IL REGALO DI ASSUNTA

IL REGALO DI LUNA

Luna, la cagnolina, ululava tutta la notte, impedendo ad Alessandra di riposare. Al mattino, aprendo la cuccia, la donna rimase immobile per lo spavento.

La notte era stata caotica, come se la natura avesse riversato su di noi tutta la sua energia furiosa. Pioveva a dirotto, come se il cielo volesse lavare via impurità, ingiustizie e oblio. Lampi squarciavano il buio, accecanti, e il tuono ruggiva così forte da far tremare la terra ad ogni colpo.

Gli alberi si piegavano, le fronde graffiavano i recinti, e lacqua invase i cortili, trasformandoli in laghi. Sembrava che il mondo fosse precipitato nel caos, nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto al sorgere del giorno.

Quando i primi raggi del sole penetrarono la tenda, tutto sembrò sparire. Non cera più traccia della tempesta, né leco del temporale di ieri. Il cielo brillava di un azzurro limpido, appena lavato, e laria era trasparente e fresca, profumata di terra umida e di verde appena risvegliato.

Alessandra, stiracchiandosi dopo il sonno agitato, uscì sul portico e inspirò a pieni polmoni quellessenza mattutina. Sembrava che la natura fosse rinata, pronta a pulsare di nuova forza.

Ma nella sua mente riaffiorò un ricordo strano: durante la furiosa notte, la fedele amicaLunaaveva improvvisamente cominciato a ululare con un lamento profondo, non abbaiando né ringhiando, ma sentendo il dolore. Ginevra, allora, non gli aveva dato pesoforse il tuono laveva spaventata, forse aveva udito qualcosa. Ora, guardando il cortile, un brivido le attraversò il cuore.

Luna di solito la salutava al portico, scodinzolando, saltellando, accoccolandosi. Quella mattina era diversa: giaceva nella cuccia, senza fretta di alzarsi. Il cuore di Ginevra si contrasse. Forse la tempesta lha ferita? pensò. Quel lampo era così violento da poterla colpire. Si avvicinò, chiamandola con voce dolce:

Luna, tesoro, tutto bene?

Dal buio della cuccia emerse lentamente una testolina dagli occhi tristi e vigili. Luna non balzò fuori, non si alzò come al solito. Rimaneva immobile, le orecchie premute contro il muso, guardando la padrona con una tristezza strana, quasi a custodire un segreto.

Che ti succede, piccola mia? sussurrò Ginevra, sentendo un leggero gelo lungo la schiena.

Andò dentro, prese un coltello e tagliò qualche pezzetto succoso di salame, il bocconcino preferito di Luna. Forse ha fame? pensò. Ma neanche lodore della carne la fece muovere. Luna rimaneva ferma, come se le fosse mancata la forza o, forse, un istinto materno antico le impedisse di abbandonare ciò che custodiva nella profonda cuccia.

Ginevra si irrigidì. Qualcosa non quadrava. Luna non si era mai comportata così; anche nella più violenta burrasca correva verso di lei, cercando protezione. Ora, al contrario, si ritirava, difendendo il proprio spazio. Nella mente le giravano pensieri ansiosi: È malata? È stata morsa da un serpente? Uninfezione?

Senza esitazione prese il cellulare e chiamò il veterinario Leonardo Bianchi, amico di lunga data. Lui promise di arrivare al più presto.

Ventanni minuti dopo, una vecchia ma elegante auto si fermò nel cortile. Ne scese un uomo alto, con i capelli argento, gli occhiali e una cartella nera in mano. Leonardo Bianchi non era solo un veterinario: era un guaritore, capace di percepire gli animali come se ne sentisse il silenzioso grido.

Allora, che cosa abbiamo qui? chiese, guardandosi intorno.

Ginevra raccontò brevemente il comportamento insolito di Luna. Il dottore si avvicinò alla cuccia, si sedette a mezzogambe e la chiamò con voce gentile:

Luna, bella, esci. Affidati al dottor Leonardo.

La cagna solo ringhiò sommessamente, attaccandosi al muro. Mai prima dora aveva ringhiato contro qualcuno che conosceva; era inquietante, quasi spaventoso.

Cè qualcosa di strano, mormorò il veterinario. Prima correva verso di me come verso una madre. Che cosa le è successo?

Temo che sia malata rispose Ginevra, tremante.

Unzecca? O forse è stata morsa? rifletté Leonardo. Dobbiamo estrarla e controllarla.

Ginevra afferrò la pettorina di Luna, ma lanimale non opponeva resistenza, né si precipitava fuori. Solo quando fu chiaro che non sarebbe riuscita a farla uscire, Luna, con evidente irritazione, strisciò lentamente fuori, guardandosi indietro.

Cè qualcosa che si muove dentro! esclamò improvviso il dottore, fissando linterno della cuccia.

Ginevra si avvicinò e si fermò, paralizzata.

Nel profondo della cuccia, avvolto in una coperta logora, cera un piccolo bambino. Stringeva al petto una bambola sporca. Il suo volto era pallido, gli occhi pieni di lacrime, i vestiti strappati e bagnati. I piedi erano nudi. Sembrava abbandonato, dimenticato tra realtà e incubo.

Che cosè? sussurrò il veterinario, incredulo.

Non è una cosa, è una persona! ansimò Ginevra. È un bambino! Non posso sollevarlo da sola aiutate!

Subito, subito rispose Leonardo, aggiustando gli occhiali e scrutando attentamente. Luna ringhiò ancora, ma Ginevra la rassicurò:

Tranquilla, Luna. Non faremo del male a nessuno. Sei stata brava, lhai salvato.

