Fratello di mia moglie era venuto in visita per una settimana, è rimasto un anno ho dovuto farlo sgomberare con la polizia
Dai, capisci anche tu che sta passando un periodo difficile. La moglie lha cacciato, il lavoro perso… Non lo facciamo mica dormire in stazione? Marco mi guardava con quellaria colpevole, stringendo tra le mani lo strofinaccio in cucina, come se avesse appena rotto il vaso della zia, anche se stavamo solo parlando della visita di suo fratello minore.
Giulia sospirò pesantemente, appoggiando a terra le borse della spesa. Quelle buste piene pesavano una tonnellata dopo quella giornata caotica in ufficio: chiusura del trimestre, unispezione della finanza, e pure la schiena che urlava dolore. Era lultima cosa che volevo: parlare dei problemi di Massimo, il cognato che avevo visto sì e no tre volte in quindici anni di matrimonio.
Marco, abbiamo un bilocale a Roma, non un ostello per ufficiali scappati di casa, dissi stanca mentre mi sfilavo gli stivali. Massimo ha un appartamento suo a Civitavecchia. Perché non va lì?
Eh, dice che la affitta, per pagare il mutuo di quel monolocale che ha preso per il figlio, spiegò Marco, grattandosi la nuca. Insomma, è un casino. Vuole trovarsi un lavoro decente qui a Roma e sistemarsi. Dice una settimana, massimo dieci giorni, per qualche colloquio.
Giulia andò in cucina, si versò un bicchiere dacqua. Io la seguii, puntando su di lei quegli occhi da cagnolino. Ero un buon marito gentile, accomodante, lavoratore ma avevo un vero difetto: non riuscivo a dire no ai miei familiari, a maggior ragione al fratello Massimo, da sempre il sbandato della nostra famiglia.
Va bene, cedette Giulia con un gesto della mano, ormai stanca di discutere. Ma avverti subito: qui casa nostra ha le sue regole. Alzarsi alle sei, a letto alle undici. Niente festini, niente amici sconosciuti.
Massimo arrivò la sera dopo. Ingresso spettacolare: tirava su quel suo borsone a quadri, che sapeva di treno regionale e roba stantia, e subito occupò la scena. Era più grosso di me, più rumoroso e spavaldo.
Oh, la padrona di casa! tuonò, tentando di abbracciare Giulia, che scansò con prontezza. Allora, vi disturbo? Naaa, non mi sentirete nemmeno! Mi serve solo un letto e una presa per il cellulare, dai.
I primi tre giorni furono tranquilli. Massimo dormiva fino a mezzogiorno sul divano del soggiorno, poi diceva che andava “a vedere cose di lavoro”, e tornava giusto a cena. Però mangiava come tre. Quella pentola da cinque litri di minestrone che di solito ci bastava per giorni, in ventiquattrore era sparita. Le polpette preparate per due cene, svanite allalba.
So ancora in crescita! scherzava Massimo pulendosi il piatto col pane. Laria di Roma mette appetito
Giulia si trattenne, limitandosi a prendere nota mentale: comprare più cibo. In fondo è un ospite, peccato essere tirchi.
Verso la fine della settimana, ceniamo e Giulia, con garbo:
Massimo, novità dal fronte lavoro?
Lui fece la faccia tragica, mettendo giù la forchetta.
Te lo giuro, Giulia, qui è tutta una presa in giro. Scrivono stipendio alto, orari buoni, poi invece sono call center o consegne pagate due euro. Io sono tecnico, ho studiato. Non posso fare proprio tutto. Però cè una pista buona, in una ditta importante; lunedì mi richiamano. Devo aspettare un paio di giorni.
Ancora qualche giorno? Giulia mi guardò, io immerso nellinsalata, occhi bassi.
Sì, dai, mica mi sbattete fuori nel weekend? Massimo sfoderò il sorriso-disarma-tutti. Io e Marco magari diamo una sistemata in garage, da quanto non ci vediamo tra uomini.
Alla fine, diedi lok. Cosa saranno mai altri due giorni?
