Il perdono non arriverà mai: la storia di Vika, abbandonata dalla madre e cresciuta in orfanotrofio, tra verità dolorose, il tradimento del fidanzato e la scelta impossibile di fronte alla riapparizione improvvisa di chi l’ha messa al mondo

Non ci sarà perdono

– Hai mai pensato di cercare tua madre biologica?

La domanda mi colse così di sorpresa che quasi feci cadere i documenti. Ero in cucina, intento a sistemare una pila di carte che avevo portato a casa dallufficio; la torre minacciava di crollare da un momento allaltro, e la tenevo in equilibrio con la mano. Rimasi immobile, con le mani sospese, fissando Martina. La guardai negli occhi, evidentemente stupito: come le era venuta in mente una simile idea? Perché dovrei rimettermi sulle tracce di chi, tempo fa, con un gesto distratto, ha stravolto il corso della mia vita?

– Ovviamente no, – risposi, sforzandomi di mantenere la voce calma. – Che domanda è? Non ho alcun motivo per farlo.

Martina abbassò un po lo sguardo, sembrava in imbarazzo. Si passò una mano tra i capelli, come a cercare le parole giuste, abbozzando un sorriso un po tirato.

– Sai Ne sento parlare spesso. Ragazzi che crescono negli istituti o nelle famiglie affidatarie che sognano di ritrovare i genitori naturali. Così ho pensato Se mai lo volessi, ti aiuterei molto volentieri. Davvero.

Scossi la testa. Sentivo un nodo stringermi il petto, come mani invisibili a schiacciare le costole. Feci un bel respiro, cercando di calmare una rabbia improvvisa, e tornai a guardarla negli occhi.

– Ti ringrazio, ma non serve, – replicai deciso, alzando appena la voce. – Non la cercherò mai! Per me quella donna non esiste più. Mai la perdonerò!

La frase uscì più ruvida del previsto. Ma così devessere! Altrimenti dovrei rivivere una marea di cose che vorrei solo dimenticare, dovermi mettere a nudo proprio davanti alla donna che sto per sposare. Certo che la amo, la amo davvero, ma ci sono eventi che non si condividono con nessuno. Neanche con chi ci è più vicino. Mi rimmergesi nei documenti, fingendo di essere impegnatissimo.

Martina si rabbuiò, ma non insistette. Ma si capiva che ci era rimasta male: per lei la madre era, e sarebbe sempre stata, un punto di riferimento, anche se magari assente fisicamente. Solo il fatto di averci messi al mondo, per lei, la elevava a qualcosa di sacro. Era convinta che tra madre e figlio esistesse un legame indissolubile, superiore ad ogni ferita.

Io, invece, non solo non condividevo questa visione: la rifiutavo in blocco. Ai miei occhi era tutto chiarissimo: come si può desiderare di incontrare chi è stato tanto crudele da abbandonarti? Quella che avrei dovuto chiamare mamma aveva fatto ben di peggio che affidarmi a un istituto!

Da adolescente, trovai il coraggio di affrontare la direttrice della casa famiglia, la signora Paola Ferrante, donna severa ma giusta, stimata da tutti.

– Perché sono qui? – chiesi piano, ma deciso. – Mia madre è morta? O le hanno tolto la patria potestà? È successo qualcosa di grave, vero?

Paola Ferrante si fermò subito: stava archiviando pratiche, ma lasciò tutto da parte, invitandomi ad accomodarmi. Restai seduto, stringendo il bordo della sedia. Sentivo unansia che mi invadeva, ma sapevo che stavo per sentire una verità che avrebbe cambiato per sempre il modo in cui vedevo il mio passato.

– Tua madre perse la patria potestà e venne perseguita penalmente, – iniziò con calma la direttrice, pesando ogni parola. Nei suoi occhi scorsi una preoccupazione sincera: stava per dire a un ragazzino di dodici anni quello che altri avrebbero preferito nascondere in eterno. Ma lei aveva deciso: meglio la verità che il dubbio.