Portò la cagnolina sulla veranda, mentre il dottore sollevava con delicatezza il piccolo. Il bambino si svegliò, sfregandosi gli occhi, guardò intorno spaventato e pianse silenzioso. Ginevra lo prese in braccio; era leggero come una piuma, come se non fosse stato nutrito per molto tempo. Indossava una maglietta sporca, i pantaloni consumati, le gambe coperte di graffi.

Chi sei, piccolo? chiese a bassa voce.

Il bambino non rispose, solo fissava con occhi grandi e spaventati, in attesa di un rimprovero.

Chiamerò la polizia disse Ginevra, dirigendosi verso la casa. Un bambino non può restare solo. Lo stanno cercando, sicuramente.

Il veterinario la fermò:

Aspetta. Conosco quel bambino. È Matteo, figlio di Oriana la ladra.

Ginevra sobbalzò. Oriana, la stessa compagna di scuola, una volta vivace e allegra, poi precipitata in un baratro di criminalità, alcol, furti, finché non fu condannata. In carcere ebbe Matteo, che fu subito affidato a un orfanotrofio.

Ma lhanno rilasciata? chiese Ginevra.

Sì, di recente. Ha preso il figlio dallinternato, non per amore, ma per dimostrare al mondo che anchio sono madre.

In realtà, è sempre ubriaca, abbandona il bimbo, lo lascia solo. Dovrebbe perdere i diritti genitoriali. Matteo ha quasi cinque anni, a malapena parla, non conosce casa, famiglia, affetto.

Ginevra sentì unondata di amarezza e rabbia. Ricordò i suoi sogni di maternità, due volte sperata, due volte perduta.

I medici non riuscivano a spiegare la causa. Ogni volta era come un pugno al petto. Ora, davanti a lei, cera un bambino vivo, tremante, gettato via come un oggetto inutile.

Lo terrò qui, per ora dichiarò con fermezza. Lo nutrirò, lo riscalderò, lo laverò. Poi lo porterò da Oriana, così potrà vedere cosa fa con suo figlio.

Portò dellacqua tiepida, un asciugamano morbido, sapone per bambini. Lavò Matteo con cura, come se fosse suo.

Poi lo vestì con la sua maglietta, lo avvolse in una coperta e lo mise a tavola. Il bambino mangiò in silenzio, rapidamente, come se temesse che il cibo fosse portato via.

In quel momento entrò in casa Andrea, suo marito, alto, robusto, con occhi gentili.

Amore, dovevi? Ho portato del pane si fermò. E chi è quello?

È Matteo, il figlio di Oriana. Lho trovato nella cuccia di Luna.

Andrea guardò il bambino, poi Ginevra. Sapeva quanto lei soffrisse per non poter avere figli. Sapeva che ogni volta che vedeva un altro piccolo, qualcosa si spezzava dentro di lei.

Capito disse a bassa voce. Cosa serve?

Compra scarpe e vestiti. Tutto nuovo.

Andrea non pose altre domande. Uscì, tornò unora dopo con sacchetti. Acquistò vestiti, ma anche una macchinina rossa luccicante. Matteo rise per la prima volta da tanto tempo.

Più tardi, mentre il piccolo dormiva, sussurrò:

Non voglio andare da mia madre

Dormi, piccolo mormorò Ginevra. Nessuno ti porterà via.

Andrea la abbracciò.

Non vuole andare da lei. Lo capisco.

Andrò da Oriana a capire cosa succede.

La casa di Oriana era semidistrutta, finestre sbarrate, odore di birra, tabacco e disperazione. Dentro regnava loscurità, lo sporco, il vuoto. Quando Ginevra entrò, una tosse rauca le colpì la gola per il fumo.

Chi è lì? gracchiò una voce. Cè Bianca?

Oriana, sono io, Alessandra. Eravamo compagne di scuola.

Ah non ti riconosco. Perché sei qui?

Il tuo figlio è con me. Lho trovato nella cuccia. Era senza scarpe, affamato, spaventato.

E allora? Che faccia? Dorme qui?

Sei una madre! Come puoi dire così?

E tu chi sei per insegnarmi? urlò Oriana. Restituiscimi mio figlio! Se non lo fai, ti prendo il frustino!

Non tornerà da te disse Ginevra, guardandola dritto negli occhi. Chiamerò la polizia. Un bambino non deve crescere in quel inferno.

Oriana improvvisamente crollò.

Aspetta non chiamare la polizia Ho solo lui, il mio sangue

Allora metti ordine, viva come si deve. Poi parleremo.

Passò una settimana. Nessuno venne. Ginevra tornò e trovò una scena tragica: Oriana giaceva in letto, vita spezzata, segno di unoverdose. Il cuore le aveva lasciato.

Alessandra e Andrea la seppellirono. Dopo quel doloroso evento decisero di adottare Matteo come loro figlio.

Dopo mesi di visite, esami, autorizzazioni dei servizi sociali, Matteo divenne legalmente loro figlio.

Due anni dopo, la primavera sbocciò nuovamente. Nel cortile correva Matteo, ormai più grande, rideva giocando con i cuccioli di Luna, la stessa cagnolina che lo aveva salvato quella notte tempestosa.

Figlio, fai più attenzione! gridava Ginevra.

Niente, i bambini adornano luomo! rideva Andrea, aggiustando il cappellino sulla testa della loro figlia Giulia, nata un anno prima.

Giulia sorrideva, balbettando nella sua lingua infantile, osservando il fratellino. In quel momento la felicità era completa. Erano una famiglia. Vera, non solo di sangue, ma di cuore.

Una storia incredibile di umanità, misericordia e amore.

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