Il marito ha insistito per un test del DNA, ma la mamma ha inventato una storia

Allora, così: non ho intenzione di crescere un bambino che non è mio Domani cerco una clinica e facciamo il test del DNA.
Cosa? le vacillarono le gambe a Margherita. Stai scherzando? Lorenzo, siamo tre anni insieme. Non ti ho mai dato alcun motivo
Lo vedremo, la interruppe, sorridendo storto. Se è mio, diventerò padre senza problemi, mi scuserò, tutto. Se non lo è

Il telefono sul comodino vibra. Margherita alza gli occhi: è di nuovo il marito.

Allunga la mano al cellulare, sblocca lo schermo e subito uninondazione di messaggi, inviati la notte precedente mentre piangeva nel cuscino, le cade addosso.

«Allora, perché ci metti così tanto?»
«Mia madre ha chiamato, chiede quando arriverai.»
«Margherita, non credo che tu non abbia partorito in 16 ore! Che dicono i medici? Perché taci?!»
Lultimo, scritto sette minuti fa: «Sono giù. Vieni alla finestra.»

Margherita espira, quasi voglia piangere. Prova a sollevarsi sui gomiti, ma non riesce. Tutto le pulsa, lepidurale non fa più effetto e muoversi è unimpresa.

Dio… sussurra, ricominciando a poggiare la testa sul cuscino.

Il telefono squilla; Lorenzo non la lascia in pace.

Sì? rauca, cerca di rispondere. Ciao, Lorenzo.
Perché non ti alzi? non la saluta, ma va subito al sodo. Quante volte devo chiedertelo? Leggi e non rispondi!

Sono al secondo piano, guarda fuori, mostraci il figlio.

Margherita chiude gli occhi.

Lorenzo, non posso.
Cosa intendi per non posso?
Non riesco a stare in piedi. Ho partorito cinque ore fa, mi hanno cucito. Devo stare sdraiata, camminare è un dolore. Non arriverò nemmeno al davanzale.

Il silenzio si allunga, poi Lorenzo sbuffa, offeso:

Altri là fuori fanno il verso, borbotta. Cè una donna in unaltra finestra con un palloncino. E tu? Ti credi speciale?

Sto male, Lorenzo. Ti prego, non cominciare.

Che intendi per non cominciare? Sono il padre o cosa? Voglio vedere mio figlio!

Capisci che sono qui con i fiori, come un asino, a congelarmi? Alza il tuo quinto punto e avvicinati alla finestra!

Margherita non riesce più a trattenersi, piange piano. Vorrebbe sentirlo dire: «Tesoro, come stai? Riposati, ti amo», ma lui

Non riesco a sollevare il bambino, spiega a bassa voce. Non mi è permesso alzarmi prima di sera, almeno. Torna a casa, Lorenzo…

Cancella la chiamata, ma tre secondi dopo il telefono squilla di nuovo. La gira a faccia in giù. Le lacrime scendono a dirotto, è una vergogna immensa. Perché le fa questo?

Una infermiera entra nella stanza, preoccupata:

Mamma, perché piangi? Smetti subito! Calmati

Il latte si sta scaldando, il piccolo avrà fame. Vieni, ti aiuto a sollevarti, è ora di allattare. Che ti ha turbata così?

Il marito singhiozza Margherita. Il figlio vuole essere mostrato alla finestra. Io non posso

Linfermiera sbatte la lingua, sistemando la coperta e passando al tu.

Ma che ne sai, eh? Dìgli di aprire gli occhi, qui è un reparto ostetricia, non un circo!

E guarda che esigente è!

Ma non piangere, non vale la pena. Riposa, devi ricaricare le forze. Prima di tutto pensa al bambino.

Lorenzo non smetteva di mandare SMS, uno dopo laltro. Margherita li leggeva, il freddo dentro di lei aumentava.

«Nascondi, vero?»
«Mostrami il bambino, dico! È sano?»
«Forse non è mio, lo nascondi?»
«Una donna normale mostra al marito il primo figlio. Tu ti nascondi.»

