IL RIMORCHIO
Nicola era ormai sfinito dalle serate mondane, dalle storie di una notte e dagli infiniti appuntamenti, che, quando conobbe la semplice, allegra e intelligente Giulia, capì subito: questa è quella giusta.
Uscirono al bar per un aperitivo, si fermarono ad ascoltare i musicisti di strada ai Navigli, parlarono dei suoi successi lavorativi e della passione di lei per la poesia contemporanea, ma il vero colpo di fulmine arrivò quando scoprirono che entrambi preferivano linsalata russa con le mele.
Lì fu chiaro: occorreva andare oltre.
La scelta del luogo per far decollare la relazione cadde sul bilocale di Giulia, che lo invitò a cena.
Nicola indossò la camicia delle grandi occasioni, si fece la barba, imparò a memoria un paio di poesie assurde di uno dei poeti preferiti di Giulia, e non si presentò a mani vuote: fiori freschi e buon vino rosso piemontese.
Andava allappuntamento pieno di ottimismo e neanche lombra di nervosismo.
Nicola era così sicuro di sé che qualsiasi gatto meneghino davanti alla ciotola, per la quindicesima volta al giorno, lo avrebbe invidiato.
Era tutto pianificato nei minimi dettagli.
Tutto, tranne la frase che lo accolse: «Buonasera, io sono Stefano.
La mamma è sotto la doccia, puoi entrare.»
Nicola rimase congelato.
Davanti a lui campeggiava una faccia squadrata, a metà tra quella di un ragazzino e quella di un boscaiolo della Val dAosta.
La manona di Stefano si tese verso di lui e avrebbe potuto coprirgli la testa in un colpo solo.
Allinizio Nicola pensò di avere sbagliato campanello, ma quando Stefano starnutì forte e in modo buffissimo senza aprire bocca e stringendosi il naso con le dita proprio come aveva già visto fare a Giulia non ebbe più dubbi.
Lumore di Nicola cominciò a precipitare come il prosecco lasciato aperto.
I fiori appassivano tra le dita e il vino sembrava già aceto.
Entrò e, appena vide le scarpe di Stefano, ebbe un tuffo al cuore: avrebbe potuto infilarci dentro i propri mocassini e ci sarebbe entrato ancora spazio.
Giulia era alta poco più della metà di suo figlio.
Nicola pensò allimprovviso che peccato che le donne non si possano “estensibilizzare” come loro: le regali un anello e dopo dieci anni hai una vera fede nuziale (ottimo investimento).
Tra una riflessione e laltra si avviò verso la cucina, dove prese posto a una tavola già imbandita, mentre Stefano cambiava le tende senza nemmeno salire sulla sedia.
«Cinque minuti e arrivo!» urlò Giulia dal bagno.
Cinque minuti che divennero venticinque, poi finalmente la porta si aprì e Giulia ne emerse in un abito da sera e con il trucco che brillava come le luci di Natale a Piazza del Duomo.
Appena vide la faccia smorta di Nicola, capì tutto e latmosfera romantica si dissolse in una nuvola come zucchero filato sotto la pioggia.
Prese posto a tavola senza aprir bocca, servì cibo e vino anche a Nicola e, prima ancora che lui si decidesse a prendere la forchetta, lei aveva già iniziato a mangiare.
«Potevi dirmi che avevi un figlio», riuscì infine a balbettare Nicola, offeso come uno a cui hanno scambiato la tessera della biblioteca con quella del supermercato.
«Cosa, ti sei spaventato del rimorchio?» rise amara Giulia.
«Altro che rimorchio questo è un intero treno passeggeri!»
«Grande, eh?
Tutto suo padre.
Viene dalle Dolomiti, ancora più alto di Stefano.
Andava a mani nude contro i cinghiali.»
«E ora, dovè?» Nicola aveva già limmagine del padre in un bosco, vestito da Bear Grylls.
«In tournée.
Lui e il suo amico cinghiale hanno sfondato a teatro.
Ogni tanto scrive, o almeno ci prova: la calligrafia pare quella del cinghiale, che almeno ha più onestà.»
«Quanti anni ha, ormai?» accennò Nicola verso la parete.
«Quattordici, ha appena ritirato la carta didentità.»
«Con la forza?»
«Spiritoso.»
La cena proseguì tra il silenzio e qualche sbuffo.
Nessuno dei due sapeva come proseguire.
«Posso avere ancora un po di carne?» chiese Nicola porgendo il piatto.
«Ti piace?»
«Onestamente, mai mangiato niente di più buono.
Che cosè?»
«Cervo.
Lo cucina Stefano.»
«Accidenti, un talento culinario!»
«Eh, ha preso da suo padre.
Insieme a una vecchia enciclopedia di cucina, un set di coltelli, due canne da pesca e una barca smontabile, che ovviamente ha lasciato a noi.»
«La barca?» Nicola sentì lacquolina.
«Certo, sta in cantina.
Beh, sta…
ogni tanto ci finisce.
Mio figlio è un pescatore accanito.»
