Il Ritorno
Giulia si sentì male già sulla banchina.
Riuscì a correre fino al cassonetto dellimmondizia e, piegata in due, sentiva il prezioso cappotto che simbrattava contro quel freddo metallo ghiacciato
Signorina, tutto bene? le arrivò una voce dal tono caldo e romano.
Si allontani
Giulia si raddrizzò. Intorno a lei, come in un vecchio film muto, la folla scivolava via con piumini spessi, borse della spesa piene di arance, sacchi di patate.
Nellaria si sentiva lodore di diesel, fumo stantio e quella caratteristica umidità delle città di provincia, che a Giulia provocava sempre lemicrania.
Odiava questa città. Lodiava con lodio freddo e puro di chi era scappato da lì quindici anni prima, facendo di tutto per dimenticare la strada del ritorno.
Il telefono vibrò nella tasca.
Papà.
Giuli, dove sei? Ti sto venendo incontro con la Panda.
Prendo un taxi tagliò corto lei. Non venire. Dammi solo lindirizzo dellospedale.
Ma tua madre non è in ospedale, eh! Lhanno dimessa ieri. La pressione era bassa, le hanno detto di curarsi a casa. Sto arrivando a prenderti…
A casa? Giulia sentì la mascella tendersi. Ma cosa mi prendete in giro? E io che mi sono mossa da Milano per niente?
Giuli, non prendertela. Tua madre ti aspettava. Ha fatto anche i supplì!
Quali supplì, santo cielo?!
Riagganciò.
***
La casa dovera cresciuta le sembrava ancora più piccola.
Giulia era ferma sullultimo gradino e guardava la porta scrostata, rivestita di ecopelle marrone. Il gatto dei vicini le si strofinava alle gambe, lasciando peli lunghi sugli stivali nuovi. Odore di minestrone, di animali e di zucchero. Quellodore, sempre lo stesso, da sempre.
Entrò senza bussare.
Mamma era seduta in cucina. Un po curva, capelli grigi, la vestaglia lisa dalla quale spuntava la camicia da notte.
Appena la vide, scattò in piedi, battendo le mani, con quel viso gioioso e colpevole che fece stringere il cuore a Giulia.
Giulietta! Amore di mamma! Pensavo arrivassi più tardi
Te lavevo detto di non mentire. Giulia rimase in piedi, con gli stivali ancora addosso, in mezzo allingresso. Lo sai che rischio di perdere il contratto? Ho viaggiato tutta la notte solo per trovarti qui a fare supplì?
Mamma abbassò lo sguardo e le mani le tremarono.
Giuli, scusa. Non volevo spaventarti. È solo la solita pressione Che vuoi che sia. Ma mi sei mancata.
Questo si chiama mentire. Giulia si tolse gli stivali e li scaraventò in un angolo. Va bene. Dovè il misuratore della pressione? Controlliamola e poi vado a dormire in albergo. Qui non resto.
Figlia mia, resta
Mamma, hai il rubinetto che perde, il termosifone appena tiepido, e i vicini bestemmiano così forte che tremano i muri. Non respiro, qui dentro. Davvero non riesco.
Andò in cucina e si sedette. Sul tavolo un piatto di supplì appena fritti. Giulia neanche li guardò.
Il misuratore.
Mamma obbedì portando quello vecchio, manuale, con la pera.
Cosè questo? Giulia aggrottò la fronte. Non hai soldi per uno nuovo? Te li ho mandati.
Li ho messi da parte, sul libretto. Per te, se mai servisse.
Madonna mia
Giulia gonfiò di rabbia la pera. I numeri ballavano davanti agli occhi.
Centosessanta su novanta. Che fai, metti il sale ovunque?
Solo un po, niente di che
Domani ti compro le medicine giuste. E anche un misuratore decente. Ora sono stanca. Dove posso dormire?
Mamma si mise a preparare la stanza in fretta. Giulia intanto guardava fuori, verso le vecchie case popolari grige, e pensava solo: Non voglio restare. Domani si parte.
***
Non dormì, quella notte.
