10 ottobre 2023
Caro diario,
Mia madre, Francesca, era una donna di una bellezza rara, ma il padre, Carlo, amava ripetere che era lunico suo pregio. Io, che ladoravo con tutto il cuore, la guardavo sempre attraverso gli occhi di mio padre.
Carlo insegnava Scienze Politiche alluniversità di Pisa. Proveniva da una famiglia colta e distinta; i suoi genitori non avevano mai accettato Francesca. Solo più tardi ho capito come si erano incontrati. Carlo, con un gruppo di studenti volontari, era stato mandato in un agriturismo della Maremma a costruire recinti per gli animali. Francesca, allora diciassettenne, era una mungitrice con solo otto anni di scuola elementare e, anche da adulta, leggeva a fatica, seguendo le parole con le dita e sussurrando silenziosamente le sillabe. Però era una bellezza spiazzante: pelle bianca e trasparente, lunghi capelli dorati fino alla vita, occhi azzurri come il fiordaliso e lineamenti scolpiti. Nella foto di matrimonio pareva uscita da una rivista di moda. Carlo era alto, con i capelli scuri, folti baffi e un aspetto molto maschile.
Quella estate Francesca rimase incinta e Carlo fu costretto a sposarla. Forse, un tempo, laveva davvero amata, ma la pressione dei genitori lo spinse a credere che lei lo avesse ingannato. Alluniversità giravano giovani dottorandi, meno belle ma più istruite e sveglie, che sembravano più adatte a lui. Inoltre, ogni volta che Carlo cercava di portarla a cene o a serate, Francesca mangiava in modo rozzo, non sapeva usare le posate e rideva così a voce alta che lui arrossiva di vergogna. Carlo non esitava a dirglielo, e lei scuoteva la testa con un sorriso malinconico, senza osare contraddirlo.
Io non volevo assomigliare a mia madre. Desideravo che mio padre fosse fiero di me. Prima di entrare a scuola imparai lalfabeto e leggevo meglio di lei. Trascorrevo ore a esercitarmi con i numeri, così da poter rispondere correttamente a ogni esercizio che mi proponeva e guadagnare il suo elogio. A tavola osservavo Carlo: mangiavo a piccole dosi, con la bocca chiusa, usavo forchetta e coltello, a differenza di mia madre che si leccava il pane. Nonostante tutto, Carlo non mi mostrava molta vicinanza; mi lanciava solo uno sguardo fugace e accarezzava distrattamente i miei capelli. Quando riuscivo a parlare con lui, quei momenti diventavano il mio grande conforto, e rievocavo mentalmente le sue parole.
Quando ero in seconda elementare, Carlo ci lasciò. Francesca tenne per lungo tempo nascosto che lui aveva unaltra donna. Quando sentii la parola divorzio, pensai solo a una cosa: «Se solo papà potesse portarmi con sé». Ma rimasi con mia madre. Dovemmo lasciare lappartamento di nonna Maria e nonno Giuseppe, che erano felici di sbarazzarsi di noi. Per un po Carlo ci mandava piccole rimesse mensili, e la nonna ci mandava un po di soldi per le festività. Tuttavia, con il crollo delleconomia italiana, Carlo perse il lavoro e le rimesse si interruppero. Francesca trovò diversi lavori come addetta alle pulizie, spulciando pavimenti dal mattino alla sera. Le paghe erano basse e spesso in ritardo, così la nostra vita divenne molto modesta. La bellezza di mia madre svanì col tempo e non riuscivo più a vedere nulla di positivo in lei. Lo incolpavo per via del tradimento di papà.
Carlo, intanto, si lanciò nellimprenditoria. Un giorno tornò a casa con una giacca nuova e qualche moneta. Ricordo ancora quella fredda mattina dinverno: ero appena uscita dalla scuola, tremante nel mio vecchio cappotto con le maniche ormai troppo corte. Carlo era fermo davanti al portone; nessuno gli aprì la porta, ma rimase lì ad aspettare. Il mio cuore balzò di gioia: papà non mi aveva dimenticata! Gli offrii del tè con lo zucchero, chiacchierando senza sosta dei miei progressi a scuola, cercando di mostrargli quanto fossi diventata furba. Lui ascoltava distratto, ma finì il tè, mi mostrò la giacca, la posò sul tavolo insieme a qualche spicciola e disse:
Dà questo a tua madre. Il prossimo mese ti porto altro.
Verrà anche al mio compleanno? chiesi timidamente.
Lui mi fissò un attimo, quasi dimenticando la data, poi rispose:
Certo! Che vuoi come regalo?
Una bambola! balbettai, arrossendo. Avevo già quelletà, ma le parole uscirono da sole. Perché volevo ancora quel simbolo dellinfanzia dalle mani di papà. Di solito mi regalava libri.