Fece una breve pausa, poi proseguì:

– Sei arrivato da noi che avevi quattro anni e mezzo. Alcune persone ti videro per strada, da solo: un bimbo spaesato in mezzo ai passanti. Si scoprì poi che una donna ti aveva lasciato su una panchina della stazione e se nera andata salendo su un regionale. Era autunno, faceva freddo e pioveva, e tu indossavi solo un giacchino leggero e stivaletti di gomma. Qualcuno ti trovò e chiamò i soccorsi. Finisti dritto in ospedale, con una brutta influenza.

Rimasi immobile, quasi pietrificato. Le mani si erano strette a pugno, ma il volto restava impassibile, solo lo sguardo si era fatto più cupo. Ma ascoltavo ogni parola, sapendo che dentro di me qualcosa si stava spezzando.

– E lhanno trovata? Cosa si è giustificata dicendo? – sussurrai stringendo i pugni.

– Lhanno rintracciata e condannata. E come spiegazione – la Ferrante sbuffò amaramente. – Sosteneva di non aver soldi, che le era capitato il lavoro della vita, e il titolare non voleva bambini nei paraggi così eri dimpiccio. Era un albergo, o qualcosa del genere. Ha pensato che lasciarti fosse la soluzione più semplice.

Le mie dita si aprirono lentamente, le mani si posarono sulle ginocchia. Guardavo il vuoto, forse cercando ricordi di quellautunno che non avevo mai avuto.

– Capisco… – sussurrai piatto, quasi senza vita. Poi fissai la direttrice: – Grazie per la sincerità.

In quellattimo tutto si chiarì definitivamente: non avrei mai cercato mia madre. Mai più. Lidea, ogni tanto affiorata, di voler vedere almeno una volta i suoi occhi per chiederle perché?, si dissolse per sempre.

Lasciare un figlio in strada non potevo capacitarmi! Cosa mai era successo in quella donna? Possibile che non avesse nemmeno un briciolo di compassione? Un bambino piccolo, solo, al freddo Poteva succedere di tutto!

Un gesto da bestia, non da essere umano! continuavo a ripetermi, con un dolore appuntito nel petto. Cercai mille scuse per lei. Forse era disperata. Forse era davvero senza alternative. Forse credeva facesse il mio bene.

Ma le spiegazioni cadevano di fronte a un dato incontestabile: perché non rinunciare ai diritti davanti a un giudice? Perché non affidarmi allospedale, o chiedere aiuto ai servizi sociali? Perché rischiare la mia vita per paura o orgoglio?

Provai a trovare una giustificazione, ma era impossibile. Tutto odorava di decisione fredda, calcolata, per liberarsi di me come di un vecchio oggetto inutile.

E così, giorno dopo giorno, quella determinazione cresceva. Non sarei mai andato a cercarla. Non avrei fatto domande, non avrei cercato spiegazioni. Niente avrebbe cambiato ciò che era stato. E perdonare era fuori dalla mia portata.

Raggiunsi una strana sensazione di sollievo, quasi fisica, con quella scelta ferma.

***

– Ho una sorpresa per te! – Martina era raggiante come non lho mai vista, sembrava un bambino che non riesce a stare fermo. – Ti piacerà di sicuro! Dai sbrigati, non si può tenere qualcuno sulle spine in questo modo!

Mi bloccai sulluscio con la tazza di tè ormai freddo in mano. La guardai, stupito, ma posai la tazza sul tavolino. Una vena di inquietudine mi attraversava, tanto che sentii un filo teso dentro di me, pronto a spezzarsi.

– Dove stiamo andando? – chiesi, tentando di sembrare disinvolto.

– Tra poco lo capirai! – Mi prese per mano, conducendomi fuori.

Non protestai, ma sentivo crescere uninquietudine. Misi la giacca, calzai le scarpe e seguii Martina fino al parco. Cercai di indovinare: magari aveva preso i biglietti per un concerto? Un pranzo a sorpresa con amici? Ogni ipotesi pareva poco credibile.

