Il marito insisteva per un test del DNA la madre mi aveva messo le mani sul cuore
«Allora, così. Non ho intenzione di allevare un figlio che non è mio Domani cerco una clinica e facciamo il test del DNA».
«Cosa?» le gambe di Cinzia vacillarono. «Sei serio? Luca, siamo insieme da tre anni. Non ti ho mai dato motivo di dubitare»
«Lo sapremo presto», la interruppe lui, con un sorriso storto. «Se è mio, sarò padre senza esitazioni, mi scuserò, farò tutto. Se non lo è»
Il cellulare sul comodino vibrò; Cinzia alzò gli occhi era di nuovo lui.
Lo prese, sbloccò lo schermo e i messaggi scritti durante la notte, quando aveva pianto sul cuscino, cominciarono a scorrere.
«Allora perché ci metti così tanto?»
«La mamma ha chiamato, vuole sapere quando arrivi».
«Cinz, non ci credo che dopo 16 ore non sia ancora nata! Che dicono i medici? Perché taci?».
Lultimo, inviato sette minuti prima:
«Sono giù. Vieni alla finestra».
Cinzia esalò unondata di lacrime le salì agli occhi. Tentò di sollevarsi sugli avambracci, ma il dolore era troppo forte. Lepidurale non funzionava più, muoversi era unimpresa.
«Signore mio», sussurrò, lasciando cadere la testa sul cuscino.
Il telefono squillò di nuovo; Luca non lavrebbe lasciata in pace.
«Pronto?», rabbiettò Cinzia, rauca. «Ciao, Luca».
«Che non esci dal letto?», la sua voce non salutò. «Quante volte devo chiedertelo? Leggi e non rispondi!».
«Sono sotto le finestre del secondo piano. Guarda, fammi vedere il bambino».
Cinzia chiuse gli occhi.
«Luca, non posso».
«Cosa intendi per non posso?»
«Non riesco a alzarmi. Ho appena partorito cinque ore fa, mi hanno suturato. Non devo stare seduta, camminare è un dolore. Non arriverò nemmeno al davanzale».
Un silenzio calò, poi Luca sbuffò offeso:
«Altre donne sventolano, guarda quella dietro, una vecchia con un palloncino. E tu? Sei speciale?»
«Sto male, ti prego, non iniziare».
«Che intendi per non iniziare? Sono il padre o cosa? Voglio vedere mio figlio!»
«Capisci che sto qui con i fiori, come un idiota, a stare al freddo? Alzati e vai alla finestra!».
Cinzia non riuscì più a trattenersi piangeva piano. Avrebbe voluto sentire: «Tesoro, come stai? Riposa, ti amo», ma lui
«Non riesco a sollevare il bambino», spiegò a bassa voce. «Mi è stato vietato di alzarmi almeno fino a sera. Torna a casa, Luca».
Riattaccò, ma il telefono squillò di nuovo tre secondi dopo. Lo girò a faccia in giù. Le lacrime scendevano a dirotto, il dolore era così grande. Perché la trattava così?
Entrò nella stanza uninfermiera e, subito preoccupata, disse:
«Mamma, perché piangi? Smettila subito, per favore! Calmiamoci».
«Il latte si rovinerà, il bambino avrà fame. Ti aiuto a sollevarti, è ora di nutrirlo. Che ti turba così?»
«Luca», singhiozzò Cinzia. «Il figlio vuole vedere dalla finestra. Io non posso».
Linfermiera sbatté la lingua, sistemò la coperta e, improvvisamente, passò al tu:
«Che agitati! Dì a lui di aprire gli occhi: qui è una casa di maternità, non un circo!».
«Guarda che esige!».
«Non piangere, non ne vale la pena».
«Resta a letto, devi recuperare forze. Prima pensa al piccolo».
Luca non si fermava i messaggi arrivavano uno dopo laltro. Cinzia li leggeva e dentro di lei il gelo aumentava.
«Nascondi, vero?»
«Fammi vedere il bambino, dico! È sano?»
«Forse non è mio, se lo tieni nascosto?»
«Una normale, eh, una moglie che mostra il primo figlio al marito. E tu ti nascondi».
Cinzia si sentì gelare. Cosa gli era successo? Tre anni insieme, mai si era comportato così!
Credeva di aver sposato un uomo affidabile, che sarebbe stato il suo scudo per tutta la vita. Era stata ingannata.