Va bene, annuì, avrai una bambola.
Quando Francesca tornò, le raccontai con orgoglio della visita di papà e della promessa della bambola per il mio compleanno.
Il giorno del compleanno corsi a casa come un matto, temendo che papà non fosse puntuale. Aspettai il suo arrivo davanti al portone, ma non cera nessuno. La madre aveva preparato una torta, e al mattino mi regalò un maglione a righe, molto di moda quel periodo, che desideravo da tempo. Non toccai la torta, aspettando papà, ma lui non arrivò. La sera, quando Francesca rientrò dal lavoro, mangiammo la torta insieme, ma il mio entusiasmo era sparito; piansi in silenzio. Francesa capì e non commentò.
Il giorno dopo, Francesca mi porse una scatola:
È arrivata dal postino, cè stato un ritardo. È di papà.
Aprii la scatola: dentro cera una bambola nuova, avvolta in una confezione rosa. Esclamai felice:
Perché non è venuto di persona?
Deve essere stato inviato in trasferta, rispose la madre, evitando lo sguardo.
La bambola divenne il mio tesoro. La portavo a scuola senza temere i compagni. Papà non fece più capolino, e nonno e nonna non mi mandarono più alcuna rimesa. Con il tempo accettai che nella mia vita cera solo mia madre, ma ogni giorno sentivo la mancanza di papà, sperando che un giorno tornasse a vedere quanto ero diventato grande e fosse fiero di me.
Dopo la scuola superiore, entrai nella Facoltà di Medicina. Volevo condividere la notizia con papà, così decisi di trovarlo. Ricordavo più o meno lindirizzo del suo vecchio appartamento, quello dove avevo vissuto otto anni, e quello dei nonni, dove andavo solo per le feste. Senza dirlo a Francesca, mi misi in viaggio.
Arrivato al vecchio appartamento, una donna me lo aprì dicendo che quella casa era sua da sette anni e non cerano altri inquilini. Chiesi informazioni sui precedenti abitanti; lei sbatté la porta senza risposta.
Presi poi la strada per la casa dei nonni. Nessuno aprì. Stavo per andarmene quando una porta si aprì e una anziana signora con grandi occhiali mi guardò:
Cosa cercate?
Sono venuto a vedere le case di mio padre sono suo nipote.
Mi fissò attentamente e disse:
Se sei suo nipote, dovresti sapere che sono morti da anni.
Il volto mi si fece rosso.
Non lo sapevo I miei genitori si sono separati e io
Sì, sì Si sono separati Allora tu sei Marta?
Sì.
Volevi vedere la nonna e il nonno?
Sì, e anche papà balbettai.
La vecchia mi guardò come se avesse letto la mia anima.
Tutti loro sono morti, seppelliti per debiti. Il tuo padre è stato ucciso lo stesso giorno
La verità mi travolse, lasciandomi senza respiro.
Non ucciderti, giovane! Hai tutta la vita davanti. La tua mamma è viva?
Annuii.
Ti darò lindirizzo del cimitero. Vai a vedere le loro tombe, ti farà stare meglio.
Cercò tra cassetti finché non trovò un taccuino, mi dettò i numeri delle sepolture e il nome del cimitero. Ringraziai e partii, ma il terrore mi stringeva il cuore.
Le tombe erano incolte, coperte di erbacce, disposte una dopo laltra dietro un recinto. Rimuovendo i rami, lessi le date: la morte di papà avvenne due giorni dopo lultima volta che lo vidi.
Sulla tram tramontante, mentre tornavo a casa, mi colpì lidea che papà non potesse mai avermi inviato quella bambola per il compleanno. Forse era stata messa lì da mia madre. Un rossore mi salì al viso, una gola si strozzò. Mi vergognai. Scoprii che mio padre era stato un semplice bandito, responsabile della rovina dei suoi genitori. Fortunatamente non avevamo vissuto con lui, altrimenti saremmo finiti nel fango con la madre.
Non dissi nulla a Francesca del viaggio. Inventai di essere uscito con le amiche. Più tardi la abbracciai, le dichiarai il mio amore e mentii di nuovo:
Grazie di tutto.
Il suo sguardo, un po velato dal tempo, ma ancora di un azzurro intenso, mi fissò.
Ho sempre saputo che quella bambola lhai ricevuta da te. Per questo lho sempre amata.
Lacrime grandi rigarono gli occhi di mia madre. Non mi vergognai più della menzogna; mi vergognai di aver creduto che nella sua bellezza non ci fosse nulla di buono, se non la fugace luce dei riflessi.
Oggi, chiudo questo diario con una consapevolezza: i regali materiali sono effimeri, ma il vero valore sta nel perdono, nella capacità di guardare oltre le ombre del passato e di nutrire le radici della propria identità.
Marco.






