Ma dai, devi capirmi, è un momento difficile per lui. La moglie lha cacciato di casa, al lavoro lo hanno lasciato a casa… Non può mica dormire in stazione, no? Marco guardava sua moglie Francesca con unaria colpevole, stringendo fra le dita lo strofinaccio della cucina. Aveva la faccia di uno che ha appena rotto una ceramica di valore, anche se in realtà si parlava solo dellarrivo di suo fratello minore.
Francesca sbuffò, appoggiando i sacchetti della spesa a terra. Aveva avuto una giornata caotica in ufficio controllo della Guardia di Finanza, scadenze del bilancio trimestrale e pure la schiena che le doleva. Di tutto aveva voglia, tranne che di ascoltare i problemi del cognato Paolo, visto sì e no tre volte in quindici anni di matrimonio.
Marco, abbiamo un appartamento con due stanze, mica un ostello per ufficiali disoccupati, protestò stanca, togliendosi gli stivali. Paolo ha casa propria a Siena, che ci vada lui, no?
Eh, ma lui la affitta, così paga il mutuo dellappartamento che ha comprato per il figlio. Insomma, una situazione un po’ incasinata, non ho capito tutto nemmeno io. Dice che deve sistemarsi a Milano, trovare un lavoro serio. Solo una settimana, Fra. Dieci giorni al massimo, il tempo di fare qualche colloquio.
Francesca entrò in cucina, si versò un bicchiere dacqua. Marco la seguiva con lo sguardo tipico di un golden retriever speranzoso. Era un buon marito gentile, tranquillo, lavoratore. Ma aveva un enorme difetto: con i parenti non sapeva mai dire no. Soprattutto a Paolo, il fratello scapestrato. Da sempre nel ruolo del disadattato di famiglia, sempre a chiedere attenzioni.
Va bene, concesse infine Francesca, ormai stanca di discutere. Una settimana. Però avvisalo: qui si va a letto alle undici e ci si alza alle sei. Niente feste, niente ospiti.
Paolo arrivò la sera dopo. Varcò la soglia con una borsa enorme a quadri roba che puzzava di treno notturno e muffa e conquistò subito tutta larea dellingresso. Era più grosso di Marco, più rumoroso, più invadente.
Ehi, padrona di casa! tuonò provando ad abbracciare Francesca, che schivò appena in tempo. Allora, accettate un nuovo locatario? Non vi disturbo, vero? Vedrai che non sentirai un fiato: mi basta un letto e una presa per ricaricare il telefono, ah ah.
Per i primi tre giorni tutto filò relativamente tranquillo. Paolo davvero volava basso: dormiva fino a mezzogiorno sul divano del soggiorno, poi usciva per cercare lavoro e rientrava per cena. Però mangiava per tre. Francesca scoprì sbalordita che una pentola gigante di minestrone di solito sufficiente a coprire tre-quattro giorni era sparita in meno di ventiquattro ore. Le polpette cucinate per due sere, svanite già al mattino.
Ho un metabolismo attivo! rideva Paolo pulendosi il piatto con la mollica. Qui a Milano laria fa venire una fame bestiale!
Francesca ingoiò il rospo, limitandosi ad appuntare mentalmente di comprare più spesa. Ospite è ospite.
Ma passata la settimana promessa, durante la cena Francesca tastò il terreno con tatto:
Paolo, come va con la ricerca di lavoro? Hai trovato qualcosa?
Paolo si rabbuiò, posando la forchetta col tono da vittima.
Guarda, Fra, sono tutte fregature. Promettono duemila euro, orario flessibile, poi scopri che vogliono metterti a fare il volantinaggio o camminare tutto il giorno come rider. Io sono un tecnico, ho il diploma giusto. Non posso andare a casaccio. Però cè una pista grossa, in una ditta importante. Mi richiamano lunedì. Devo aspettare qualche giorno.
Qualche giorno? ripeté Francesca guardando Marco, che intanto triturava linsalata fissando il piatto.
Eh sì. Mica mi mettete alla porta per il weekend, no? e Paolo sfoderò uno dei suoi sorrisoni da attore Così io e Marco facciamo quattro chiacchiere tra uomini, per una volta.
Francesca cedette. Due giorni non cambiano il mondo, pensò.
