Il miracolo accadde
Giulia uscì con il figlio appena nato dallospedale di Firenze. Ma nessun miracolo era accaduto. I suoi genitori non la aspettavano alluscita. Il sole primaverile la abbracciava, lei si strinse nella giacca ormai troppo larga, afferrò con una mano la borsa con le sue cose e i documenti, con laltra sistemò meglio il piccolo e iniziò a camminare.
Non sapeva dove andare. I genitori le avevano categoricamente vietato di portare il bambino a casa: la madre pretendeva che firmasse la rinuncia. Ma Giulia era cresciuta in un orfanotrofio a Siena, anche la sua madre laveva lasciata. Così, tra sé, aveva giurato di non abbandonare mai suo figlio, qualunque cosa fosse successa.
Fu adottata da una famiglia di Arezzo: mamma e papà lavevano trattata bene, quasi come una figlia loro, ma la vita era stata modesta, segnata da frequenti malattie, e loro non lavevano mai abituata allautonomia. Forse era colpa sua, pensò Giulia, se suo figlio non aveva un padre. Solo ora lo capiva.
Sembrava responsabile, lui. Le aveva promesso di presentarla ai genitori. Ma quando Giulia gli disse della gravidanza, lui rispose che non era pronto a fare il papà. Sparì, una nuvola di polvere e silenzio, il telefono muto. Chissà se laveva bloccata.
Giulia sospirò.
Nessuno è mai pronto: né il padre del bambino, né i miei. Solo io sono pronta.
Si sedette su una panchina e lasciò che il sole le carezzasse il viso. Dove poteva andare? Cerano dei centri per madri sole, così aveva sentito, ma si era vergognata a chiedere lindirizzo, sperando che i suoi si sarebbero convinti a prenderla. Ma no, non erano mai arrivati.
Allora doveva seguire il piano: andare in qualche paese dellUmbria dalla nonna. Lì almeno avrebbe trovato un tetto e avrebbe aiutato nellorto, finché avessero pagato il sussidio per il bambino, poi forse avrebbe trovato un piccolo lavoro. In fondo, pensava con un sorriso assorto, le nonne sono sempre buone, e magari la fortuna avrebbe girato dalla sua parte.
Quasi a voler danzare tra i pensieri, spostò il bimbo addormentato, prese dal taschino il vecchio cellulare e cercò su Internet da dove partivano i pullman per i piccoli paesi. In quel momento, quasi come in una scena irreale, una macchina apparve dal nulla al passaggio pedonale.
Il conducente, un uomo alto e canuto di nome Costantino Bartolomei, scese di scatto e inveì contro Giulia: le urlava che così rischiava di far ammazzare sé stessa e il bimbo, mentre lui sarebbe finito in galera nei suoi ultimi anni.
Giulia, spaventata, scoppiò in lacrime: il neonato si svegliò piangendo disperato. Costantino guardò quei due visi, segnati dallo stesso dolore, e domandò dove stesse andando. Giulia, tra i singhiozzi, replicò che nemmeno lei lo sapeva bene.
Costantino disse:
Dai, sali in macchina. Vieni da me, ti calmi e poi vediamo cosa fare. Forza, non rimanere ferma qui, il piccolo piange.
Mi chiamo Giulia…
Entra, Giulia. Ti aiuto con il bimbo.
La portò a casa sua, un elegante appartamento a tre stanze in zona Campo di Marte.
Diede a Giulia una camera dove sistemare il figlio e chiese se servissero delle cose. Lei, timida, gli offrì il suo piccolo portamonete, chiedendogli di comprare pannolini. Costantino rifiutò nettamente: «Non cè nessuno per cui spendere, lascia fare.»
Senza indugi, salì dalla vicina, la signora Marisa, medico di famiglia. Era libera quel giorno e, dopo una telefonata decisa e concisa, preparò una lista enorme delle cose necessarie. Quando Costantino tornò con le buste traboccanti, trovo Giulia addormentata accasciata sulla sedia, col bambino sveglio che faceva fatica a star fermo.
Si lavò le mani e prese in braccio il piccolo, offrendo alla madre un momento di sogno e riposo. Ma appena chiuse la porta, Giulia si svegliò di soprassalto: «Dovè mio figlio?» gridò spaventata. Lui rientrò sorridendo, mostrò gli acquisti, e le insegnò come cambiare il bambino.
Più tardi, disse che sarebbe arrivata Marisa la dottoressa ad aiutarla e lunedì li avrebbe visitati anche il pediatra del quartiere.
