Il mio marito ha posto una condizione e io ho scelto il divorzio

Aspetta! Non ho ancora finito! Dove vai? Parlo con il muro? la voce di Vittorio rimbombava in tutto lappartamento, rimbalzando dal soffitto alto di quel vecchio palazzo milanese degli anni 70.

Ginevra rimase ferma nella porta della cucina, stringendo un asciugamano finché le nocche non si incolorarono. Si girò lentamente. Nei suoi occhi, di solito sereni e luminosi, adesso nuotava una stanchezza pesante e scura.

Vito, sono stanca. Ne siamo al terzo ora che ne parliamo. Domani ho il turno al reparto di cardiologia, devo dormire un po’.

Il turno è suo! Vittorio agitò le braccia in modo teatrale, aggirando la cucina quasi a sbattere contro il tavolo. Proprio quello di cui ti lamento! Ti sei chiusa nei tuoi infusioni, nei vecchi pazienti che gemono. E a casa? Che caos? Il marito non mangia, le camicie non sono stirate?

La cena è sul fornello, le camicie pendono nellarmadio rispose Ginevra, calma ma ferma. Ce la faccio.

La chiami ce la faccio? Vittorio si fermò allimprovviso, puntando il dito verso il fornello. Polpette dal supermercato? Piatti pronti? Ti ricordo che guadagno abbastanza perché tu non debba nutrirmi con surrogati. Voglio cibo fatto in casa, voglio entrare in una casa che profuma di torta, non di farmaci che ti vengono dal reparto ogni centinaio di metri!

Ginevra annusò istintivamente il bordo del suo accappatoio. Lunico odore era quello del detersivo per il bucato. Ma Vittorio, da quando era stato promosso vicedirettore di una grossa impresa edile, sentiva ovunque lodore di ospedale. Le sue pretese crescevano a ritmo esponenziale.

Vito, sono caposala del reparto di cardiologia. È il mio lavoro, la mia vita. Lì la gente ha bisogno di me.

Della gente? E di me? Della famiglia? si avvicinò, coprendola con il suo corpo massiccio, profumato di profumo costoso e di un accenno di brandy. Basta, Ginevra. Sono stufo. Mi vergogno davanti ai colleghi. Tutte le loro mogli sono donne curate, fanno yoga, beneficenza. La mia è una infermiera. Hai sentito cosa ha detto il nostro capo, il signor Sestacchi, quando ha scoperto che ti occupi solo del reparto?

Non gestisco il reparto, lo organizzo

Non importa! lo interruppe, sbattendo la mano nellaria. Tu sei il personale di supporto. Io sono lo status. Non cè spazio per entrambi.

Fece una pausa, quasi a godersi il momento, come se stesse per pronunciarsi una sentenza.

Ti pongo una condizione, severa. Domani devi presentare le dimissioni volontarie, restare a casa a occuparti di te stessa, di mia madre la signora Antonietta Pavolini, una donna autoritaria che vive con noi e assicurarmi che io viva in tutta comodità. Oppure ci separiamo. Decidi: il tuo lavoro malpagato o una vita di agi. Hai fino a venerdì.

Girò le spalle e uscì dalla cucina, sbattendo la porta con tale forza che i bicchieri nello sciacquatore tintinnarono.

Ginevra rimase lì, nel mezzo della cucina, con il cuore che batteva a ritmo di tamburo. Ventanni di matrimonio. Partivano da una stanza di un dormitorio. Lei studiava infermieristica, lui ingegneria al Politecnico. Lei faceva il lavandaio di notte, puliva i pavimenti, così lui poteva scrivere la tesi senza interruzioni. Ricordava una volta la loro prima salsiccia condivisa, che sembrava romantica.

Quando è cambiato? Quando è diventato quelluomo altezzoso, per cui lei era solo una funzione, un ingranaggio scomodo nella sua immagine di successo?

Ginevra appese meccanicamente lasciugamano, spense la luce e si diresse verso la camera da letto. Vittorio russava, disteso su un letto kingsize. Lei si accoccolò sul bordo, come negli ultimi sei mesi, evitando di toccarlo. Non riusciva a dormire. Nella testa girava lunica frase: Famiglia o lavoro.

Al mattino si alzò prima di lui, preparò il caffè, i panini con il pesce che tanto amava, su pane integrale senza burro. Non ne prese nemmeno un sorso.

Il lavoro era sempre frenetico: un paziente con infarto, poi una commissione del Ministero della Salute, poi i report. Ginevra girava come una cricca, ma era lì, tra lodore di alcol e cloro, al suono dei monitor, che si sentiva viva. La rispettavano. Signora Bianchi, guardi lECG, Grazie, signora, il paziente sta migliorando. Era una professionista.

