasta scadente. Che sapeva sedere in silenzio e gustare del buon cibo. Che era stata invisibile tre anni e ora tornava a casa in sé.

Bevette il caffè, a piccoli sorsi. Fuori la città si agitava.

E allora, disse piano, solo per sé, buongiorno.

E versò un altro po di caffè.

Non sapeva cosa sarebbe successo domani. Né dove avrebbe vissuto, né che reazione ci avrebbe avuto Alberto, se la vedeva. Né se lei un giorno avrebbe trovato davvero una casa coi meli veri, non quelli immaginari delle Betulle. Né se avrebbe chiamato la figlia la sera o si sarebbe limitata ad aspettare la mattina. Né se il dolore sarebbe arrivato, domani, così muto.

Non sapeva niente di tutto ciò.

Ma ora, nella stanza dalbergo, con la vaschetta vuota di ostriche e la tazza di caffè etiope, sapeva una cosa: quella era lei. Era il suo gusto. La sua scelta. La sua serata.

E già quello contava.

Prese lultimo pezzo di gorgonzola, lo mise sul pane, assaggiò.

Fuori si accesero i lampioni sulla strada. Uno. Poi due. Poi tutti insieme, come se qualcuno finalmente trovasse linterruttore giusto.

Mangiava, guardando le luci. Non parlava più, né a sé stessa né ad alta voce. Semplicemente stava lì. Semplicemente mangiava. Semplicemente era.

Per ora, bastava.

***

La mattina si svegliò prima del telefono. Restò un po a fissare il soffitto sconosciuto, bianco con una piccola chiazza presso il cornicione. Un soffitto estraneo, ma leggero. Non pesante.

Si alzò, si lavò, si pettinò. Nello specchio trovò lo stesso volto magro, magari più acceso. Forse, o forse era solo suggestione.

Non rimase a guardarsi a lungo. Si vestì, prese la borsa. Doveva chiamare Luisa, sentire la figlia, pianificare dove andare a vivere. Tante cose da fare.

Ma prima scese nell’angolo caffetteria dellalbergo e ordinò una colazione. Uova strapazzate, toast, vero caffè espresso.

Il caffè arrivò in una tazzina di vetro, piccola. Lo avvolse con le mani come qualcosa di prezioso.

Al tavolo accanto, una signora anziana leggeva un libro, ignorando tutto il resto. Di tanto in tanto sorseggiava dal suo bicchiere.

Giulia la osservava: le donne che leggono da sole a colazione sembrano impegnate, non sole. È diverso.

Le uova erano calde, decorate di prezzemolo. Giulia le mangiò senza fretta, col pane tostato.

Poi prese il cellulare.

Scrisse a Luisa: Posso venire oggi? Devo raccontarti tutto.

La risposta fu immediata: Certo. Ti aspetto. Metto su il tè.

Giulia mise il cellulare in tasca. Finì il caffè.

Si alzò. Giacca prugna. Borsa in mano.

Uscì.

Marzo odorava già di qualcosa di nuovo. Non primavera piena, ma ormai neppure inverno. Qualcosa nellaria, una promessa che la terra sotto lasfalto si sarebbe risvegliata presto.

Si fermò sul gradino dellalbergo. Poi si strinse nel giacchetto e andò verso la fermata.

Camminava senza pensare a niente in particolare. Le gambe reggevano bene, la testa era lucida era un buon momento.

Auto scorrevano. Una mamma con la carrozzina, una cornacchia nero lucido sul ramo che la guardava dallalto, come se sapesse e giudicasse tutto.

E tu che dici? sussurrò Giulia.

La cornacchia volò via, presa da altri pensieri.

Giulia sorrise, appena.

Lautobus arrivò. Sedette accanto al finestrino. Partì.

Fuori scorrevano palazzi, negozi, alberi spogli, manifesti pubblicitari. Per tre anni non aveva guardato fuori dai finestrini, presa nei suoi calcoli, nelle ansie, nei progetti che non erano nemmeno i suoi.

E Milano viveva. Viveva lo stesso, senza di lei.

Pazienza. Recupererà.

Il bus si fermò a un incrocio. Rosso. Nella macchina accanto una donna cinquantenne cantava, sulle labbra le parole di una canzone, senza vergogna.

Giulia la guardò.

Poi verde. Si ripartì.

Si abbandonò allo schienale. Guardava. Il telefono taceva. Nessun messaggio. Nessuna chiamata. Chissà se Alberto era rientrato. O sapeva tutto, o non sapeva e pensava. Era un problema suo, ormai.

Giulia aveva altro.

Andava da Luisa, dove l’aspettavano tè caldo e una chiacchierata lunga. Poi sarebbe venuto il giorno dopo, poi quello dopo ancora. Sarebbe stato difficile, ne era consapevole. Non sarebbe bastata la felicità pronta. Solo la realtà di chi ricomincia: disagio, stanchezza, paura, domande senza risposte.

Ma ci sarebbe stato anche altro.

Un caffè che sa di mirtillo.

Unostrica col sapore del mare.

Uno specchio in cui guardarsi senza sentirsi estranea.

Poco, certo. Ma non niente.

Il bus correva. La città era grigia e viva.

Giulia guardava fuori e pensava che i meli ci sono davvero, da qualche parte. E il lillà. E case col portico e la panchina.

Non sono regali. Si trovano da soli.

Un giorno.

Non oggi. Oggi solo autobus, il vetro, marzo che sa già di nuovo.

Basta così.

E questo, stranamente, già basta.

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