Ma il lunedì passò, e anche il martedì e il mercoledì, senza notizie dallazienda importante. Paolo smise addirittura di uscire la mattina. Francesca trovava sempre la stessa scena rientrando dal lavoro: divano aperto, TV accesa, briciole ovunque, tazze sporche sul tavolino e quellodore misto di deodorante e birra stantia.
Paolo, hai chiamato per quel lavoro? domandava.
Sì, ma la tipa delle risorse umane è a casa ammalata. Mi han detto: Chiama settimana prossima. Senti, Fra, finito il maionese? Volevo farmi un panino ma in frigo… il vuoto pneumatico.
Quello da noi irritava Francesca. Notava che Paolo si sentiva ormai padrone di casa: usava senza permesso lo shampoo medicinale di Marco, si impadroniva del suo plaid, cambiava canale proprio quando Francesca voleva vedere il TG.
Passò un mese. La neve fuori si scioglieva in fanghiglia e la vita di Francesca era diventata uguale: molle e pesante.
Una sera non ce la fece più. Marco era in cucina a riparare il tostapane quando lei chiuse la porta forte e si mise seduta.
Dobbiamo parlare, e sul serio, Marco.
Su Paolo? il marito abbassò subito lo sguardo.
Sì, su Paolo. È passato un mese. Non lavora. Nemmeno cerca più. Sta sdraiato sul nostro divano, divora il cibo, e non pensa affatto ad andarsene. Qui non si vive più. Non posso mettere la vestaglia in salotto che trovo sempre un tipo buttato là. Quando finisce?
Fra, ne ho parlato con lui. Dice che ci siamo quasi, gli gira male, tutto lì. Non posso mica cacciare mio fratello. Mia madre non me lo perdonerebbe mai. Ti ricordi come pregava di tenerci uniti?
Tua madre sta bene in provincia di Arezzo e non vede come viviamo davvero. Marco, il nostro bilancio traballa. Spendiamo il doppio per la spesa. Le bollette sono raddoppiate: spreca acqua, lascia tutto acceso. Almeno facesse la sua parte!
Ha la carta bloccata, è rimasto senza soldi per i debiti, ammise Marco piano. Me lo ha detto ieri.
Francesca sentì la terra mancarle sotto i piedi.
Davvero? Debiti? E da quando lo sai?
Da un paio di giorni. Ha giurato che appena trova un lavoro ci rimborsa. Dai, Fra, pazienta ancora un po. Adesso arriva la primavera, lavori in edilizia non mancano: se non trova altro, va a fare il muratore.
Pazientare. Questa diventò la parola chiave dei mesi seguenti.
La primavera passò. Paolo di andare a lavorare in cantiere non se ne parlava: Ho lernia, i pesi non li posso sollevare. Però sollevava perfettamente le birre davanti alla TV. Francesca cominciò a vedere sparire pure le bottiglie dallo stipetto dei liquori di Marco. Poi, la bottiglia di grappa che Marco aveva ricevuto per i suoi cinquantanni. Scoppiò il putiferio.
Non sono stato io! urlava Paolo, schiumando rabbia. Mi stai dando del ladro? Magari te la sei scolata tu! O sarà stato Marco di nascosto!
Non ti permettere di parlare così a mia moglie! provò a intervenire Marco, debolmente.
E tu falla stare zitta! ringhiò Paolo Roba da provinciali. Quando mi rimetto a posto, ve ne compro di casse!
Quella sera Francesca pose lultimatum: o Paolo se ne va entro la settimana, o lei fa richiesta di separazione e vende la casa. Era stata comprata durante il matrimonio, ma lanticipo lo avevano messo i genitori di Francesca, e lei aveva pagato la maggior parte del mutuo da dirigente amministrativa.
Marco sbiancò. Si accasciò sul balcone a parlare fitto fitto con Paolo, fumando una sigaretta dopo laltra. Paolo, muso lungo, fece un po di scena ma si calmò.
Per la prima volta sembrava che qualcosa si muovesse: Paolo annunciò di aver trovato una stanza in affitto a Sesto San Giovanni, che sarebbe andato via tra due settimane, appena preso il primo stipendio (pare avesse trovato come vigilante notturno).
Francesca tirò un sospiro. Due settimane, posso farcela, pensò.
Ma appena una settimana dopo Paolo tornò a casa con il braccio ingessato.
Sono caduto, disse con enfasi drammatica. Scala bagnata, distorsione al piede e frattura al polso.
