Il mio telefono ha vibrato alle 20:47 con un messaggio che mi ha quasi fatto fermare il cuore. «Mi…

Il mio telefono ha vibrato alle 20:47 con un messaggio che quasi mi ha fermato il cuore.
«Michele, sono la signora Gabbrielli della casa accanto. La luce della veranda è spenta. Ho bussato ma non ha risposto nessuno. Non saltano mai una sera.»
Non ho risposto. Ho soltanto premuto lacceleratore.
Per ventanni quella lampada non era solo una lampadina: era una promessa. Tempeste, blackout, il giorno in cui la mamma tornò a casa dopo loperazione allanca quella luce era il battito del quartiere. Se il sole tramontava, la luce era accesa. Punto.
Correvo a 135 allora in una zona da 90. La mia auto elettrica da settantamila euro filava silenziosa mentre la testa mi urlava. Ero appena uscito da una cena durante la quale avevo speso più per una bottiglia di Brunello che i miei genitori spendono per la spesa settimanale. Mi lamentavo della «volatilità del mercato», mentre lorologio segnava ogni minuto.
Svoltando nel vialetto di casa loro, la casa sembrava un mausoleo. Buio totale.
Il vento di novembre a Torino taglia come una lama, ma il freddo dentro casa quello era peggio. Un silenzio che entrava nelle ossa.
«Papà? Mamma?»
Ho usato la torcia del telefono per aprirmi un varco nel soggiorno.
«Non accendere la luce, figlio» ha gracchiato una voce dallangolo. «Lascia stare le luci di sopra.»
Ho acceso lo stesso.
Mio padre uno che per quarantanni ha lavorato alla Fiat, che sollevava blocchi motore a mani nude era seduto sul bordo del divano. Aveva addosso il giaccone invernale, berretto di lana fin sopra le orecchie e guanti.
Mamma era accoccolata su una poltrona, sotto una montagna di coperte dormiva. O forse era svenuta.
Vedevo il respiro condensarsi nellaria. In salotto. In casa loro.
«Papà, che succede?» Sono crollato in ginocchio davanti a lui. «Perché avete spento il riscaldamento? Fuori ci sono zero gradi!»
Non mi ha guardato. Osservava i guanti, la vergogna che gli colorava le guance pallide.
«Hanno rialzato ancora i prezzi, Michè» ha sussurrato. «La stangata è stata peggio del previsto. Abbiamo pensato che spegnendo il riscaldamento e mettendo le giacche»
«Papà, qui si gela. Non si può vivere così.»
«Ce la facciamo!» ha ringhiato, la voce che si rompeva. «Abbiamo il nostro bilancio.»
Mi è bastato guardare il tavolino. Le prove del loro «bilancio» erano lì, in bella mostra.
Una pila di bollette non pagate. Un volantino della Caritas. E la sua scatolina delle medicine settimanali.
Ho preso il contenitore di plastica. Martedì e mercoledì erano vuoti. Ho controllato lunedì.
Le pillole erano tagliate a metà.
Seghettate, sbriciolate, mezze dosi storte.
«Papà» la voce mi tremava «Queste sono le tue medicine per il cuore. Non puoi tagliarle. Non è aspirina. Ti serve la dose intera per vivere.»
Mi ha strappato la scatola con le mani tremanti.
«Sai quanto costa ora la differenza? Lassicurazione ha cambiato fascia. Trecento euro per trenta giorni. Trecento, Michele. Sono i soldi della spesa. Della luce.»
Mi ha guardato, occhi lucidi e stanchi.
«Ho fatto i calcoli. Prendendo mezza dose, arrivo al prossimo bonifico della pensione. Ho scelto la luce invece della dose intera. Ma poi»
Ha indicato la finestra.
«Oggi la lampadina della veranda si è bruciata. Ho provato ad alzarmi per cambiarla, ma mi sono sentito girare la testa. Sarà la mezza dose. Mi sono seduto un attimo e non sono più riuscito ad alzarmi. Faceva troppo freddo.»
Mi sono tirato su, lo stomaco in fiamme.
Gestisco un team di cinquanta persone. Parlo di «ottimizzazione dei processi» e «obiettivi trimestrali». Mi domando se la palestra può essere scaricata dalle tasse.
Nel frattempo, a sessanta chilometri da me, gli unici due che mi hanno insegnato a tenere la forchetta sedevano al buio, scegliendo tra ipotermia e infarto.