Proprio mentre Nicola fantasticava su questa barca, il telefono di Giulia vibrò e lei si scusò per andare a rispondere in camera.
«Ora è il momento di andare a casa», pensò Nicola.
Lì di conquiste da fare non ne vedeva.
«Senti, Nicola» Giulia tornò in cucina agitata.
«Qui al lavoro è successo un disastro.
Riusciresti a restare con Stefano per un paio dore?»
«Io?
Con Stefano?
Ma perché?»
«È ancora minorenne, e sai, oggi la gente è fuori di testa meglio non lasciarlo solo.»
«Hai paura che qualcuno lo rapisca senza accorgersene?»
«Dai, ti pago per la serata persa e per la baby-sitting.
Poi sparisco per sempre, promesso!»
«E che dovrei fare con lui?»
«Mah, siete uomini, troverete qualcosa di cui parlare.
Io scappo.»
Giulia non gli lasciò il tempo di fiatare e volò letteralmente fuori casa.
Nicola rimase un po a guardare il soffitto sperando che il telefono si ricaricasse da solo, finì la carne, svuotò il bicchiere, ma Giulia non tornava.
Avvicinatosi alla porta di Stefano, sentì suoni familiari.
«Ma non è possibile» pensò, bussando.
«È aperto», arrivò la voce.
Nicola entrò circospetto.
La prima cosa che notò fu un grande bersaglio di legno conficcato di coltelli e dardi.
Il muro era intatto: il tiratore era un cecchino.
Sul tavolo, un giradischi suonava a bassa voce i Litfiba, che Nicola adorava.
Stefano seduto in un angolo trafficava con lenze e ami.
Sul mobile troneggiavano trofei, dal soffitto penzolava un sacco da boxe, davanti alla TV la nuova PlayStation.
«Non male come ti vizia la mamma», fischiò ammirato Nicola.
Su una stanza del genere aveva fantasticato lui stesso fino a trentanni.
«Lavoro destate», ribatté serio Stefano, e Nicola allimprovviso si vergognò per tutte le fantasie su Giulia alla ricerca del portafoglio senza fondo.
Il figlio era più indipendente del previsto.
«Non avresti un caricabatterie?», chiese Nicola mostrando il cellulare.
«Vicino alla ferrovia», disse Stefano indicando un angolo.
«Fe-fe-fe-rrovia?» balbettò Nicola.
Quando si voltò, vide un intero plastico ferroviario immenso.
Dimenticò di respirare.
«Lhai montato tu?»
«Sì, un pezzo alla volta.
Ora voglio fare il secondo livello e alcuni ponti.
Sta aspettando una scatola di binari nuovi.»
Nicola iniziò a sentire un certo languorino al cuore.
«Posso fare un giro?», chiese a Stefano con la voce di un bambino in gita.
«Certo», rispose il ragazzone mettendo da parte fili e ami.
***
Giulia rientrò dopo unora.
Era convinta che Nicola fosse già scappato e corse a vedere nella stanza del figlio.
Trovò entrambi sdraiati a montare la ferrovia.
Da fuori era difficile dire chi dei due fosse ladulto.
«Nicola, è ora di andare», sussurrò Giulia.
«Ma ma Oddio!
Che ore sono?»
«Le dieci e mezza», sbadigliò esausta Giulia.
«Domattina sono ancora a risolvere casini, quindi ho proprio bisogno di dormire.»
Accompagnò Nicola alla porta e, baciandolo sulla guancia, gli porse cinquanta euro.
«I soldi dalle donne non li prendo», rispose Nicola schifato come se lei gli avesse offerto uninsalata senza olio.
«Ok, grazie comunque di aver badato al mio rimorchio.»
Nicola sorrise appena e se ne andò.
***
«Ciao Giulia, senti mi piacerebbe tornare a trovarvi», chiamò Nicola qualche giorno dopo.
«Guarda che a lavoro non respiro: non ho tempo per storie damore E poi lultima volta»
«No, ma posso passare da Stefano?»
«Da Stefano?» chiese lei sorpresa.
«Sì.
Magari passo a fargli compagnia, stare con il piccolo?»
«Non so Devo chiedere a lui.»
«Lho già sentito su WhatsApp, ha detto che ci sta.
Ho anche una nuova partita per la Play: ci sediamo tranquilli, tu puoi dedicarti al lavoro.»
«Va bene Passa stasera.»
Quella sera Nicola arrivò sotto tuttaltra veste: niente camicia, niente profumo, niente vino e sguardi languidi.
Soltanto una maglietta nera dei Negramaro, uno zainetto zeppo di patatine e Fanta e in faccia un sorriso da quindicenne appena promosso.
«Fate i bravi, che ho una conference call da due ore fra poco», li accolse Giulia in vestaglia, la maschera di tessuto sul viso e un profumatissimo alito di cipolla.
Nicola annuì e si fiondò in cameretta.
Quella sera fu Giulia a fatica a separare Nicola e Stefano, che stavano ormai litigando su quale fosse il miglior regista tra Sorrentino e Tarantino.