Per placare almeno un po la sua rabbia, con il dolore, afferrò il cesto per neonati. Il piccolo dormiva, il naso arricciato in modo divertente. Era ancora minuscolo, rugoso, rosso come tutti i neonati. Sul capo spuntava una soffice peluria scura.
Scattò una foto. Le mani tremavano, limmagine era un po sfocata, ma il volto si vedeva. Premette «Invia».
La risposta arrivò subito.
«Che cosè?»
Cinzia digitò:
«Il nostro figlio. Michele».
Luca richiamò subito:
«Cinz, mi stai prendendo per il?».
«Di che parli?», rispose lei, confusa.
«Guarda il bambino! È nero!»
«Quale nero, Luca? Sei impazzito? È rosso, è appena nato!»
«I capelli!», urlò Luca così forte che Cinzia gli strappò il telefono dallorecchio. «Io ho i capelli castani, tu sei bionda tinta, ma i miei sono chiari. E questo è come un carboncino! Di chi è? Del vicino? Del tassista?».
Cinzia rimase senza fiato per lindignazione.
«Sei matto?!», sbottò. «Quasi tutti i neonati hanno i capelli scuri, poi cambiano!»
«La pelle è rossa perché i vasi sono vicini! Chiedi a qualsiasi medico!»
«Non farmi il dottore», interruppe Luca. «Non sono cieco. I bambini bianchi nascono bianchi se i genitori sono bianchi».
«E questo è chiaro, non cè dubbio. Non è che non ti sei avvicinata alla finestra».
«Ti vergogna guardarmi negli occhi?».
Cinzia sussurrò, premendo «cancella», e bloccò il numero di Luca. Le lacrime le strozzavano il respiro. Il piccolo nel cesto gocciolava un lieve pianto, chiedendo attenzioni.
Con grande sforzo, tirò i piedi dal letto, nonostante il dolore dei punti, e prese il figlio tra le braccia.
«Stai tranquillo, Michele», mormorò, cullandolo e inghiottendo le lacrime salate. «Stiamo bene. Abbiamo lun laltro, e non ci serve nientaltro. Va bene, tesoro mio?».
Tre giorni in maternità trascorsero come una nebbia. Cinzia dormiva poco: allattava, cambiava i pannolini, ascoltava i consigli dei medici, e nella testa girava solo una domanda: come tornare a casa?
Luca non chiamava più. Inviava solo messaggi secchi: «Che comprare?», «A che ora vieni a prendere?». Nessun «ti amo», nessun «mi manchi».
La dimissione fu quasi una farsa. Cinzia uscì nel corridoio, pallida, con occhiaie che nemmeno il correttore riusciva a coprire. Uninfermiera la seguì portando un involucro con nastro azzurro.
Luca era alla porta, con un mazzo di rose appassite, probabilmente comprate al chiosco di Piazza Navona. Il volto era di pietra, senza alcun segno di gioia. Accanto a lui cera sua madre, la signora Irene, che cambiava peso da un piede allaltro.
«Congratulazioni!», urlò linfermiera, troppo forte, porgendo il pacco.
Luca prese il bambino, corrugò le sopracciglia. Tenne linvolucro con le mani tese, guardando sopra la testa di sua moglie, senza mai fissare il volto del figlio.
«Grazie», brontolò.
Irene aprì un angolino del pacco.
«Oh, che piccolo! Dorme? Per fortuna, è tutto a posto. Torniamo a casa, che ci facciamo a fare?».
Il viaggio fu silenzioso. Luca guidò lauto con brusche accelerazioni, frenate improvvise ai semafori. Cinzia, seduta dietro, stringeva il bambino al petto.
«Potresti stare più attento», protestò quando il veicolo sobbalzò su un buco. «Stai portando il bambino».
«Guida come vuoi», sbottò Luca, guardando nello specchietto retrovisore. «Se non ti piace, cammina».
A casa il silenzio fu rotto da un ronzio di elettrodomestici. Luca gettò le chiavi sul tavolo, senza togliersi le scarpe, e si diresse verso la cucina.
«Cè qualcosa da mangiare?», urlò.
Cinzia rimase sbalordita.
«Luca, sono appena uscita dalla maternità da tre giorni. Sono appena entrata in casa! Da dove prendi il cibo?»