Francesca fissò il gesso bianco senza parlare sapeva che era la fine. Stop lavoro, stop trasloco.
Non mi caccerai mica così, vero? chiese Paolo con occhi beffardi. Aveva capito di aver trovato la scusa perfetta.
Lestate fu un incubo. Paolo, grazie al suo infortunio, pretendeva assistenza continua. Fra, tagliami il pane, non riesco, Fra, aiutami a lavarmi la schiena, non arrivo. Allultima richiesta, Francesca rispose per le rime e Paolo ci rinunciò, ma ovviamente laria in casa divenne ancora più pesante.
Marco iniziò a fermarsi fuori casa il più possibile, prendeva turni extra o lavori occasionali. Scappava. Francesca lo imitava: si fermava in un bar, passeggiava al parco, ovunque pur di non dover rincasare e trovare sul divano il Re Paolo.
Passarono sei mesi, poi otto. Il gesso era stato tolto ma Paolo doveva fare riabilitazione. Lappartamento era ormai suo: aveva cambiato disposizione ai mobili del soggiorno, portato gente sconosciuta quando in casa non cera nessuno (lo confidò la vicina). A qualsiasi osservazione, replicava aggressivo:
Mi dovete rispetto! Sono vostro parente! Per la legge del cuore, avete il dovere di aiutarmi! Qui avete spazio, o vi pesa? Mica dormo nella vostra camera!
La misura si colmò a novembre, esattamente un anno dopo il fatidico arrivo di Paolo.
Francesca tornò a casa prima dal lavoro per un mal di testa. Aprì la porta e restò di sasso sentendo musica alta e risate femminili.
Nellanticamera trovò un paio di stivali da donna, luridi e consunti. Appesa, cera una giacca dozzinale. Quando entrò in soggiorno, la scena sembrava uscita da una fiction scadente. Tavolo coperto di cibo preso dal frigorifero, una bottiglia di vodka aperta e Paolo che abbracciava una bionda ossigenata sconosciuta; entrambi fumavano lasciando la cenere sul tappeto.
Oh, ecco la padrona di casa! biascicò Paolo Relax, Fra… rilassati. Lei è Carla. La mia musa!
Qualcosa scattò nella testa di Francesca. Un clic freddo e lucido. Zero pietà, zero dubbi, zero paura di offendere il marito.
Fuori, disse silenziosamente.
Eh? grugnì Paolo. Fra, non dai scleri adesso. Carla fra poco se ne va, noi…
Tu e lei, fuori. Subito. Avete cinque minuti per raccogliere le vostre cose.
Ma sei fuori di testa? Paolo si alzò scomposto, la faccia paonazza. E dove vado io adesso? Questa è casa mia! Mio fratello è il padrone! E tu chi sei? Unintrusa!
Avanzò minaccioso. Francesca rimase inchiodata. Tirò fuori il cellulare.
Chiamo i carabinieri.
Chiamali! urlò Paolo Non puoi farmi niente! Sono un parente, sono stato invitato da Marco!
Francesca compone il numero.
Pronto? Mi serve una pattuglia. Lindirizzo… Sì. Ci sono estranei in casa, mi minacciano, sono ubriachi, nessuno ha la residenza qui. Sì, sono proprietaria. Vi aspetto.
Carla, sentendo carabinieri, rinsavì di colpo: tirò su gli stivali e la giacca e sparì mugugnando non ne sapevo niente. Paolo rimase. Si risprofondò sul divano, accese una sigaretta e sogghignò.
Vediamo un po chi la vince. Marco ti fa vedere lui come si trattano i parenti. Tu che chiami i carabinieri contro di me… Francesca…
Francesca si chiuse in cucina e chiamò Marco.
Ho chiamato i carabinieri, gli disse appena rispose Tuo fratello ha portato una tipa, hanno bevuto, hanno fumato dentro e mi ha minacciata. Se adesso ti azzardi a difenderlo, non tornare. Domani chiedo il divorzio.
Dallaltra parte della cornetta, silenzio. Poi Marco rispose con voce stanca:
Arrivo. Fai come credi. Non ce la faccio più.
I carabinieri arrivarono subito, due uomini piuttosto massicci.
Chi è il padrone di casa? chiese il maresciallo, guardando il soggiorno impregnato di fumo, Paolo spaparanzato.