Stavano per risolvere la questione con una maratona di sei ore, ma lei li convinse che entrambi avevano pessimi gusti e portò Nicola alla porta.
«Ricordati la pastura sabato!» urlò Stefano dalla stanza.
«Che pastura?» Giulia fulminò Nicola con lo sguardo.
«Andiamo a pescare i lucci.
Gli ho detto che conosco un negozio che vende la miglior pastura.
Non vado a pescare da secoli!»
«Spero che, mentre diventate amiconi, ti ricordi che esisto anche io.
Non vuoi mai stare con me?»
«Puoi venire anche tu, magari ci prepari i panini.»
«Oh sì, che divertimento.
Dai, andate pure almeno Stefano si tiene occupato, che io non so più dove infilarmi col lavoro!»
***
Passò un mese.
Giulia si spaccava la schiena al lavoro, troppo occupata per pensare allamore.
Nicola e Stefano, invece, vivevano una seconda adolescenza: terminarono la ferrovia, fecero un viaggio per le anguille, prepararono una damigiana di vino secondo la ricetta della bisnonna di Stefano.
Lui insegnava a Nicola come orientarsi nei boschi, Nicola invece spiegava come flirtare con le ragazze e, a forza di consigli, Stefano riuscì a invitare finalmente Serena, la cotta del parallelo.
Tutto scorreva liscio, fino a quando una sera qualcuno bussò così forte che caddero le lampadine dal soffitto.
Giulia aprì la porta e fu travolta da un profumo di cinghiale arrosto.
Sulla soglia cera il suo ex marito, il padre di Stefano.
«Ho capito tutto», disse inginocchiandosi.
Anche così era più alto di Giulia.
«Io e Bernardo il cinghiale siamo stanchi di girare.
Ho messo da parte dei soldi, portatevi con me, torniamo tutti in montagna, viviamo felici.
Tu lasci il lavoro, io e Stefano andremo a pesca e a caccia.»
«Ma dai che sei uno spasso.
Dieci anni e ora ti illumini?
Pure il cinghiale sentiva la mancanza della famiglia?»
«No In realtà ha firmato un contratto col circo senza dirmelo, quel traditore», mugugnò il marito.
«Ecco svelato il mistero», Giulia si incrociò le braccia.
«Non importa!
Ciò che conta è che adesso»
Non finì, perché Nicola comparve in salotto con una maglietta di Giulia addosso.
«Giulia, ho preso la tua maglia che la mia è tutta sporca, stavamo ridipingendo la locomotiva»
«Mamma mia, in questa casa uno può finire neanche una frase?» sospirò Giulia.
«E questo chi sarebbe?» domandò il marito, minacciando Nicola col suo pugno enorme.
«Lui è è» farfugliò Giulia.
Stefano piombò nella stanza e con una mossa da judo immobilizzò il padre contro il muro.
«È il rimorchio!», ansimò Stefano.
«Stefano!
Figliolo!
Sono io, papà!
Che rimorchio»
«Il rimorchio, quello che ci aiuta a portar via tutta la roba che ci hai lasciato», sibilò Stefano.
«Ma io non ho lasciato niente!», replicò lex marito, capendo solo allora il senso della frase.
Nicola e Giulia rimasero nellangolo, osservando questa scena titanica.
«Okay, okay, basta!
Time-out», borbottò il padre, e Stefano finalmente lo mollò.
«Bravo, vedo che hai preso da me.
Pronto per andare a caccia di cinghiali.
Propongo di iniziare domani.
Posso portarlo almeno a pescare una volta, parlare da padre a figlio?
Ci proviamo a recuperare il tempo perso?»
Giulia rimase perplessa: poggiava lo sguardo tra lex marito e Nicola, senza sapere che dire.
«Capisco», annuì Nicola, pronto ad andarsene.
«Scusa»
***
Il giorno dopo padre e figlio uscirono allalba, ma Stefano tornò a casa solo a sera inoltrata.
«E tuo padre?», chiese Giulia ansiosa.
«Se nè andato», rispose togliendosi le scarpe.
«In che senso, se nè andato?
Così, di punto in bianco?»
«Non proprio», scosse la testa Stefano.
«Se nè andato col cinghiale.
Ha caricato il cinghiale nel rimorchio e sono partiti per una nuova tournée.
Mi ha portato in città e mi ha salutato lì.»
«Ma che scema sono stata», si diede una manata in fronte Giulia.
«Devo chiamare Nicola.»
«Lascia stare, lho appena salutato io.
Mi ha dato un passaggio fino qui.
Domani promette di passare.»
«Ma avevi lasciato il telefono a casa!
Come faceva a sapere dove trovarti?»
«Ha detto che ci ha seguito.
Voleva assicurarsi che stessimo bene, sia io che te.»
«Davvero ti ha detto così?»
«Sì.»
E poi ha aggiunto che, ormai, al nostro rimorchio non si stacca più nessuno.





