Il mistero della vecchia cartolina
Tre giorni prima che una busta ingiallita entrasse nella sua vita, Martina Bellini stava sul balcone del suo monolocale milanese. Era una di quelle notti dense, nere, senza nemmeno una stella a farla sentire meno sola. Sotto, Corso Buenos Aires brillava di luci e clacson isterici. Dentro, oltre la porta a vetri, Leonardo stava discutendo a viva voce dei dettagli di una trattativa probabilmente la solita questione di fatture, clienti e milioni di euro.
Martina appoggiò la mano al vetro freddo del balcone.
Era sfinita. Non dagli impegni con quelli aveva sempre saputo cavarsela alla grande. Ma dallaria, da quellabitudine di respirare la città sempre allo stesso ritmo monotono. Anche la proposta di matrimonio era arrivata come tappa del piano quinquennale, subito dopo il comfort di una casa Ikea. In gola sentiva un nodo che era metà malinconia, metà nausea esistenziale. Martina tirò fuori il cellulare e aprì la chat con la sua vecchia amica Lucia, che non vedeva da una vita. Tutto il giorno Lucia rincorreva figli urlanti e pannolini.
Il messaggio era breve, buttato lì di getto e, a rileggerlo, pure assurdo: “Sai, a volte penso di aver dimenticato che odore ha la pioggia vera. Non questa roba acida cittadina, quella che sa di terra e di speranza. Vorrei un piccolo miracolo. Di carta magari. Da prendere in mano davvero”.
Non voleva davvero una risposta. Era il classico messaggio-che-apri-il-cuore e basta, unautoterapia digitale. Scritto cancellato. Lucia avrebbe pensato che Martina fosse in crisi o semplicemente ubriaca. Dopo un minuto era già di nuovo nel salotto, dove Leonardo stava chiudendo la call.
Tutto bene? chiese con un’occhiata rapida. Hai una faccia stanca.
Sì, tranquillo sorrise lei. Solo aria fresca. Voglia di qualcosa di… boh, nuovo.
A dicembre? Leonardo fece una smorfia. Vedrai che a maggio, se chiudiamo il trimestre, ti porto al mare.
Lui tornò dritto sul tablet. Martina prese lo smartphone e lesse una notifica: riunione confermata con il cliente. Nessun miracolo, nessuna magia. Sospirò e andò in bagno a prepararsi per la notte, mentre già nella testa stilava la to-do list del giorno dopo.
***
Tre giorni dopo, mentre sbrogliava la posta, Martina trovò una busta mai vista. Le cadde per terra. Era spessa, ruvida e di un color pergamena invecchiata. Nessun francobollo, solo un timbro con un ramo di pino e un indirizzo. Dentro cera una cartolina di Natale. Di quelle vere, spesse, con glitter dorati che rimanevano attaccati alle dita.
“Che tutti i tuoi sogni più coraggiosi si realizzino nel nuovo anno” un augurio scritto a mano con una grafia familiare che le strinse lo stomaco.
Le lettere le sembravano di qualcuno che conosceva bene. Era la scrittura di Alessandro. Proprio lui, il ragazzino che a Ferragosto a Cogne le aveva promesso amore eterno. Martina da piccola passava tutte le estati dalla nonna tra le montagne, e lì aveva vissuto la sua prima cotta: capanne sul Torrente, fuochi dartificio, lettere scambiate tra le vacanze. Poi la nonna aveva venduto casa, loro erano partiti per università diverse e si erano persi di vista.
Lindirizzo era quello attuale, ma la cartolina era datata 1999. Ma che scherzo era? Svarione delle Poste Italiane? O lUniverso aveva ascoltato quel suo delirio di una mail non partita? Forse il destino ha davvero senso dellumorismo.
Così Martina decise di annullare la riunione e due conference call, disse a Leonardo che doveva fare un sopralluogo per il lavoro (lui annuì, immerso nel suo Excel), e montò in macchina.
Da Milano a Cogne erano tre ore buone. Doveva trovare chi aveva spedito quella cartolina. E Google ci mise pure del suo: nel paese cera una piccola tipografia.