Costantino allora si aprì con lei:
Non cercare paesi o nonne: resta qui con me. La casa è grande, sono vedovo e solo, senza figli né nipoti. Prendo la pensione e lavoro ancora. Lunica cosa che mi manca è la famiglia.
Aveva dei figli? domandò Giulia.
Sì, un maschio. Facevo il capocantiere in Sicilia, sei mesi fuori, sei mesi a casa a Firenze. Lui studiava ingegneria: allultimo anno si fidanzò e la ragazza rimase incinta. Aspettavano che tornassi per il matrimonio. Ma amava troppo la moto: fece un incidente mortale proprio prima del mio rientro. Mia moglie, devastata, si ammalò ed è morta anche lei. Non ho più visto la fidanzata di mio figlio, anche se conservo la sua foto e so che doveva nascere un nipote. Ho cercato dovunque, invano. Ecco perché ti chiedo: resta qui. Voglio sentire ancora la famiglia intorno. Come hai chiamato tuo figlio?
Non so perché, ma volevo chiamarlo Elio. Mi piace, anche se non è comune qui.
Elio?! Giulia, così si chiamava anche mio figlio! Non potevi saperlo! Sarà un segno: hai fatto felice un vecchio. Che ne dici, rimani?
Sì, con piacere. Sono unorfana, anche se sono stata adottata, ma ai miei non è andata giù questa gravidanza, perciò non sono venuti a prendermi. Senza di loro, non so dove sarei, ma mi hanno dato amore e una casa. Altrimenti, dopo lorfanotrofio avrei avuto un mini alloggio popolare. Mia madre naturale mi lasciò davanti al portone con solo una catenina al collo e questo ciondolo.
Allora vai, cambiati, ho preso un po di vestiti anche per te. Poi pensiamo al bambino e alla casa.
Cè una bacinella nuova che va lavata bene: la vicina ti mostrerà come si fa il bagnetto. Poi si mangia: la mamma deve mangiare, se vuole il latte!
Quando Giulia uscì dalla stanza, Costantino vide la sua catenina e chiese se fosse quella lasciata dalla madre. Giulia annuì e mostrò il ciondolo. In quel momento, il pavimento sembrò ondeggiare come lArno in piena, e se Giulia non lavesse sorretto, Costantino sarebbe caduto.
Quando si riprese, pregò la ragazza di fargli vedere il ciondolo. Glielo consegnò, e lui domandò se lo avesse mai aperto. Giulia disse di no, non sembrava ci fossero incastri, era liscio.
Allora Costantino spiegò che quel ciondolo laveva fatto fare lui per suo figlio; raccontò come aprirlo con un piccolo trucco. Si aprì in due metà: dentro cera una minuscola ciocca di capelli.
Questi sono i capelli di mio figlio, li ho messi io stesso. Allora tu sei mia nipote? Il destino ha scritto per noi una favola!
Facciamo un test, così sarà più sicuro che siete mio nonno!
Non occorre! Tu sei mia nipote, ed Elio è il mio bisnipote. Non parliamone più. In effetti assomigli a mio figlio: cè qualcosa nei tuoi occhi. Guarda, ho una foto di tua mamma. Vuoi vedere i tuoi veri genitori?
Autrice: Sofia CoraldiGiulia, con le mani tremanti, prese la vecchia fotografia che Costantino porgeva. Guardò il volto della giovane donna e sentì un moto di commozione inattesa: occhi grandi come i suoi, un sorriso acceso di speranza. Sul retro era scritto: “Perché tu sia felice, sempre, anche se lontana da me.” Lacrime calde scesero silenziose sulle sue guance; Costantino la abbracciò stretto, e per la prima volta da anni, sentì la casa vibrare di vita.
Quella sera, Giulia mise a dormire Elio. Nel silenzio dolce e nuovo, sbirciò dalla porta il nonno seduto in poltrona a leggere il giornale, il lampadario illuminava disegni delicati sul soffitto. Dalla cucina arrivava il profumo di minestra calda. Ogni cosa le sembrava quasi incredibile.
Si fermò un attimo, la mano sulla maniglia: improvvisamente sentì che non era più sola; il filo sottile dellamore, reciso troppe volte, si era finalmente annodato di nuovo. Respirò a fondo.
Guardò il piccolo Elio addormentato, e sussurrò: “Benvenuto a casa, vita mia.”
Fu in quel momento che Giulia capì: il vero miracolo era quello. Non la fortuna casuale, né una promessa spezzata. Solo la fiducia di restare, di credere ancora che, malgrado tutto, una famiglia si può ricostruire. Anche quando sembrava impossibile.
E fuori, nella notte umbra, le prime lucciole annunciarono la primavera.