Ma il lunedì divenne martedì, martedì divenne mercoledì, e dalla ditta importante nessuna chiamata. Massimo smise di cercare lavoro. Tornando a casa la sera trovavo sempre la stessa scena: divano aperto, televisore acceso, briciole e tazzine sparse, quellodore di deodorante scadente mischiato a birra e sudore stantio.
Massimo, oggi hai chiamato per il lavoro?
Sì, sì, rispondeva lui con aria svogliata. La segretaria è malata, hanno detto settimana prossima mi ricontattano. Oh, Giulia, ci manca la maionese? Volevo farmi un panino e il frigo è vuoto.
Quel da noi mi dava ai nervi. Stavo iniziando a ribollire: ormai Massimo si sentiva a casa sua. Si lavava con il mio shampoo curativo, prendeva la coperta preferita di Giulia, decideva cosa guardare in TV.
Un mese dopo, fuori il tempo si scioglieva in fanghiglia e la mia vita pure.
Una sera, Giulia chiuse la porta della cucina e si sedette davanti a me.
Marco, dobbiamo parlare. Sul serio.
Sempre di Massimo?
Di lui. È un mese che non lavora, non cerca lavoro, vive sul nostro divano e non pensa per niente ad andarsene. La casa non è più casa mia. Non posso stare in accappatoio in salotto che cè sempre quello steso sul divano. Quanto pensi che debba durare?
Giulia, ci ho parlato. Dice che ora sistema tutto. È solo sfigato. Non posso cacciare mio fratello, capisci? Mamma non lo perdonerebbe. Ricordi, ci raccomandava sempre di stare uniti.
Tua madre, con rispetto, sta tranquilla a Perugia e non vede come viviamo. Il nostro bilancio è diventato una barzelletta. Spendiamo il doppio per tutto. Le bollette sono impazzite si fa le docce di mezzora, tutte le luci accese. Almeno che partecipi!
Ora non ha soldi, dissi sottovoce. Le banche gli hanno bloccato le carte per i debiti. Me lo ha confidato ieri.
Giulia si accasciò, sembrava che le mancasse il terreno sotto i piedi.
Ah… e da quando lo sai?
Da un paio di giorni. Ha promesso che appena trova qualcosa inizia a contribuire. Dai, porta pazienza ancora un po. Arriva la primavera, ci sarà lavoro nei cantieri…
Porta pazienza. Questa fu la frase chiave dei mesi a venire.
La primavera arrivò e passò. Massimo al cantiere non ci andò mai lernia, non posso sollevare pesi. Però le bottiglie, quelle sì che le sollevava davanti alla TV. Notai che lalcol spariva dal mobile bar. Allinizio era invisibile, ma quando mancò la bottiglia di grappa da collezione che tenevo per il mio compleanno, fui costretto a far scoppiare una scenata.
Non lho presa io! urlò Massimo, schizzando saliva dappertutto. Mi fate passare per ladro ora? Magari te la sei scolata tu, Giulia, o se lè bevuta Marco di nascosto!
Basta offendere mia moglie, provai a intervenire, ma senza convinzione.
Tienila a bada! sbraitò lui. È attaccata alla bottiglia! Appena mi sistemo vi compro pure due casse intere!
Quella sera Giulia mise i puntini sulle i: se Massimo non se ne andava entro una settimana, avrebbe chiesto la separazione e la divisione della casa. Lappartamento lo avevamo preso insieme, ma il primo acconto ce laveva messo la sua famiglia, e lei pagava il mutuo col suo stipendio da contabile.
Avevo paura. Parlammo per ore sul balcone mentre accendevo una sigaretta dietro laltra. Massimo girava cupo, lanciando occhiatacce a Giulia ma tacendo.
Per la prima volta sembrava muoversi qualcosa. Massimo disse di aver trovato una stanza a Tivoli, sarebbe andato appena preso lo stipendio da guardia giurata.
Una boccata daria. Due settimane ancora, e basta.
Ma dopo una settimana, Massimo tornò a casa con un braccio steccato.