***
La Tipografia Fiocco di Neve non era come Martina se laspettava. Pensava a un negozietto pieno di souvenir di poco conto, puzzolente di cera scadente. Trovò invece un luogo sospeso e silenzioso.
La porta cedette con uno scricchiolio, lasciandola entrare in un ambiente largo e quasi profumato di frutta matura. Si sentiva legno, metallo, una punta damaro forse vernice antica o ceralacca. E quel calore tipico delle stufe che in montagna non vanno mai in vacanza.
Il proprietario era di spalle, curvo su un banco basso. Stava trafficando in un groviglio di ferro vecchio, una specie di mastodonte tipografico. Si sentiva solo il tintinnio degli attrezzi. Neppure uno sguardo al tintinnio del campanello. Martina tossicchiò.
Finalmente lui si raddrizzò, lentamente, come se ogni vertebra avesse una storia da raccontare. Si voltò. Basso, tarchiato, camicia a quadri arrotolata sui gomiti. Un viso che non diresti mai: normale, ma con occhi molto tranquilli. Non ostili, non gentili. In attesa.
È sua questa cartolina? Martina posò delicata la cartolina sul bancone.
Alessandro si avvicinò, senza fretta. Prima si pulì le mani sui pantaloni (lasciando strisce bluastre), poi prese la cartolina e la guardò controluce come unopera darte.
Nostro lavoro confermò lui. Il timbro del pino la dice lunga: è del 99. Dove lha presa?
Me lhanno spedita. A Milano. Sbaglio delle Poste, immagino rispose Martina cercando di restare professionale anche se dentro era una centrifuga. Devo rintracciare il mittente. Riconosco la calligrafia.
Lui la fissò. Davvero la guardava: il caschetto ordinato, il cappotto beige elegantissimo ma così sbagliato lì, il trucco che a stento copriva la fatica e la tensione.
E perché vuole sapere chi lha spedita? chiese. Sono passati venticinque anni. In venticinque anni la gente nasce, muore. E soprattutto dimentica.
Io non sono morta le uscì di bocca, con una strana durezza. E non ho dimenticato.
La guardò ancora, questa volta davvero come se stesse leggendo qualcosa dietro alle parole. Poi fece un cenno verso la stufa.
Avrà freddo. Un tè scalda. E aiuta a sciogliere pure i milanesi, dicono.
Non aspettava risposta. Dopo un minuto le porgeva una tazza sbeccata con acqua bollente.
Così tutto ebbe inizio.
***
I tre giorni a Cogne per Martina furono un ritorno. Dal baccano della città al silenzio in cui potevi sentire il rumore di una pala di neve dal tetto. Dai led dei monitor al riverbero caldo della legna nella stufa. Alessandro non chiese nulla, semplicemente le aprì il suo mondo. Viveva solo nella vecchia casa di famiglia, con pavimenti che scricchiolavano e profumo di marmellata e libri usati.
Le mostrò i cliché incisi dal padre: piastre di rame con cervi e fiocchi di neve, spiegandole il segreto per mischiare i glitter che restano appiccicati e non si staccano. Era simile alla sua casa: saldo, un po vissuto, pieno di tesori nascosti che brillano solo se li guardi bene. Una sera le raccontò di come il padre, innamorato perso, avesse mandato una cartolina e lavesse persa per sempre.
Amore spedito al vuoto disse fissando la fiamma. Bello, ma tragico.
Ma lei ci crede? Nel tragico? chiese Martina.
Mio padre poi lha ritrovata e sono stati insieme tutta la vita. Se cè lamore, tutto è possibile. Per il resto credo solo in ciò che posso toccare. Come questa macchina, questa casa, il mio lavoro. Il resto? Fumo.
Nessuna amarezza nelle sue parole. Era la rassegnazione di chi lavora con le mani e la materia, prendendola per quello che è. Martina, invece, con le cose aveva sempre combattuto, spezzato, riplasmato tutto a sua misura. Qui la lotta era inutile. La neve cadeva quando ne aveva voglia. E Rocky, il cane di Alessandro, dormiva dove gli pareva.
