Dai, capisci bene che sta attraversando un periodo difficile. La moglie lha cacciato fuori casa, ha perso il lavoro Non lo posso mica lasciare a dormire in stazione Giuseppe strinse nervosamente il canovaccio fra le mani, guardando la moglie come se avesse appena rotto la sua tazza preferita. Eppure parlava solo della visita del fratello minore, Claudio.
Francesca appoggiò i sacchetti della spesa a terra con un sospiro pesante. I sacchetti erano pieni, la giornata in ufficio era stata un disastro revisione dei bilanci, controllo dellAgenzia delle Entrate, la schiena in fiamme. Non cera nulla che volesse di meno, in quel momento, che parlare dei problemi di Claudio, visto in tutto tre volte in ventanni di matrimonio.
Peppe, abbiamo un bilocale, mica un ostello della Caritas rispose stanca, sfilandosi gli stivali Claudio ha casa sua a Parma, no? Perché non va là?
Eh, la dà in affitto, così paga il mutuo della mansarda che ha preso per il figlio. Ma dice che deve trovare lavoro qui a Milano. Una settimana, Franci, giusto il tempo di fare due colloqui. Giuseppe abbassò lo sguardo, sperando nella benevolenza della moglie.
Francesca si diresse in cucina e si versò un bicchiere dacqua. Giuseppe la seguì timoroso, occhi da cagnolino supplichevole. Era un buon marito, gentile, non litigioso, sempre pronto a lavorare. Ma aveva un difetto fatale: non sapeva mai dir di no alla famiglia. Tanto meno a Claudio, considerato da tutti un irrequieto, uno da gestire con i guanti.
Va bene, tagliò corto Francesca, rassegnata una settimana. Ma avvisalo: qui si segue il ritmo di casa nostra. Sveglia alle sei, a letto alle undici. Niente amici, niente casino.
Claudio arrivò la sera dopo. Trascinò un borsone a scacchi che odorava di treno regionale e umido, e invase immediatamente la casa. Più grosso di Peppe, più rumoroso, smaccatamente invadente.
Oh, donna di casa! tuonò allargando le braccia nel tentativo di abbracciarla; Francesca riuscì appena a scansarsi. Allora, si ospita sto poveraccio? Prometto che non faccio rumore, mi basta un letto e una presa di corrente, eh eh!
I primi tre giorni filarono lisci. Claudio davvero dormiva fino a mezzogiorno in salotto, poi si buttava in esplorazione a caccia di lavoro, rientrava per cena. Ma a tavola mangiava come se fosse in dieci. Francesca scoprì con sgomento che la pentolona di minestrone da cinque litri spariva in una sera. Le cotolette, cotte per due cene, svanivano allalba.
Aria di Milano! rideva Claudio, facendo la scarpetta nel sugo. Qui il fisico mi chiede la pappa!
Francesca taceva, ma annotò mentalmente che avrebbe dovuto fare la spesa più spesso. Dopotutto era un ospite, non si poteva dirgli nulla davanti a Peppe.
Arrivato il termine della settimana promessa, Francesca chiese gentilmente, a cena:
Allora, Claudio, novità col lavoro?
Claudio fece una smorfia, posò la forchetta e si mise unaria tragica.
Eh, Franci, tutto finto. Fanno annunci dove scrivono 1500 euro al mese, poi è volantinaggio, o vendite piramidali Io ho fatto lITS, sono un tecnico, mi serve qualcosa di serio. Ma forse domani mi richiamano da una ditta importante. Lunedì massimo dovrei sapere.
Dici due giorni Francesca lanciò uno sguardo eloquente a Giuseppe, che nel frattempo studiava linsalata con unattenzione maniacale.
E dai mica mi butti fuori nel weekend? Claudio sorrisette. E poi col Peppe domani sistema e garage ci facciamo due chiacchiere da uomini, no?
Francesca annuì con riluttanza. Due giorni in più, ormai non cambiava niente.
Ma il lunedì diventò martedì, il martedì scivolò nel mercoledì, e della ditta importante nemmeno lombra. Claudio smise di uscire di giorno. Al rientro dal lavoro, Francesca trovava sempre la solita scena: divano aperto, TV accesa, briciole ovunque, tazze sporche, e quellodore persistente di deodorante maschile mescolato a birra.
