Il mio matrimonio sembrava normale, un po come quei pomeriggi nebbiosi nella pianura padana non perfetto, ma quieto. Niente litigi fragorosi, né gelosie striscianti, né segnali strani che mi strappassero il sonno. Lui non nascondeva il telefono, non rientrava tardi, non cambiava le abitudini come fa il vento sulle colline della Toscana. Mai ho sospettato nulla.
La donna per cui mi ha lasciato lavorava con lui. Era più giovane di me, sola, senza figli, come una luce in una stanza che non conosci. Lavevo incontrata un paio di volte. Una volta era addirittura venuta nella mia casa, quando loro avevano organizzato una cena aziendale. Mi salutò con educazione, parlò in modo normale. Nessuna brezza gelida, nessuna parola fuori posto tutto sembrava liscio come lolio doliva.
La sera della fine arrivò di venerdì, come un temporale fuori stagione a luglio. Tornò dal lavoro, lasciò le chiavi sul tavolo di marmo, guardò fuori dalla finestra e disse che dovevamo parlare. Si sedette davanti a me, gli occhi fissi come statue nella piazza. Mi disse che non mi amava più, che aveva il cuore confuso, che aveva incontrato unaltra donna e sarebbe andato via con lei. Aggiunse che non era colpa mia, che ero stata una buona moglie, ma con lei si sentiva vivo come quando mangi un vero gelato destate.
Gli domandai: Da quanto tempo? Lui rispose: Da mesi. Domandai perché non avevo colto nulla. Rispose: Perché sono stato attento. Quella notte si raccolse poche cose due camicie, un maglione e se ne andò, silenzioso come chi non vuole svegliare il vicinato. Nessuna discussione lunga, nessun tentativo di rimettere insieme i cocci.
I mesi dopo furono terribili, come quei sogni in cui cerchi la strada e non la trovi mai. Non avevo unentrata fissa. Le bollette piovevano come coriandoli a Carnevale: affitto, luce, gas, cibo. Cominciai a vendere oggetti di casa una lampada, qualche vecchio libro. Cerano giorni che mangiavo una volta sola, seduta alla finestra a guardare le foglie muoversi nel cortile. A volte spegnevo il riscaldamento, per risparmiare gli ultimi euro. Piangevo, ma poi dovevo rialzarmi, pensare a come andare avanti.
Cercavo lavoro, senza successo. Volevano lauree o esperienza recente che non avevo. Un giorno, per disperazione, preparai un tiramisù e lo vendetti alla signora della porta accanto. Poi ne feci altri. Iniziai a proporli su WhatsApp, uscivo a piedi, attraversavo le strade della città per consegnarli. A volte tornavo a casa quasi a mani vuote, altre il cestino era leggero di ritorno.
Col tempo la gente ha cominciato a cercare i miei dolci. Lavoravo di notte, sbattendo uova e mascarpone sotto la luce sbiadita, consegnando la mattina sotto i portici. I primi soldi servivano per la spesa. Poi per le bollette. Poi per laffitto. Non fu né rapido né semplice. Venivano sere di stanchezza, notti corte, la vita sempre sul confine del sogno e della realtà.
Così vivo ancora oggi. Non sono diventata ricca. Ma sto in piedi sulle mie gambe. Non devo nulla a nessuno. La casa non è più quella di prima, ma mi appartiene. Lui è rimasto con la donna per cui se nè andato. Non ci siamo più parlati, come se fossimo personaggi di un quadro che non si incontrano mai.
Se ho imparato qualcosa, è sopravvivere quando non hai scelta. Non perché volevo essere forte ma perché nessun altro poteva farlo al posto mio.