Sono caduto disse con tono melodrammatico. Sulle scale, mi sono rotto il radio.
Guardando quel gesso, ebbi la certezza che fosse finita. Niente più lavoro né trasloco.
Ma non vorrete mica sbattere fuori un infortunato? chiese sornione. Nello sguardo leggevo che aveva trovato la scusa perfetta per restare.
Lestate diventò un inferno. Massimo, con la scusa della mano, pretendeva limpossibile. Giulia, tagliami il pane, non riesco! Giulia, aiutami con la schiena, non arrivo! Alla seconda richiesta, la risposta di Giulia fu così secca che Massimo non aprì più bocca, ma latmosfera era ormai irrespirabile.
Io mi tuffai nel lavoro, prendendo straordinari scappando di casa. Giulia pure iniziò a rientrare tardi, fermandosi in un bar a leggere, piuttosto che tornare nel nostro appartamento, occupato dal Re Massimo.
Così trascorsero sei mesi, poi otto. Il gesso era ormai storia, ma Massimo stava facendo riabilitazione e lamentava dolori immaginari. Aveva spostato i mobili del soggiorno a suo piacimento, aveva portato in casa due loschi amici mentre eravamo fuori (ce lo riferì una vicina). Alle nostre rimostranze rispondeva aggressivo:
Mi dovete rispetto! Sono fratello! La legge morale ve lo impone! Avete un tre-locali (in realtà due, la cucina per lui contava), che vi cambia se sto qui? Non vengo mica in camera vostra!
Alla fine dellanno, proprio a novembre, la pazienza si esaurì.
Giulia tornò prima dal lavoro, con un brutto mal di testa. Entrò in casa e rimase congelata sulla porta. Musica alta, risate di donna.
In corridoio cerano stivaletti che non aveva mai visto sporchi e bucati. Appesa allattaccapanni, una giacca sfilacciata. Nel soggiorno, lo spettacolo da soap opera di bassa serie: tavolo pieno di roba presa dal nostro frigo, bottiglia di vodka mezza vuota, Massimo stravaccato sul divano con una biondina rifatta. Fumavano, buttando la cenere sul tappeto.
Oh, la padrona di casa è arrivata! biascicava Massimo. Be, ti presento la mia musa: Simona!
Sentii qualcosa spezzarsi dentro. Non sentivo più né pena, né paura di ferire mio marito.
Fuori. era una voce gelida.
Cosa? Dai, Giulia, calmati. Simona ora va via, era solo…
Fuori. Subito. Avete cinque minuti per raccogliere la roba.
Ma sei matta? Massimo si alzò, viso paonazzo. Dove vuoi che vada? A questora? Questa è pure casa mia! Mio fratello è il tuo uomo! E tu che sei? Unintrusa!
Si avvicinò minaccioso. Io lo guardai fisso, senza muovermi. Presi il telefono.
Chiamo i carabinieri.
Fallo pure! urlava lui. Tanto non puoi cacciarmi! Sono ospite! Sono famiglia! Mi ha invitato Marco!
Schiacciai la chiamata.
Buonasera, avrei bisogno di una pattuglia. Sì, ci sono persone estranee in casa, minacciano e sono alterate dallalcool. Non sono residenti. Sono proprietaria. Grazie.
Simona, appena sentì polizia, capì al volo. Raccolse scarpe e giacca, borbottò io non centro, e scappò. Massimo rimase, si sedette e accese unaltra sigaretta, sogghignando.
Vediamo, va. Marco lo dirà lui chi ha ragione. La stronza chiama i carabinieri contro il cognato? Sei marcia, Giulia.
Andai in cucina e chiamai Marco.
Ho chiamato i carabinieri, appena rispose. Tuo fratello ha portato una donna, fatto baldoria, fumato in casa e mi ha minacciato. Se prendi le sue difese, non tornare: domani vado dal mio avvocato.
Silenzio in linea. Poi una voce stanca, sconosciuta:
Sto arrivando. Fa ciò che devi. Sono stufo.
I carabinieri arrivarono dopo dieci minuti. Due uomini in divisa, seri ma gentili.