«Perché non mi avete chiamato?» ho chiesto, ormai lacrimante.
«Sappiamo che sei impegnato» ha detto la voce della mamma da sotto le coperte. Era sveglia. «Hai la tua vita, Michè. Le tue bollette. Non volevamo essere un peso.»
Un peso.
Mi pulivano il naso quando stavo male. Hanno pagato luniversità perché non avessi debiti. Hanno firmato come garanti per la mia prima auto.
E ora si congelavano per non disturbarmi con una telefonata.
Sono andato al termostato. Era su «OFF».
Lho portato a 22 gradi.
In cucina, il frigo era una tragedia. Un cartone di latte economicissimo, un barattolo di cetriolini in salamoia e un pezzo di pane duro come il marmo. Niente carne. Niente frutta.
Ho preso il telefono e aperto unapp di consegna cibo.
«Michele, basta» ha detto papà, provando ad alzarsi. «Non vogliamo carità.»
«Non è carità, papà!» ho quasi urlato. La voce che rimbalzava contro i muri freddi. «È tuo figlio che si sveglia.»
Mi sono seduto accanto a lui sul divano, lho abbracciato sopra il giaccone. Era così magro. Quando era diventato così piccolo?
«Non siete autosufficienti, adesso» ho detto piano. «State male. Il sistema è rotto, papà. I prezzi al supermercato, le medicine spremono tutti, ma voi vi stritolano. E io? Troppo occupato ad arrampicarmi di sopra, per vedere che voi stavate cadendo dal gradino più basso.»
Sono rimasto a dormire da loro.
Gli ho fatto dei toast col formaggio sciolto (usando il pane vecchio) e una zuppa di pomodoro trovata in fondo al mobile. Li ho guardati mentre mangiavano, come se non vedessero cibo caldo da giorni.
Ho controllato la posta.
«Ultimo avviso.»
«Aumento del premio.»
«Cambio polizza.»
Era il papiro di una società che, degli anziani, non vede leredità, ma il fardello.
Ho dormito sul tappeto in soggiorno, ascoltando il riscaldamento che si accendeva e contando il battito del loro respiro, terrorizzato che si fermasse.
La mattina dopo ho chiamato il lavoro.
«Mi prendo tutta la settimana» ho detto.
«Michele, cè il report trimestrale martedì» ha detto il capo. «È fondamentale.»
«I miei genitori sono fondamentali. Il report può aspettare.»
Ho chiuso.
Ho passato la giornata a sigillare le finestre. Ho impostato il pagamento automatico di luce e gas sulla mia carta. Ho passato quattro ore al telefono con lassicurazione, combattendo con centralini automatici finché non sono arrivato a una persona umana e ho trovato un programma di sconto che «si erano dimenticati» di segnalare.
Prima che il sole tramontasse, sono uscito in veranda.
Ho svitato la lampadina bruciata. Ho messo una lampadina LED smart quelle che durano dieci anni.
Quando ho cliccato linterruttore, la luce ha inondato il vialetto.
Non era più solo una lampada. Era un segnale.
Vuol dire che fa caldo dentro.
Vuol dire che sono al sicuro.
Vuol dire che a qualcuno importa.
Ma mentre tornavo verso Torino e vedevo la luce dorata svanire nello specchietto retrovisore, un pensiero mi ha attraversato come una lama.
Quante altre lampade di veranda stasera sono spente?
Quanti altri genitori adesso stanno in salotto con il cappotto, nella patria della dolce vita, e spezzano le pillole sul tavolino?
Quanti sono troppo orgogliosi per chiedere aiuto, ma troppo poveri per passare linverno?
Di loro, diamo per scontato che vadano bene solo perché non si lamentano.
Pensiamo che la «pensione» basti.
Crediamo al mito degli «anni doro».
Non è vero.
Per milioni di anziani sono anni arrugginiti.
Fammi un favore.
Non chiamare i tuoi solo per chiedere «Come state?». Ti mentiranno. Ti risponderanno «Bene», perché non vogliono preoccuparti.
Vai da loro.
Apri il frigo: cè roba dentro?
Controlla il termostato: fa caldo?
Guarda la scatola delle medicine: pillole dimezzate?
Il vero amore non è solo un bigliettino dauguri.
A volte, lamore è pagare la bolletta della luce,
perché tuo padre non debba scegliere
tra una casa calda e un cuore che batte.

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