«Allora ordina. O devo io stare al fornello? Lavoravo mentre tu riposavi».
La parola «riposavi» gli uscì con una beffa che fece arricciare le sopracciglia a Cinzia. Pose Michele nella culla, quella scelta insieme un mese prima, e si avvicinò alla cucina.
«Parliamo, va?», chiese piano, appoggiandosi allo stipite della porta.
Stare in piedi era ancora doloroso.
«Va bene», posò il cellulare. «Stavo proprio per farlo. Ho parlato con gli amici e con mia madre».
«Con gli amici?», chiese. «Discuti nostro figlio con gli amici?»
«Sto valutando la situazione!», sbottò, sbattendo il palmo sul tavolo. «Cinz, basta drammi. Il bambino non somiglia a me. Per niente!».
«Ha tre giorni, Luca! Non somiglia a nessuno ancora!»
«Non dirmelo!», scoppiò. «Non sono un matto, Cin. Lo vedo, lo vedo. È scuro, gli occhi quasi neri. Da dove? Nella nostra famiglia non ce ne sono».
Si avvicinò così tanto da toccarla.
«Allora, così. Non intendo crescere un figlio che non è mio. Domani cerco una clinica, facciamo il test del DNA».
«Cosa?…», le vacillarono le gambe. «Sei serio? Luca, tre anni insieme. Non ti ho mai dato motivo di dubitare».
«Lo scopriremo», la interruppe, con un sorriso storto. «Se è mio, sarò padre senza esitazioni, mi scuserò, farò tutto. Se non lo è».
Michele piangeva nella culla.
«Vai, calmalo», disse Luca, voltandosi verso la finestra. «Urla come se fosse stato colpito. Certo, è un piccolo. Il suo carattere non è il mio, io ero sempre calmo».
Cinzia guardò la sua ampia schiena, la maglietta consumata che lei stessa gli aveva stirato prima del parto, e capì: luomo che conosceva non cera più.
Non aveva più una famiglia.
Silenziosa, si voltò e andò in camera. Prese il figlio tra le braccia, lo premé al petto il piccolo si calmò subito, sentendo il calore materno.
«Shh, piccino, shh», sussurrò. «Sono qui. La mamma è accanto, tesorino».
Luca ricominciò a bussare alla porta cinque minuti dopo.
«Allora? Accetti il test? Hai paura?»
Cinzia lo guardò negli occhi.
«Fallo», disse, ferma. «Trova la clinica, paga, fai il tuo test».
«Perfetto», gracchiò. «Così finisce. Così non si crea una sceneggiata qui».
«Ma ricorda, Luca», lo interruppe, senza alzare la voce. «Quando arriverà il risultato e dirà che sei il padre».
«E allora?», lui si irrigidì, percependo il cambiamento nel tono.
«Capirai che hai perso non solo me, ma anche il bambino. Perché non ti perdonerò mai più».
Stavi dubitando, ma mi stavi macchiando quando avevo più bisogno di aiuto.
Luca sbuffò, alzando la mano.
«Basta con le melodie. Manipolazioni da… poi ti ringrazierò di aver chiuso i conti».
Andò in salotto, accese la televisione e si immerse in una serie.
Cinzia guardò il figlio. Dormiva, con un piccolo sospiro di gioia. I capelli scuri, che tanto avevano irritato Luca, sfioravano dolcemente la sua pelle.
«Va bene», mormorò, baciandogli la fronte. «Che faccia quello che vuole. Che si lasci inghiottire dalla carta».
Due mesi passarono. Una mattina il telefono squillò: era il suo ex marito.
Allinizio non voleva rispondere, ma alla fine prese la chiamata.
«Cinz, per favore», implorò Luca. «Torna a casa! Ho capito tutto!».
«Mi hanno incastrato la madre, e gli amici».
«Scusami per il test! Ho verificato, Michele è mio figlio, non dirò più parole contro di te!».
«Pagherò gli alimenti, ogni centesimo, direttamente a te. E i soldi del giudizio non li chiederò indietro!».
«Accetto tutto, ma torna».
Cinzia rifiutò la chiamata.
Lui fece il test, i risultati furono positivi, e subito Cinzia chiese il divorzio. Richiese gli alimenti e la divisione dei beni.
Visse poi in un appartamento che i genitori le avevano affittato. E visse, devo dire, felice. Perché aveva lasciato quel traditore.