Entrando nel parco, subito notai una donna seduta su una panchina lungo il viale. Elegante in modo modesto: un cappotto scuro, sciarpa che le copriva il collo, borsa sulle ginocchia. Aveva un volto che mi sembrava stranamente familiare, ma non riuscivo a collocarlo. Parente di Martina? Qualche ex collega?

Martina mi guidò deciso verso la panchina. Quando mi avvicinai, la donna sollevò lo sguardo e sorrise leggermente. In quellistante qualcosa dentro di me scattò: era come guardarsi allo specchio, con trentanni di differenza.

– Marco, – la voce di Martina era solenne, quasi stesse presentando una celebrità, – dopo tante ricerche, sono riuscita a trovare tua madre. Non sei felice?

Rimasi di sasso. Come aveva potuto? Le avevo detto chiaramente di non voler sapere nulla!

– Figlio mio! Sei diventato un uomo bellissimo! – la donna si alzò, spalancando le braccia per un abbraccio. Le tremava la voce, aveva gli occhi che brillavano, come davvero felice di vedermi.

Feci istintivamente un passo indietro, aumentando la distanza tra noi. La guardai in modo glaciale.

– Sono io, tua madre! – mi diceva, senza notare il mio gelo. – Ti ho cercato tanto! Ho pensato a te tutti questi anni…

– Non è stato facile! – aggiunse Martina con orgoglio. – Ho coinvolto amici, telefonato a mille posti, cercato ovunque Ma ce lho fatta!

Non finì la frase, perché, senza controllarmi, la mia mano volò contro la sua guancia in uno schiaffo secco. Mi sentivo gli occhi pieni di lacrime: non rabbia, ma dolore puro. La guardai profondamente deluso: come era riuscita a farmi questo?

– Ma sei impazzito?! – sussurrò Martina, massaggiandosi la guancia. Non capiva. – Lho fatto per te, volevo aiutarti farti un regalo!

Rimasi in silenzio. Non riuscivo a parlare, ribollivo dentro. Martina, a cui mi ero affidato, aveva infranto la sola regola inviolabile: non toccare il mio passato. Quello che avevo confezionato, protetto, ora era stato squarciato, tutto per le sue buone intenzioni.

La donna guardava ora me, ora Martina, in preda a un imbarazzo palpabile. Avrebbe voluto aggiungere qualcosa, ma si fermò davanti al mio sguardo.

– Io non ti ho mai chiesto di trovarla, – mormorai infine, la voce dritta ma tremante dentro. – Ve lho detto e ridetto! E tu hai fatto di testa tua!

Martina abbassò la mano, senza parole. Voleva un segno di pietà, ma nei miei occhi cera solo determinazione.

– Sono stato chiaro: non voglio nemmeno sentir parlare di questa donna! – il mio corpo tremava di rabbia. – Questa madre mi ha lasciato da solo alla stazione quando avevo quattro anni! Con addosso una giacca leggera! In mezzo agli sconosciuti! Pensi che potrei perdonare?

Martina impallidì, ma non arretrò. Si raddrizzò, e scandì con enfasi:

– È tua madre! Non importa cosa abbia fatto, resta tua madre!

Sentii la donna avvicinarsi con passo esitante. Parlava bassa, quasi avesse vergogna delle sue stesse giustificazioni:

– Eri sempre malato, non avevamo soldi per le medicine Era unoccasione di lavoro, volevo sistemarmi e poi sarei tornata a prenderti, capisci? Saremmo stati di nuovo insieme…

Le rivolsi uno sguardo gelido:

– Prendermi da dove? Dal cimitero? – Il mio tono era tagliente: – Potevi rivolgerti ai servizi sociali, firmare una richiesta di affido temporaneo! Potevi lasciarmi in ospedale, visto che ero malato! Ma non per strada! Da solo, al freddo!

Martina, smarrita, cercò di prendermi la mano, ma la ritrassi bruscamente.

– Il passato è passato, si deve pensare al presente, – insisteva. – Volevi parenti al matrimonio: ti ho esaudito il desiderio…

La fissai, e nelle mie pupille cera solo delusione. Martina indietreggiò.