Margherita si sentì gelare. Che cosa gli era capitata? Tre anni insieme e mai si era comportato così!

Era convinta di aver sposato un uomo affidabile, che sarebbe stato la sua roccia per tutta la vita. Si scopri che sbagliava.

Per calmare Lorenzo, nonostante il dolore, afferrò il braccio del culle.

Il piccolo dormiva, con il nasino tutto rugoso. Era minuscolo, arrossato, come tutti i neonati. Sul capo spuntava un ciuffetto di pelliccia scura.

Scattò una foto. Le mani tremavano, limmagine era un po sfocata, ma il viso era chiaro. Premette Invia.

La risposta arrivò subito.

«Cosè questo?»

Margherita scrisse:

«Il nostro figlio. Michele.»

Lorenzo richiamò subito:

Margherita, mi stai prendendo per una?

Di che parli? allimprovviso non capì.

Guardalo! È nero!

Che nero, Lorenzo? Sei impazzito? È rosso, è appena nato!

I capelli! urlò Lorenzo così forte che Margherita gli strappò il telefono dallorecchio. Io ho i capelli castani, tu sei bionda tinti, ma i miei sono chiari.

E questo è come un carboncino! Da chi è? Dal vicino? Dal tassista?

Margherita si sentì soffocare dallindignazione.

Sei matto!? sbuffò. Quasi tutti i neonati nascono con i capelli scuri, poi cambiano!

La pelle è rossa perché i vasi sono vicini! Chiedi a qualsiasi pediatra!

Non devo farmi curare qui! interruppe Lorenzo. Non sono cieco. I bambini nascono bianchi se i genitori sono bianchi.

E questo è finito, è tutto chiaro. Non è un caso che non ti sia avvicinata alla finestra.

Che vergogna guardarti in faccia?

Che sei bisbigliò Margherita, premendo blocca.

Bloccò il numero di Lorenzo, le lacrime lottavano così forte da farle difficoltà a respirare. Il bebè nella culla sbava piano, chiedendo attenzione.

Margherita sollevò a malapena le gambe dal letto, gemendo per le suture, e prese il figlio tra le braccia.

Tranquillo, Michele, gli sussurrò, cullandolo e inghiottendo le lacrime salate. Stiamo bene. Ci abbiamo lun laltro, e non ci serve nientaltro. Va bene, tesoro?

Tre giorni al reparto ostetrico passarono come in una nebbia. Margherita quasi non dormiva: allattava, cambiava i pannolini, ascoltava i consigli dei medici, e nella sua testa girava un solo pensiero: come tornare a casa?

Lorenzo non chiamava più. Mandava solo messaggi secchi: «Che comprare?», «A che ora lo prendo?». Niente ti amo, niente mi manchi.

Luscita dallospedale sembrava una farsa. Margherita uscì nella hall, pallida, con occhiaie che nemmeno il correttore riusciva a nascondere.

Linfermiera la seguì, portando un involucro con nastro azzurro.

Lorenzo era alla porta, con in mano un mazzo di rose appassite, probabilmente comprate al banco del mercato.

Il volto di pietra, niente sorriso. Accanto a lui la madre, Irina, oscillava da un piede allaltro.

Congratulazioni! gridò la infermiera, troppo alta, porgendo il pacchetto al padre.

Lorenzo prese il bambino e fece una smorfia. Tenne il pacchetto con le braccia tese, guardando oltre la testa di sua moglie. Non mise gli occhi sul volto del figlio.

Grazie, brontolò.

Irina afferrò langolo della busta.

Oh, che piccolo! Dorme? Per fortuna, è uscito bene. Andiamo a casa, che non cè più niente da fare qui.

Il viaggio verso casa fu silenzioso.

Lorenzo guidava lauto in maniera brusca, quasi aggressiva: sterzava, frenava a tutti i semafori. Margherita era seduta dietro, stringendo il neonato.

Stai più attento, non riuscì a trattenerla quando lauto sobbalzò su un dosso. Stai portando un bambino!

Guida come sai, sbottò Lorenzo guardando nello specchietto retrovisore. Se non ti piace, vai a piedi.