Claudio, hai richiamato per il lavoro?
Ho chiamato, borbottava lui senza alzare gli occhi dallo schermo ma la segretaria si è ammalata, mi richiamano la settimana prossima. E senti, Franci, hai finito la maionese? Il frigo è vuoto, volevo farmi un panino
Quel hai finito la maionese colpì Francesca come uno schiaffo. Ma si morse la lingua. Cominciava però a notare una sfacciata appropriazione: shampoo costoso di Giuseppe dimezzato, il suo plaid preferito perennemente occupato, i canali TV cambiati mentre lei tentava di guardare il telegiornale.
Passò un mese. Il gelo fuori si scioglieva in fango, uguale a quello che la vita di Francesca era diventata.
Un pomeriggio non resistette. Giuseppe era in cucina a smontare il tostapane. Lei si sedette e chiuse la porta alle sue spalle.
Peppe, parliamone. Questa storia
Di Claudio? Giuseppe chinò il capo.
Di lui. È un mese che non lavora, non cerca nulla, rimane qui tutto il giorno, mangia tutto quello che trova e non accenna ad andarsene. Casa mia è diventata una pensione. Non posso stare in vestaglia in salotto perché c’è un estraneo. Quando finisce?
Gli ho parlato, giuro. Dice che è questione di giorni, gliene vanno tutte storte. Franci, non posso buttare mio fratello in strada, dai. Mia madre non me lo perdonerebbe mai. Ricordi, ci chiedeva sempre di tenerci uniti.
Tua madre, sia lodata, abita a Piacenza e non vede come viviamo noi. Peppe, qui il bilancio familiare è al collasso: spendiamo il doppio in spesa, le bollette sono raddoppiate, lui fa la doccia per ore, accende tutte le luci almeno facesse la sua parte!
Non ha soldi, bisbigliò Giuseppe le carte sono bloccate per i debiti. Me lha detto ieri.
Francesca si accasciò su una sedia, giramento di testa.
Ah, ecco. Indebitato. E tu lo sapevi?
Da qualche giorno. Mi ha promesso che appena trova lavoro inizia a restituire. Franci, ti prego, resisti ancora. Arriva la stagione, prenderà lavoro in cantiere, se proprio non trova altro.
Resisti. Da quel giorno fu il suo mantra.
Arrivò la primavera, poi lestate. Claudio in cantiere non ci andò si lamentava dellernia e guai a sollevare pesi. Ma sollevare boccali di birra davanti alla televisione, quelli sì. Francesca notò la sparizione graduale dellalcol dal mobiletto bar. Ma quando scomparve la bottiglia di grappa che Giuseppe aveva ricevuto per i cinquantanni, ci fu una lite furibonda.
Non sono stato io! gridava Claudio, schiumando rabbia. Siete capaci voi di berla e date la colpa a me! O magari è stato Peppe tuo, eh!
Non parlare così a mia moglie! tentò Giuseppe, debolmente.
Tienila a bada, piuttosto! Una stretta di famiglia, eh? Quando sarò a posto vi compro casse intere di grappa!
Quella sera, Francesca pose lultimatum: o Claudio lasciava casa entro la settimana, o lei chiedeva la separazione e vendeva tutto. Lappartamento era acquistato in comunione, ma con lanticipo dei genitori di lei, e per anni aveva pagato quasi tutto Francesca coi suoi stipendi da responsabile amministrativa.
Giuseppe si spaventò. Lunghi sussurri col fratello sul balcone, sigarette su sigarette. Claudio diventò cupo, evitava Francesca. Poi annunciò: aveva trovato una stanza in affitto a Rozzano, mancavano due settimane alla paga del nuovo lavoro (poco credibile, come guardiano notturno).
Francesca si concesse un sospiro di sollievo. Due settimane, poteva tenere duro.
Ma passati pochi giorni, Claudio tornò con una mano fasciata.
Ho fatto un volo dalle scale. Frattura al radio.
Francesca fissò il gesso e sentì la disperazione salire. Nessun nuovo lavoro. Nessuna partenza.
Non butterai fuori un invalido, spero? rise amaro Claudio, e Francesca scorse nei suoi occhi una malizia soddisfatta. Aveva trovato lalibi perfetto per restare.