– Ho invitato Paola Ferrante, la direttrice dellistituto, e Chiara Conti, la mia educatrice, – la voce mia era più debole, ma sicura. – Sono loro, la mia famiglia! Loro sono state la mia mamma, mi hanno salvato ogni volta che avevo bisogno! È a loro che tengo veramente!

Strappai la mano da quella di Martina e corsi via dal parco, senza voltarmi. Non sentivo altro che un tornado nel petto, la delusione era troppo profonda. Questo tipo di tradimento, da chi avevo scelto come compagna della vita, non me lo sarei mai aspettato.

Non le avevo nascosto nulla. Tuttaltro: le avevo raccontato la verità più dura sulla mia infanzia, sulle mie illusioni svanite, sulla speranza che mia madre tornasse. Lei ascoltava, annuiva, prometteva di capire. Ma mi aveva ugualmente tradito. Non importa cosa sia, una madre è sempre una madre… riecheggiava nella mia testa, insieme a unamara sensazione di gelo.

Mai! decisi in cuor mio. Mai avrei permesso a quella donna di entrare di nuovo nella mia vita.

Continuai a camminare senza meta, uscii dal parco e presi per la strada, a passo svelto, lasciandomi dietro ogni pensiero tranne uno: stare lontano da tutto, almeno per un po.

Non tornai nemmeno da Martina a recuperare la mia roba. Per fortuna avevo ancora la mia stanza in quella piccola casa popolare: giusto qualche borsa, qualche vestito, qualche oggetto. Le cose vere le avrei recuperate dopo; ora non avrei potuto sopportare altri confronti.

Il cellulare vibrava senza sosta: chiamate su chiamate da Martina. Guardavo il display, vedevo il suo nome, ma non rispondevo. Temevo che, se avessi risposto, avrei gridato, o detto cose irreparabili.

Non si arrese. Iniziò a mandare anche messaggi vocali. Il suo tono col passare dei minuti si fece duro, quasi rabbioso:

– Marco, ti comporti come un bambino! Ho fatto tutto per te, e tu Sei solo ingrato! Questa è una crisi isterica, nientaltro!

Poco dopo, ancora più irritata:

– Ho deciso. Giovanna sarà al matrimonio, punto. Non cambierò idea per i tuoi capricci. È tua madre, sarà la nonna dei nostri figli. È giusto così!

Ascoltavo, in attesa alla fermata dellautobus, e sentivo freddo dentro. Spensi il telefono, me lo misi in tasca e alzai lo sguardo al cielo, con la sensazione che il mondo avesse appena subito una spaccatura che non sarei mai riuscito ad aggiustare.

Rimase tutto fermo davanti a me, con il display ancora acceso sullultimo messaggio di Martina. Le sue parole mi rimbombavano in testa: Giovanna sarà al matrimonio. Punto. Senza appello, senza spazio per discutere.

Aprii WhatsApp, scrissi un messaggio secco, conciso, senza spazio per malintesi: Il matrimonio non si farà. Non voglio vedervi mai più né te, né quella donna.

Premetti invia. Rimasi qualche secondo a fissare la doppia spunta, poi appoggiai il telefono.

Subito il cellulare si illuminò: tentava di chiamarmi. Poi altri messaggi, che non aprii nemmeno. Togliendo ogni esitazione, trovai il contatto di Martina e lo bloccai.

Adesso il telefono era silenzioso. Niente chiamate, nessuna notifica, nessuna insistenza. Solo silenzio, come una coperta calda che finalmente mi portava un po di pace.

Forse col tempo rimpiangerò la mia scelta. Forse. Ma in quel momento, era lunica strada giusta. Sentii finalmente la tempesta smorzarsi dentro di me, lasciandomi soltanto una stanca e tranquilla chiarezza.

Così devessere. Non cè futuro con chi, nonostante tutto, calpesta ciò che sei e decide per te. Ho imparato una lezione amara: la famiglia vera, a volte, è quella che scegli, non quella che ti mette al mondo. E nessun dovere di perdono può cambiare questo.

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