Il Notturno Espresso
Le porte della filovia si piegano a fisarmonica, e il calore della carrozza si disperde come vapore nella frescura notturna di Milano. Un gruppo di cinque ragazzi entra correndo, schiamazzando e sbattendo le suole sporche ovunque: sui gradini, sulle aste dei sostegni, e persino sulle gambe dei pochi passeggeri.
Nessuno tra i viaggiatori, per lo più solitari trasportati dallunico mezzo notturno rimasto in città, si azzarda a rimproverare il gruppo di giovani, eccitati dalla grappa appena bevuta, che discutono animatamente delle loro recenti conquiste amorose, gridando ognuno più forte dellaltro su chi, dove, quando e perché. Le risate ruggiscono, i brindisi si susseguono, arrivano addirittura a improvvisare un piccolo bar in fondo al filobus, facendo tintinnare le bottiglie a ogni ondata di ilarità.
Il motore sussulta rumoroso, le porte sbuffano, la fisarmonica si tende e il mezzo, con dolce dondolio, lascia la piazza come una barca che si stacca dal molo. A parte i nuovi arrivati, sono al massimo dieci passeggeri, inclusa la bigliettaia. Lei, una donna dallo sguardo severo e dagli occhiali più vecchi di qualunque ragazzo presente, si alza dalla postazione avviandosi verso il gruppo, stringendo tra le mani una matassa di biglietti.
Ragazzi, il biglietto si paga, dice, con voce stanca e calma.
Abbiamo labbonamento, rutta uno, aprendo un sorriso burlone.
Anchio!
Pure io!
Lultimo probabilmente non ha neanche diciotto anni ha una peluria incerta sul labbro, movimenti maldestri e unespressione titubante. Ma tra gli amici si sente un leone, tanto che urla più degli altri.
Mostrateli, risponde lei secca, evidentemente poco impressionata.
Eh, mostri prima lei il suo! sputa il più robusto schiumando birra.
Io sono la bigliettaia, replica impassibile la donna dellATM.
E io sono elettricista! Che faccio, non pago la luce? rilancia quello grondante birra, tanto che la giacca puzza come laceto.
Insomma ragazzi, o pagate, o scendete.
Come al segnale, il filobus si ferma e tutti gli altri passeggeri scendono.
Eh, lha sentita? Abbiamo labbonamento! gracchia il più giovane, gonfiando il petto.
Valerio, andiamo al deposito! urla la donna allautista.
Sì Valerio, andiamo al deposito fanno il verso i ragazzi, asciugandosi finte lacrime.
Le porte si richiudono, il filobus riparte e fa inversione. I ragazzi ridono ancora per qualche secondo, ma mentre riprende velocità al più sobrio viene un pensiero:
Ma come fa a girare il filobus in mezzo alla strada se va sui fili? chiede con sorprendente curiosità. Gli altri si fanno spallucce, non curandosene.
Il mezzo accelera, borbotta, sorpassa persino qualche auto. Le lampade del soffitto si affievoliscono, qualcuna si spegne. Solo lilluminazione intermittente dei lampioni e delle insegne pubblicitarie milanesi squarcia la semi-oscurità dellabitacolo. La bigliettaia resta immobile al suo posto, a fissare dritto davanti a sé. Non ci sono più fermate.
Oh! Capo, dove ci porti? urla finalmente uno dei cinque.
Nessuna risposta.
Ehi! Fermati, vogliamo scendere! ora la voce è incrinata, soffocata dalla sobrietà che avanza tra i ragazzi.
La bigliettaia resta immobile.
La città finisce dietro i finestrini; ora corrono sul viale buio. Le luci interne sono sparite, solo qualche intermittenza illumina la cabina del conducente. Dai giubbotti spuntano smartphone, tutti senza segnale e con le pagine web bloccate.
Appena il filobus svolta in un campo, un tipo irrequieto si lancia dalla bigliettaia inveendo:
Sai dove lavoro io? Se domani non mi vedono in ufficio, ti tagliano la pensione!
Dopo queste parole si spengono pure i fari anteriori.
La prego, ci faccia scendere, devo prepararmi per la maturità! supplica il più giovane con voce tremante.
Il filobus corre, il ronzio rimbomba nel silenzio. I ragazzi, ormai del tutto lucidi, tremano e ripassano mentalmente come si reagisce alle prese dostaggi. Provano col martelletto di emergenza, usano le bottiglie di birra come armi, ma le vetrate restano intatte e si spezzano solo le loro unghie nella fatica di forzare la porta a soffietto.
Alla fine, emergono le prime banconote e qualche moneta.
Ecco, tenga tutto! Non mi interessa il resto! La prego, riportaci in centro! La scongiuro!
La bigliettaia rimane impassibile. Le suppliche si moltiplicano, tra invocazioni di perdono e lacrime versate. Ma il mezzo va avanti spedito, finché dun tratto si ferma sullorlo dun grande lago, forse il Lago di Como.
Dove siamo? sussurrano i ragazzi.
Qui ci affogano si lamenta il piccolo dalla peluria.
Sergio, sai guidare il filobus? Li buttiamo giù e torniamo indietro? domanda qualcuno nel panico. Ma Sergio scuote il capo sconsolato.
Infine, la porta davanti si apre e la bigliettaia scende, sparendo nel buio. Alla luce della luna, la vedono risalire in cabina con un oggetto lungo tenuto stretto in mano.
Ecco, ci sparano, poi ci buttano nel lago mormora lelettricista, asciugandosi gli occhi.
Improvvisamente, le luci del bus si accendono. La bigliettaia entra pesantemente sbattendo i piedi. In mano tiene uno scopettone e un secchio. Li posa davanti ai ragazzi tremanti e, sorridendo, annuncia:
Ora che mi pulite bene le pareti, poi vi do gli stracci: bisogna passare sedili e pavimenti. Poi torniamo in città. Obiezioni?
Cinque teste scuotono allunisono.
La notte è lunga. I ragazzi si dividono i compiti: due portano acqua, uno cambia stracci, gli altri smaltiscono l’acqua sporca in un grosso contenitore che sembra essere sempre lì. Probabilmente, non è la prima volta che il filobus finisce su questa sponda.
Finiscono allalba. Il filobus brilla come appena consegnato dallofficina: anche i vetri sono limpidi. I ragazzi, ormai rientrati nei ranghi e muti, lavorano in squadra senza proferir parola. A lavoro ultimato, la bigliettaia timbra i loro biglietti e il filobus riparte verso la città. I ribelli della notte vengono lasciati alle loro fermate. Il mezzo, infine, torna sul proprio percorso a raccogliere un nuovo giorno e nuovi passeggeri.





