Il marito tornò a casa tardi la sera e senza dire una parola posò qualcosa sul tavolo: fu in quel momento che compresi quanto ci fossimo allontanati.

Il marito torna a casa tardi, verso le ventitré, e senza dire nulla posa qualcosa sul tavolo: è il momento in cui sento davvero quanto ci siamo allontanati. Lorologio segna le 22:37 quando sento la chiave girare nella serratura. In cucina brilla solo la lampada sopra il lavandino, io sono seduta al tavolo con una tazza di tè freddo che non ho nemmeno toccato.

Aspetto. Anche se non voglio ammetterlo a me stessa, continuo ad aspettarlo, come una volta, quando tornava dalle turni notturni, sentiva di pioggia e di fumo, e mi diceva: Sono già qui, tesoro.

Questa volta non dice nulla. Entra, si toglie le scarpe, lancia la giacca sullo schienale della sedia. Non mi guarda. Si avvicina al tavolo e mi lascia davanti una grossa busta imbottita. Poi, senza una parola, esce dalla cucina, come se quel gesto bastasse a spiegare tutto. Ma non è così.

La busta sta tra di noi come una bomba a mano. Allinizio non ho il coraggio di toccarla. Rimango lì, fissandola, come se potesse esplodere.

Forse, in un certo senso, lo farà. Sento che qualcosa sta cambiando. Da mesi evita le conversazioni, torna sempre più tardi, silenzioso, distaccato. È presente, ma non più reale.

Alla fine prendo la busta e la apro. Dentro ci sono documenti, ordinati, fermati da una graffetta. Sulla prima pagina cè una citazione di divorzio. Nessuna lettera, nessuna spiegazione. Solo caratteri neri, frasi burocratiche, date, articoli. Leggo in silenzio. Non so nemmeno quando iniziano a scorrere le lacrime.

Diciassette anni di matrimonio. Vacanze insieme, feste, risate intorno al barbecue. E, ovviamente, litigi, stanchezza, routine. Ma sembrava che tornassimo sempre luno allaltro. Almeno io tornavo. Lui come ho scoperto ora se ne era andato da tempo. Solo il suo corpo abitava ancora lo stesso indirizzo.

Sento il rumore della porta del bagno che si chiude. Rimango nella stessa posizione, con i documenti in mano, e una sola domanda nella testa: Perché non lha detto?. Perché non è riuscito a guardarmi negli occhi e semplicemente spiegare?

Entro in camera da letto solo dopo mezzanotte. È già a letto, girato di spalle a me.
Davvero doveva finire così? sussurro.

Non risponde. Il silenzio tra di noi è più denso di una coperta.

Ho provato a trattenerti dico dopo un attimo. Ero pronta a fare terapia, a ricostruire, a parlare. Ma tu hai scelto il silenzio e la fuga.

Si gira lentamente. Nel penombra vedo il suo volto, stanco, forse un po triste. Non cè rancore, né amore. Solo indifferenza.

Non sapevo fare altro dice. Pensavo fosse più semplice. Che se ti consegnavo i fogli, tutto sarebbe diventato chiaro.

Chiaro? ripeto. Sai cosa è chiaro per me? Che non ho più un marito. Ma ho un letto vuoto, serate vuote e domande a cui non troverò mai risposta.

Si volta di nuovo verso il muro. In quel momento capisco che è davvero la fine. Non ci sono urla, non cè una drammatica rivelazione, bagagli in corridoio. Cè solo il silenzio e quel gesto la busta sul tavolo che mi trafigge più di qualsiasi parola.

Il giorno dopo raccolgo le sue cose. Non perché voglia sbarazzarmene, ma perché non voglio più vivere sospesa. Merito qualcosa di più di colei a cui non ha detto nulla. Merito la verità, per quanto dolorosa.

Lui lascia lappartamento qualche giorno dopo. Nessun addio, solo la chiave buttata nella cassetta postale e un breve messaggio: Scusa, non ho saputo fare altrimenti.

Ancora oggi ricordo la sensazione quando si chiudono le porte dietro di lui. È tardo pomeriggio, il sole cade a picco, proiettando ombre arancioni sul muro. Prende la sua valigia, qualche capo, il caricabatterie, lo spazzolino. Esce come se partisse per una trasferta. Nessun dramma, neppure uno sguardo indietro.

Io mi siedo sul pavimento del corridoio e piango. Non urlo, non butto i piatti. Piango semplicemente in silenzio, in profondità, a lungo. Non è più il dolore di una donna tradita; è il dolore di una persona che per anni ha vissuto accanto a qualcuno, credendo di essere davvero insieme. È il lutto di unillusione.

Quella sera apro una bottiglia di vino rosso, rimasta intatta da anni. Metto la musica che ascoltavamo insieme. Invece di annegare nellamarezza, comincio a scrivere. Prima qualche frase sul taccuino, poi altri paragrafi. Scrivo del dolore, della solitudine dentro una coppia, di come si può passare di fianco in cucina ogni giorno e non essere mai notati.

Non mi tormento più con i perché. Non servono più. Invece mi guardo allo specchio davvero mi guardo. Vedo una donna stanca, occhiaie, una ruga sulla fronte che prima non notavo. Ma vedo anche una donna forte, quella che ha superato una rottura silenziosa e sa ancora rialzarsi.

Qualche settimana dopo smonto parte dei mobili e ricoloro il soggiorno. Tolgo le foto condivise dal muro e le metto in una scatola. Ricomincio a pedalare in bicicletta. Iscrivermi a un corso di ceramica. Piano, molto piano, ricostruisco la mia vita.

Il più strano è stato svegliarmi un giorno e non sentire più il peso sul petto. Per la prima volta da mesi mi preparo un caffè e lo finisco guardando fuori dalla finestra, non più con il vuoto, ma con la curiosità di scoprire cosa verrà dopo.

Qualcosa è cambiato dentro di me. Quella notte della busta sul tavolo non ha solo chiuso il mio matrimonio; mi ha risvegliata. Mi ha mostrato che a volte bisogna lasciare andare per ritrovare se stessi.

E sebbene porti ancora una cicatrice, oggi so che è meglio essere sola che invisibile. È meglio ricominciare da capo che restare in qualcosa che è morto da tempo, perché nessuno ha avuto il coraggio di seppellirlo.

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Il marito tornò a casa tardi la sera e senza dire una parola posò qualcosa sul tavolo: fu in quel momento che compresi quanto ci fossimo allontanati.