A pranzo le fece visita Lidia, una vecchia amica e collega.

Ginevra, perché così pallida? Ancora pressione? O il tuo signor ti sta facendo impazzire di nuovo?

Ginevra sorrise amaramente, mescolando il tè ormai freddo.

È il solito ultimatum. Dimettiamoci, dice, resta a casa a fare il brodetto. O divorzio.

Lidia sbuffò.

Ma dai! Sei la migliore del reparto! Dove andrai? Ti faranno impazzire le quattro mura!

Dice che ha vergogna, che non è prestigioso avere una moglie infermiera.

Vergogna?! Lidia sbatté la tazza sul tavolo. Quando lo portavi a casa ubriaco dal afterwork e gli facevi la colazione con cetrioli per farlo stare bene, non provava vergogna? Quando lavoravi due turni mentre lui costruiva la sua azienda e falliva tre volte, non gli dispiaceva? Che parassita!

Guardò fuori, la pioggia autunnale lavava lasfalto.

Non lo so, Lidia. Ho trentatré anni. Lappartamento è suo, lha messo a suo nome quando ho accettato, io solo una stipendia e la mamma in campagna. Dove andrò?

Vai da tua mamma, se ce lhai. Oppure affitta. Con il tuo stipendio ce la fai. Ma sopportare unumiliazione così lui ti divorzerà. Se resti a casa, finirai a chiedere soldi per i collant. Conosci quel tipo di padroni della vita.

Il pomeriggio la riportò a casa come su una ghigliottina. Vittorio era già sul divano, davanti a un enorme televisore, guardando il telegiornale.

Allora? chiese senza girarsi. Hai pensato? Venerdì, dopodomani.

Vito, parliamo con calma. Non lascerò il lavoro, ma potrei passare a tempo parziale

Spegne il televisore di colpo e lancia il telecomando sul divano.

Niente mezze misure! Casa. Punto. Voglio una moglie che mi accoglie con un sorriso e una cena di tre portate, non una cavalla stremata. E poi, mia madre ha bisogno di cure, la porto da noi tra un mese, nella stanza dove metti i tuoi libri e la macchina da cucire. Buttaremo via tutte le cianfrusaglie, metteremo un letto per lei. Tu la curerai, hai lesperienza.

Unondata gelida gli attraversò il corpo. Antonietta era una suocera autoritaria, sempre pungente, che non lo aveva mai voluto. Farle da domestica sotto lo stesso tetto era linferno che Vittorio dipingeva come vita di agi.

Vuoi che diventi la sua badante? Gratis? chiese Ginevra.

Gratis? Ti darò soldi per la spesa, una carta extra. Compra prodotti, medicine, cosmetici. Ti piace lappartamento di lusso, la vita da regina. Qualunque altra donna al tuo posto scopperebbe di gioia!

Io non sono una qualsiasi, Vito. Sono una persona.

Smettila di fare il filosofo! sbuffò. Venerdì sera voglio il tuo libretto di lavoro sul tavolo. Altrimenti sabato raccogli le cose.

I giorni successivi passarono come una nebbia. Ginevra andava al lavoro, sorrideva ai pazienti, ma dentro sentiva un vuoto rimbombante. Capiva che la stavano accerchiando.

Il giovedì sera Vittorio portò due ospiti, i soci con le loro mogli. Unora prima le disse: Apparecchia, ordina qualcosa dal ristorante, e tieniti pronta. E per Dio, non parlare delle tue iniezioni.

La cena fu una tortura. Le mogli dei soci, donne curate, con labbra smaltate e braccialetti di diamanti, chiacchieravano di Maldive, spa nuove e problemi con le colf.

E tu, Ginevra, che fai? chiese una di loro, infilzando linsalata di rucola e gamberetti.

Ginevra aprì bocca, ma Vittorio la interruppe:

Ginevra è la regina del focolare, si occupa di casa, di interior design. Presto prenderemo mia madre, Ginevra preparerà la stanza, la ristrutturerà per il comfort.

Le appoggò una mano pesante sulla spalla, stringendola così forte che voleva urlare. Mentì. Mentiva con facilità, senza curarsi della sua vera vita.

Che lodevole! esclamò lospite. Oggi è raro trovare donne pronte a dedicarsi alla famiglia. Altrimenti è tutto lavoro, business luomo ha bisogno di un retroterra.

Esatto! sorrise Vittorio, versando vino. Il retroterra è la mia fortezza.

Ginevra abbassò lo sguardo, sentendosi ridotta a una polvere sul suo costoso blazer, pronta a essere spazzata via.

