Il marito non vuole cedere l’appartamento della zia alla figlia: discussione in famiglia tra divisione equa e futuro dei figli, tra tradizioni italiane, esigenze pratiche e relazioni tra fratelli

Tanto tempo fa, quandero ancora giovane sposa e la mia famiglia era al completo attorno a me, ci trovammo a discutere di una questione che ancora oggi mi torna in mente con nostalgia e una punta di malinconia. La zia di mio marito, una donna austera ma generosa, ci lasciò in eredità un appartamentino nel cuore di Firenze. Lappartamento era piccolo, ma il suo valore affettivo era grande, e lubicazione così centrale lo rendeva una vera rarità.

Allepoca, io e mio marito, Giovanni, avevamo già tre figli. La nostra figlia maggiore, Benedetta, aveva diciannove anni e frequentava luniversità; il nostro primogenito maschio, Riccardo, aveva dodici anni e il piccolo Matteo ne aveva solo cinque. Vivevamo tutti in un ampio appartamento con tre camere da letto, dove ognuno aveva il proprio spazio e la sensazione di famiglia era ovunque.

In quel periodo, nacque fra me e Giovanni una discussione destinata a farci riflettere a lungo. Io pensavo che sarebbe stato giusto offrire a Benedetta la possibilità di vivere nellappartamento ereditato: ormai era una giovane donna, e prima o poi avrebbe potuto decidere di sposarsi o semplicemente desiderare una propria autonomia. Giovanni invece sosteneva che sarebbe stato ingiusto nei confronti dei nostri figli maschi e che la scelta migliore fosse vendere la casa, suddividendo equamente gli euro ricavati fra i tre ragazzi.

Io non ero affatto convinta; reputavo il suo progetto poco sensato, perché i soldi divisi sarebbero stati pochi, e nessuno dei figli avrebbe davvero potuto comprarsi una casa propria. Anche se avessimo seguito il consiglio di Giovanni, i soldi sarebbero rimasti sui loro conti fino a quando i ragazzi fossero diventati maggiorenni, con Benedetta al massimo capace di acquistarci una Fiat usata. Meglio allora luovo oggi che la gallina domani, mi dicevo: dare un tetto a uno dei figli era comunque un passo avanti, e per gli altri, chissà, magari col tempo avremmo trovato altre soluzioni abitative.

Giovanni temeva che favorendo Benedetta si sarebbe guastato il rapporto tra fratelli, e che tra loro sarebbe regnata linvidia. Io, invece, credevo che i ragazzi fossero ancora troppo piccoli per comprendere certe dinamiche e che, intanto, saremmo stati in grado di pensare anche al loro futuro.

Non avevamo ancora detto nulla a Benedetta di questi pensieri, perché lappartamento della zia necessitava di lavori importanti, e in quelle condizioni non era affatto abitabile. Senza soldi per una ristrutturazione, ogni decisione restava ancora aperta.

Ripensando a quei giorni, non so davvero se avessi ragione io o Giovanni, o se esistesse una soluzione migliore che nessuno di noi riusciva a vedere. Forse qualche saggio lettore riuscirebbe a trovare una terza via. Mi domando ancora oggi se avrei dovuto insistere di più, oppure lasciar andare la mia idea per il bene dellarmonia familiare.

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