Lestate fu un inferno. Claudio pretendeva ogni attenzione: «Fran, tagliami il pane che non posso», «Fran, aiutami a lavarmi la schiena che non ci arrivo». Alla seconda richiesta, Francesca sbottò tanto che Claudio cambiò aria, ma latmosfera ormai era irrespirabile.
Giuseppe cominciò a trattenersi sempre di più in ufficio, straordinari su straordinari, in una fuga vigliacca da casa. Anche Francesca allungava le giornate fuori, passeggiava nei giardini, si fermava a prendere un espresso al bar, pur di non tornare nella propria casa, nel regno del Re Claudio.
Così passò mezza annata. Il gesso sparì, ma Claudio doveva ancora recuperare la mano, lamentando dolori a ogni cambiamento di tempo. Ormai aveva trasformato il soggiorno in una dependance personale: spostato i mobili, invitato amici poco raccomandabili in assenza dei padroni (la vicina riferì tutto). Ogni critica suscitava una reazione furibonda:
Mi dovete rispetto! Sono vostro fratello! Secondo ogni regola, dovete aiutarmi! Avete un trilocale (anche se era un bilocale, cucina contata come stanza da Claudio), e vi lamentate per lo spazio? Non vi dormo mica in camera!
Il vaso traboccò a novembre, esattamente un anno dopo il suo arrivo.
Francesca rincasò prima del solito fortissimo mal di testa, aveva chiesto permesso. Aprì la porta e rimase interdetta: musica alta e risate di donna venivano dalla sala.
Scarpe da donna, infangate, in corridoio. Una giacca smunta sullattaccapanni. Entrò e si trovò davanti a una scena degna di un film finto: tavolo pieno di roba presa dal frigo, una bottiglia di vodka mezza vuota, Claudio che abbracciava una biondastra trasandata, entrambi a fumare, cenere sul tappeto.
Oh, la regina di casa! biascicò Claudio. Siamo qui a far due chiacchiere. Ti presento Alessia, la mia musa!
Dentro, qualcosa si ruppe freddamente in Francesca. Niente più pietà. Niente più tentennamenti.
Via. La voce quasi sussurrata.
Eh? Claudio sembrò non capire. Franci, rilassati. Tra un po va via Alessia, abbiamo solo bev
Fuori. Adesso. Tutti e due. Avete cinque minuti.
Questa è da ricovero Claudio si alzò, il volto paonazzo Dove vuoi che vada? A questora? È anche casa mia! Peppe è il padrone! Tu chi sei? Uninfiltrata!
Si mosse minaccioso verso di lei. Francesca rimase ferma, tirò fuori il cellulare.
Chiamo la polizia.
Chiama! urlò Claudio. Non possono farmi nulla! Sono ospite! Sono familiare! Peppe mi ha invitato!
Francesca compose il numero.
Polizia? Avrei bisogno di una pattuglia. Indirizzo Sì, persone non registrate in casa, in stato di ebbrezza, mi minacciano. Proprietaria. Attendo.
Alessia, sentendo polizia, sobbalzò e in pochi secondi si dileguò, balbettando scuse. Claudio invece si risprofondò sul divano e accese unaltra sigaretta, storta in bocca.
Bene bene, vediamo come la mettiamo. Arriva Peppe e glielo sentierai dire tu! Dare il fratello alle guardie sei proprio una miserabile, Francesca.
Francesca andò in cucina e chiamò Giuseppe.
Ho chiamato la polizia, disse appena lui rispose. Tuo fratello ha portato unamica, ubriaco, ha fumato in casa e ha tentato di sollevarmi le mani. Se prendi le sue parti, domani chiedo la separazione.
Silenzio. Poi la voce di Giuseppe, secca, estranea.
Arrivo subito. Fai quello che devi. Non ne posso più.
I carabinieri arrivarono rapidi, in quindici minuti. Due uomini, stanchi ma decisi.
Chi è il proprietario? domandò il maresciallo, osservando la sala affumicata e Claudio sdraiato sul divano.
Sono io, disse Francesca esibendo carta didentità e certificato catastale Lappartamento è cointestato con mio marito. Questo signore non è registrato, vive qui contro la mia volontà, è aggressivo. Chiedo venga allontanato.
Il carabiniere si rivolse a Claudio.
Documento, per favore.