Quando gli ospiti se ne andarono, Vittorio fu soddisfatto.

Vedi? Tutto è andato bene. Non hai rovinato nulla con il tuo silenzio. Sei una buona moglie. Domani è venerdì, ricordi? Aspetto la tua decisione. Non cè davvero scelta. A chi servi a quarantanni, senza casa?

Le diede una spinta sul fondoschiena, come per premiare e si diresse verso la doccia, cantando una melodia.

Ginevra rimase a lavare i bicchieri di cristallo. Allimprovviso le venne in mente una frase: Non cè scelta. Lui era così certo del suo potere, credendo di averla comprata con tutti i suoi beni, considerandola un oggetto, una comoda pantofoletta allingresso.

Si asciugò le mani, si guardò nello specchio della finestra buia: una donna stanca, occhi tristi. È tutto quello che mi resta? pensò. Sopravvivere a un marito tiranno e a una suocera capricciosa?

Ricordò la settimana scorsa, quando aveva salvato un giovane con un infarto nella sala demergenza, aveva azionato il defibrillatore, aveva gridato Scarica! e poi la madre del ragazzo, in lacrime, le aveva baciato le mani. Questo è il mio valore, pensò, non può essere scambiato con stirare camicie o ascoltare i sermoni di Antonietta.

Venerdì mattina, Ginevra si alzò come al solito. Vittorio dormiva ancora. Non fece caffè. Prese la valigia dal ripostiglio: quella vecchia che avevano usato per la prima vacanza a Rimini.

Dentro cerano pochi vestiti, biancheria, i suoi libri preferiti, la macchina da cucire e i documenti. Non prese la giacca che lui le aveva regalato per il compleanno, né i gioielli.

Mentre faceva le pieghe, Vittorio si svegliò, grattò la pancia e si fermò sulla soglia.

Che spettacolo è questo? sbuffò, sbadigliando. Decidi di andare in campagna o di trasferire tua madre? Complimenti per liniziativa.

Ginevra chiuse la cerniera della valigia, si raddrizzò, lo guardò dritto negli occhi. Per la prima volta da tanto, il suo sguardo era calmo e fermo.

Me ne vado, Vito.

Lui scoppiò a ridere, sguaiato.

Dove? Nella scatola del frigorifero? Basta con il circo. Metti la valigia e preparati la colazione. Sono in ritardo. E non dimenticare di firmare la domanda di divorzio, è lultimo giorno.

Ho già firmato, rispose Ginevra.

Vittorio smise di ridere.

Mostrami.

Ho presentato la domanda di divorzio su Sportello Unico mezzora fa. Ho anche richiesto un congedo per trasferirmi. Non mi licenzierò.

Il suo volto impallidì.

Stai scherzando? Che divorzio? Non ti rendi conto di quello che fai? Resti senza nulla! Nuda, senza soldi, sulla strada! Ti rubo lauto! Lappartamento è mio! Ti farò morire sotto il cancello!

Lauto non mi serve, prendo la metro. Lappartamento è tuo, vivi pure. Per il morirai sono infermiera, Vito. So sopravvivere. Ho trovato una stanza in affitto da una nonna vicina allospedale. Basta.

Lo afferrò per la maniglia della valigia.

Non uscirai più da questo appartamento! urlò, avvicinandosi. Ti chiuderò dentro! Sei mia moglie, devi obbedire!

Non avvicinarti, sussurrò Ginevra. Se mi tocchi, denuncerò violenza. Ho tutti i medici dellospedale dalla mia parte. Vuoi uno scandalo? «Vicedirettore picchiato dalla moglie»? Lo guardi il Presidente?

Vittorio si fermò. Il richiamo alla sua reputazione lo colpì come una doccia fredda. Era un codardo, lo sapeva. Lunica minaccia che temeva era quella dei colleghi.

Vattene, sputò, sbavando. Ma se provi a tornare indietro, ti bloccherò! Se ti metti a piangere, non ti lascerò entrare! Se ti accosti alla madre, non ti aprirò la porta! Stupida! Hai scambiato una vita bella per le anatre!

Ho scelto me stessa, rispose Ginevra.

Passò accanto a lui, senza toccarlo, si infilò il cappotto, prese la borsa. Il cuore batteva come un tamburo, ma le mani erano ferme.

Aprì la porta dingresso. Il corridoio odorava di patatine fritte e umidità, ma per lei era lodore della libertà.

LasMentre scendeva le scale, un sorriso libero sfiorò le sue labbra, sapendo che ogni passo verso lesterno era un passo verso la sua nuova vita.

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