Tra Martina e Alessandro si creò complicità. Incontrarsi fu come trovare la parte che mancava: lui a lei dava pace e autenticità, lei a lui portava caos e coraggio. Lui non vedeva una donna in carriera milanese, ma la bambina che aveva paura del buio e desiderava un miracolo piccolo. Lei vedeva in lui non un fallito fermo nel passato, ma un custode: del tempo, della casa, del silenzio. Nel suo stare vicino, lansia permanente di Martina si placava, come il mare dopo la burrasca.
Proprio mentre squillò il telefono, Martina guardava Alessandro che in cortile spaccava la legna.
Faceva tutto con calma, con un ritmo regolare. Ogni ciocco si divideva di netto, pulito.
Ma dove diavolo sei finita? la voce di Leonardo al telefono era piatta, fredda. Prendi un albero vero tornando. Quello di plastica si è rotto. Simbolico, no?
Martina fissò labete vero decorato con vecchie palline di vetro colorato.
Già sussurrò. Molto simbolico.
E chiuse la telefonata.
***
La verità venne fuori il terzo giorno, a ridosso di San Silvestro. Alessandro le mise in mano un vecchio bozzetto ingiallito preso dallalbum del padre: era proprio il testo della sua cartolina.
Lho trovato la voce di Alessandro era come ovattata. Non era il tuo Alessandro a scrivere. Era papà. Scriveva a mamma. Mai arrivata. La storia sa ha il vizio di tornare sempre sui suoi passi.
La magia si sbriciolò come i glitter. Niente intrecci di destino, solo una beffa cosmica. Martina sentì gelarsi dentro: il suo viaggio era solo un errore, un sogno lucido.
Devo andare sussurrò, senza voltarsi. Ho tutto. Un matrimonio. Contratti.
Alessandro annuì. Non cercò di fermarla. Rimase solo nella sua bottega di carta e memorie, uomo capace di custodire calore in una busta, ma impotente davanti al gelo degli altri mondi.
Capisco disse. Non sono un mago. Solo un tipografo. Faccio cose che puoi tenere in mano, niente castelli in aria. Ma a volte a volte il passato ci manda uno specchio, non un fantasma. Così ci vediamo come potremmo essere.
Si voltò verso la macchina, lasciandola andare.
Martina prese borsa, chiavi. In tasca trovò il solito telefono, ancora più estraneo. Unico ponte con la realtà là fuori, fatta di call, KPI e il marito perfetto che misura tutto a colpi di euro.
Era già quasi uscita quando vide la cartolina, ancora sul bancone. E accanto, una nuova, appena stampata, che Alessandro preparava e non aveva avuto il coraggio di darle. Sul timbro cera sempre il pino, ma la frase era cambiata: “Che basti il coraggio”.
Martina capì. Il miracolo non era la cartolina arrivata dal passato. Era la scelta, il presente. Il lampo di lucidità di fronte a un bivio. Non poteva scegliere il suo mondo e nemmeno lui entrare nel suo. Ma indietro, da Leonardo, non voleva tornare.
Martina uscì nella notte fredda e piena di stelle. Senza voltarsi.
***
È passato un anno. È quasi di nuovo dicembre.
Martina non è tornata al mondo degli eventi glamour. Ha lasciato Leonardo, ha aperto una piccola agenzia di eventi “consapevoli”: raccolte, intime, curate nei dettagli. Usa solo inviti cartacei, stampati lì a Cogne. La vita continua a correre, ma ora ha un senso. Ha imparato il valore del silenzio.
Alla “Fiocco di Neve” si organizzano fine settimana darte. Alessandro, grazie a lei, accetta anche ordini online ma filtra lui chi vuole davvero una cartolina vera. I suoi lavori sono più conosciuti, guadagna abbastanza, ma il gesto rimane sempre lo stesso.
Non si scrivono tutti i giorni: solo per lavoro. Ma pochi giorni fa, Martina ha ricevuto una cartolina. Il timbro era una rondine in volo. E due sole parole: “Grazie, coraggiosa.”