Chi è il proprietario?
Io, Giulia mostrò i documenti, latto notarile era pronto. La casa è in comunione con mio marito. Questo signore non risulta residente, abita qui contro la mia volontà, e si comporta in modo aggressivo. Chiedo venga allontanato.
Documenti, prego, chiese il maresciallo a Massimo.
Lui passò la carta didentità senza entusiasmo.
Sono fratello di Marco! Ho diritto di stare qui! Ospite!
Siete registrato a Civitavecchia. Qui nessuna iscrizione. La signora proprietaria richiede che lasciate la casa. Non avete titolo, senza il consenso di entrambi i coniugi. Radunate le vostre cose.
Non potete! sbraitava Massimo. Aspetto Marco, lui confermerà!
Se suo fratello è daccordo andrà in sede civile, ma ora è assente. Lei qui non può restare. Inoltre è in stato di ebrezza, i vicini si sono già lamentati. O esce subito, o lo portiamo in caserma per accertamenti. E rischia anche la denuncia.
Massimo guardava i carabinieri, me, Giulia con le braccia incrociate. Capì che era finita: la sua sfacciataggine era andata sbattere contro la burocrazia.
Bene… prendetevi pure la vostra reggia. Ma questa non la scordo.
Ci volle venti minuti perché buttasse tutto nel sacco, sbattendo le porte, insultando sottovoce, scalfendo i mobili. I carabinieri vigilavano.
Mentre usciva, davanti allingresso comparve Marco. Sembrava invecchiato di dieci anni.
Marco! urlò Massimo. Dì qualcosa! Tua moglie mi butta in strada! Fratello tuo!
Marco guardò suo fratello. Il viso gonfio, acceso dalla rabbia. Poi Giulia, decisa. Il tappeto ricoperto di cenere, bottiglie vuote.
Vai via, Massimo, disse a bassa voce.
Cosa?! Mi butti fuori? Per colpa sua?
Hai vissuto un anno a nostre spese, Marco lo fissò negli occhi. Hai mentito, hai umiliato mia moglie, hai distrutto la nostra casa. Ho sopportato perché sei mio fratello, ma questa volta basta. Torna a Civitavecchia. O dove ti pare. Non ti presto più un euro.
Massimo rimase con la bocca aperta, mai avrebbe immaginato il debole Marco così.
Andatevene tutti e due! sputò a terra. Famiglia di incapaci! Siete morti per me!
Raccolse il saccone e si chiuse la porta alle spalle. I carabinieri lo accompagnarono giù, per sicurezza.
Grazie, ringraziò Giulia.
Cambiate la serratura subito, consigliò il maresciallo. Non si sa mai con sti parenti
Chiusa la porta fu solo silenzio. Marco spalancò le finestre per cacciare il fetore, poi iniziò a raccogliere mozziconi dal tappeto.
Giulia gli si avvicinò, posandogli una mano sulla spalla.
Scusami, disse Marco, senza guardare. Avrei dovuto farlo io, tanto tempo fa.
Ora è finita, rispose lei.
Passammo il weekend a sanificare e pulire tutto: buttammo il divano dove dormiva Massimo, era irrimediabile. Cambiammo la serratura proposta di Marco, senza bisogno di ricordarglielo.
Massimo chiamò un paio di volte da numeri sconosciuti: chiedeva soldi per il treno, minacciava, faceva la vittima. Marco gli chiuse il telefono in faccia e bloccò tutto.
Piano piano la vita tornò normale. Giulia ricominciò ad amare la sua casa: ordine, silenzio, profumo di cena, non di roba stantia e birra. Marco imparò che la famiglia vera è chi ti rispetta e ti protegge, non chi approfitta del sangue per succhiarti la vita.
A volte serve attraversare un inferno domestico per imparare a difendere i propri confini e apprezzare la pace dentro quattro mura.
Ecco, questa vicenda mi ha insegnato che dire “no” non è egoismo, ma amore verso chi ami davvero e anche verso te stesso.