Sono io, mostrò Francesca documenti e visura catastale (sul ripiano, pronta da settimane). Appartamento in comunione col marito. Questo signore non è residente, vive qui contro la mia volontà, è aggressivo. Chiedo che venga allontanato.
Il maresciallo si voltò verso Paolo.
Documenti, prego.
Paolo frugò, porse la carta didentità.
Sono il fratello di Marco! Ho diritto di stare qui! Sono ospite!
Qui risulta residente a Siena, nessuna residenza a Milano. La signora chiede che lasci labitazione. Senza consenso di uno dei comproprietari non può restare. Prepari le sue cose.
Non avete il diritto! ribatté Paolo. Adesso arriva Marco e conferma che posso restare!
Se suo fratello acconsente, sarà un discorso civile e dovrete discutere in tribunale, spiegò il carabiniere Ma ora lui non cè e la proprietaria chiede che lei esca. Inoltre è ubriaco e i vicini hanno già segnalato schiamazzi mentre salivamo. O va via subito, o la portiamo in caserma a identificarla, e può beccarsi una denuncia per disturbo. Scegliete.
Paolo guardò i carabinieri, Francesca con le braccia conserte. Capì che era finita. Larroganza che funzionava con Marco e Francesca si era scontrata contro la freddezza della divisa.
Va bene… sibilò Va bene! Arrangiatevi col vostro bilocale. Ma io non me la scordo questa!
In venti minuti buttò roba nel borsone, bestemmiò sotto voce, strusciò apposta i mobili per graffiarli. I carabinieri rimasero appostati sullentrata.
Quando Paolo uscì nel corridoio con tutto il malloppo, ecco Marco davanti alla porta, invecchiato di dieci anni in una notte.
Marco! starnazzò Paolo Diglielo tu! Tua moglie mi butta fuori! Sono tuo fratello!
Marco guardò il fratello. Il viso gonfio, arrabbiato. Poi guardò Francesca, pallida, ferma, e gli occhi si posarono sulle cicche sul tappeto, la bottiglia vuota.
Vai via, Paolo, disse Marco piano.
Eh? Paolo rimase senza fiato Mi butti via per una donna?
Hai vissuto sulle nostre spalle per un anno, rispose Marco guardandolo fisso. Mi hai mentito. Hai mancato di rispetto a mia moglie. Hai ridotto la nostra casa a una stalla. Ho sopportato perché sei mio fratello. Ma stasera hai passato il limite. Torna a Siena, oppure vai dove ti pare. Non ti darò più un euro.
Paolo rimase a bocca aperta. Non si aspettava tanto dal mollaccione Marco.
Allora andatevi a fare fottere! sputò a terra. Siete una famiglia di m… Gente come voi non voglio più rivederla!
Si caricò il saccone ed uscì dal pianerottolo. I carabinieri lo seguirono fino allandrone, per sicurezza.
Grazie, disse Francesca al maresciallo.
Cambiate subito la serratura e chiudete a doppia mandata, consigliò lui. Questi parenti hanno la brutta abitudine di tornare.
Chiusa la porta, la casa fu avvolta da un silenzio tagliente. Marco aprì la finestra della sala spalancando ai venti di novembre, per arare la puzza di sigaretta e birra. Poi si mise a raccattare le cicche dal tappeto.
Francesca gli si avvicinò, gli poggiò una mano sulla spalla.
Scusami, mormorò Marco senza sollevare la testa. Avrei dovuto farlo io. Molto tempo fa.
Limportante è che sia finita, rispose Francesca.
Passarono il weekend a fare le pulizie. Buttarono il divano su cui aveva dormito Paolo non cera verso di deodorarlo. Cambiarono serratura chiamando il fabbro. Stavolta Marco non dovette sentirsi ripetere nulla.
Paolo chiamò un paio di volte da numeri sconosciuti: pretendeva soldi per il biglietto del treno, minacciava, implorava. Marco chiudeva la telefonata, bloccava il contatto.
Poco alla volta la vita riprese il suo ritmo normale. Francesca ritrovò il piacere di tornare a casa, sapere che cera pace, ordine, e profumo di cena, non di birra rancida. E Marco, forse, imparò la lezione più importante: famiglia è chi ti rispetta e ti vuole bene, non chi si attacca e ti svuota.
A volte bisogna passare dal calvario della convivenza imposta per imparare a difendere il proprio spazio e apprezzare la serenità fra le mura di casa.