Claudio, svogliato, tirò fuori la carta didentità.
Sono fratello di Giuseppe! Sono ospite! Posso stare qui!
Il maresciallo scorse il documento, sospirò.
Residenza Parma. Qui nessuna registrazione. La signora richiede che lei lasci lappartamento. Non ha titolo a restare senza consenso di entrambi i proprietari. Si prepari.
E allora dovè la legge?! gridò Claudio Che mi cacciate? Peppe tornerà e vi farà vedere!
Se suo fratello conferma che vuole che lei stia qui, dovrete risolvere in sede civile, davanti a un giudice. Ma ora suo fratello non cè, e la signora la vuole fuori. In più, è alticcio e disturba il vicinato. Mentre salivamo, i vicini hanno segnalato schiamazzi. O esce adesso, o finisce in caserma per identificazione, e magari becca pure la denuncia per disturbo.
Claudio fissò i carabinieri, fissò Francesca in piedi, braccia incrociate. Capì che il tirare la corda era finito. Larroganza che funzionava con Giuseppe e con Francesca, lì davanti ai carabinieri, sinfranse contro il loro sguardo impassibile.
Daccordo sibilò. Tenevi i tuoi metri quadri, vedrai che succede. Ma non dimentico!
Raccolse le sue cose lanciandole a casaccio nel borsone, imprecare e borbottare. I carabinieri vigilarono fermi in corridoio.
Quando finalmente uscì, imbronciato, trovò Giuseppe sulla porta. Sembrava invecchiato di dieci anni.
Peppe! urlò Claudio Dillo tu! Tua moglie mi sbatte fuori! Tuo fratello! Dillo!
Giuseppe lo guardò: la faccia gonfia, torva, la casa ridotta al caos. Poi guardò Francesca, pallida ma ferma. Gli occhi caddero sulle briciole di cenere e la bottiglia vuota.
Vai via, Claudio, disse piano.
Eh? Ma mi tradisci? Per una donna?
Da un anno vivi sulle nostre spalle, sussurrò Giuseppe, incrociandolo negli occhi. Hai mentito, ti sei approfittato di noi, hai umiliato mia moglie e trasformato la mia casa in una stalla. Ho sopportato perché sei mio fratello. Ma stavolta hai passato il segno. Torna a Parma, dove vuoi. Niente più soldi.
Claudio impallidì. Non si aspettava questo da Peppe lo zerbino.
Siete due poveracci! sputacchiò sul pavimento. Famiglia di dementi! Sparite dalla mia vita!
Arraffò la borsa e sparì sulla scala, scortato dai carabinieri che si assicurarono uscisse davvero dal palazzo.
Grazie, disse Francesca al maresciallo.
Bloccate il portone e cambiate la serratura, consigliò lui andando via gente così torna sempre a rompere.
Quando chiusero la porta, la casa precipitò in un silenzio denso. Giuseppe andò in soggiorno, spalancò la finestra, lasciando entrare il vento gelido di novembre per scacciare la puzza di fumo e alcool. Si mise poi a raccogliere in silenzio i mozziconi dal tappeto.
Francesca gli si avvicinò, posandogli la mano sulla spalla.
Perdonami, mormorò Giuseppe, senza alzare la testa Dovevo farlo io, tanto tempo fa.
Limportante è che sia finita, rispose Francesca.
Passarono il weekend a ripulire da cima a fondo. Buttata via la vecchia poltrona dove Claudio aveva dormito irrecuperabile e chiamato un fabbro per cambiare la serratura. Giuseppe, stavolta, lo fece senza che Francesca dovesse ricordarglielo.
Claudio chiamò ancora qualche volta da numeri sconosciuti, pretendendo soldi per il biglietto o facendo minacce e melodramma. Giuseppe attaccava e bloccava subito.
La vita tornò piano alla normalità. Francesca di nuovo rincasava contenta, sapendo cosa trovare: casa pulita, silenziosa e profumata di cena, non di uomo sudato. E Giuseppe capì forse, finalmente, quale fosse la vera lezione: famiglia è chi ti protegge e ti rispetta non chi ti succhia la vita solo perché scorre lo stesso sangue.
A volte occorre passare dallinferno della convivenza malata per imparare a difendere i propri confini e a godersi la serenità nella propria casa.