Arrivati a casa, il campanello suonò. Lorenzo buttò le chiavi sul comodino senza togliersi le scarpe e andò in cucina.

Cè qualcosa da mangiare? gridò.

Margherita rimase a bocca aperta.

Lorenzo, sono tre giorni al reparto, sono appena entrata in casa! Da dove prendo da mangiare?

Allora ordina, o lo faccio io alla stufa? Ho lavorato mentre te riposavi.

La parola riposavi uscì con una tale cattiveria che la fece rabbrividire. Pose Michele nella culla, quella che avevano scelto insieme un mese prima, e si diresse verso la cucina.

Parliamo, ok? chiese timidamente, appoggiandosi alla porta.

Stare ancora era doloroso.

Va bene, Lorenzo appoggiò il telefono. Stavo parlando con i miei amici e con mia madre.

Con gli amici? chiese. Stai discutendo di nostro figlio con gli amici?

Sto discutendo della situazione! sbottò, sbattendo il palmo sul tavolo. Margherita, smetti di fare drammi. Il bambino non è come me. Per niente!

Ha solo tre giorni! Non è ancora somigliante a nessuno!

Non mettermi in testa queste cose! saltò su. Non sono un babbeo, Margherita! Lo vedo, lo vedo. È scuro. Gli occhi quasi neri. Da dove? Nella nostra famiglia non cè.

Si avvicinò a lei.

Allora, così: non crescerò un figlio che non è mio. Domani cerco una clinica, facciamo il test del DNA.

Michele piangeva in culla.

Vai a calmarlo, lanciò Lorenzo, girandosi verso la finestra. Urla come un matto. È solo un neonato.

Margherita guardava la sua schiena larga, la maglietta familiare che aveva stirato a lui prima del parto, e capiva che quello Lorenzo che conosceva non esiste più. E la sua famiglia era svanita.

Si girò lentamente, entrò nella camera, prese il bambino, lo pressò al petto il piccolo si calmò subito, sentendo il calore materno.

Tsss, piccolino, tsss sussurrò. Sono qui. Mamma è vicino, tesoro

Lorenzo tornò nella stanza dopo cinque minuti.

Allora? Accetti il test? Hai paura?

Margherita lo guardò negli occhi.

Fai pure, disse ferma. Trova la clinica, paga, fai il test.

Perfetto, sbuffò lui. Così è meglio. Non cè bisogno di fare scenate.

Ma ricorda, Lorenzo, la interruppe, senza alzare la voce. Quando arriverà il risultato e dirà che sei il padre

E? si irrigidì, percependo il cambiamento nel tono.

capirai che hai perso non solo me, ma anche il bambino. Non ti perdonerò mai per questo.

Lui, furioso, alzò la mano.

Basta con i drammi. Manipolazioni da… poi ti ringrazierò per aver chiuso la questione.

Si diresse verso il salotto, accese la TV e si mise a guardare una serie.

Margherita guardò il figlio. Dormiva, ridacchiando nel sonno, i capelli scuri, quelli che tanto irritavano il marito, sfioravano delicatamente la sua pelle.

Niente, mormorò, baciandolo sulla corona. Che ti diverti, che ti incasini con quei fogli.

Due mesi dopo, la sveglia di Margherita fu una chiamata: il suo ex marito, ora in linea.

Allinizio non voleva rispondere, ma alla fine prese la chiamata.

Margherita, per favore, singhiozzava Lorenzo. Torna a casa! Ho capito tutto! Mi dispiace per il test! È stata colpa di mia madre e dei ragazzi Ti prego, perdonami! Pagherò gli alimenti, ogni centesimo, fino allultimo centesimo. Non chiederò nulla al tribunale. Torna!

Margherita rifiutò.

Lorenzo fece comunque il test, i risultati furono positivi, ma lei avviò subito la separazione, chiedendo gli alimenti e la divisione dei beni.

Ora viveva in un appartamento in affitto, sostenuto da genitori. E, davvero, era più felice. Perché aveva lasciato un traditore alle spalle.

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