Il divano era corto, le molle la pungolavano nella schiena; i vicini gridavano, poi avevano iniziato a litigare. Una donna urlava e un uomo sbraitava con una rabbia che squarciava i muri.
Giulia fissava il soffitto. Cera una crepa. La ricordava da bambina; allora sembrava un fulmine. Adesso era solo un segno che la casa si stava sgretolando.
Allalba si assopì. Sognò di essere piccola, al mercato con la mamma, che le comprava una ciambella calda nello zucchero a velo. E Giulia era felice.
Si svegliò piangendo.
Le lacrime rotolavano sulle guance e non riusciva a fermarle. Si asciugava con un angolo del lenzuolo, mentre il silenzio tornava.
Dietro il muro ticchettava lorologio vecchio, quello che la mamma prometteva sempre di buttare.
Giuli? la voce della mamma, timida dalla porta. Non dormi?
Non dormo rispose, roca.
È arrivato qualcuno per te.
Chi?
Boh, una ragazza. Dice che si chiama Silvia. Non ricordi?
Giulia si mise a sedere. Silvia? Quale Silvia?
Prese la vestaglia e uscì.
Cera Silvia. Proprio lei, lamica dei tempi del liceo. La migliore amica che Giulia aveva lasciato da un giorno allaltro per Milano, senza nemmeno salutare.
Silvia era quasi uguale. Stessi capelli biondi raccolti, stesse fossette sulle guance. Solo gli occhi erano cambiati, spenti e segnati dalle occhiaie.
Ehi, disse Silvia. Tua mamma mi ha detto che sei tornata. Ho pensato, dopo quindici anni, vengo a salutarti.
Giulia rimase disorientata. Avrebbe voluto rispondere seccata, Come hai fatto a trovarmi? oppure sono impegnata, invece non riuscì a dire nulla.
Entra disse soltanto.
Si sistemarono in cucina. Mamma, capendo lantifona, sparì dalla vicina. Silvia sorseggiava il tè stringendo la tazza tra le mani.
Mi sono sposata disse. Ho una bambina, Sofia, fra poco va in prima elementare.
Complimenti fece Giulia, fredda.
E tu? Silvia la guardava dritta negli occhi. A Milano come va?
Normale.
Sposata?
Sono stata.
Come mai?
Giulia fece spallucce. Non voleva raccontare di un marito scappato con unaltra o del fatto che una casa, una macchina, una carriera non scaldano il cuore. Che era sola, completamente sola.
Non ci siamo capiti, tagliò corto.
Silvia annuì. Restarono in silenzio, poi Silvia disse:
Io ti ho perdonata, sai
Per cosa? chiese sorpresa Giulia.
Ma come per cosa? Sei partita senza neanche un messaggio. Eravamo come sorelle, ci dicevamo tutto. E poi, sparita. Allinizio ho pianto, poi ero arrabbiata. Poi ho capito: avevi bisogno di andar via. Ognuna la sua strada. Ora siamo qui, a bere tè. E sono felice di rivederti.
A Giulia punse il naso di commozione. Si girò verso la finestra.
Silvi, sono stata stupida. Scusami.
Ma va Silvia sorrise ci sta.
Parlarono fino a sera. Silvia raccontava del marito (operaio in fabbrica, beve ma è buono), della figlia (disegna ovunque), della vita. Giulia ascoltava e realizzava che le interessava. Davvero.
Senti disse Silvia, cambiando tono vieni da noi domani? A cena. Faccio la ribollita. Vedrai Sofia.
Non so
Dai, le prese la mano. Tua mamma ha detto che resti fino a mercoledì. Stai con noi un po. Ricordiamo i vecchi tempi.
Giulia annuì.
***
Il giorno dopo andò in farmacia.
Doveva comprare le medicine per la mamma, un buon misuratore e qualcosaltro. Camminava per la città, guardava i dintorni e si accorse che il posto non era poi così terribile: alberi ghiacciati, bambini con lo slittino, anziane sulle panchine, la vita normale.
In farmacia cera la fila. Giulia si mise in fondo. Davanti a lei una donna in un vecchio piumino, la sporta piena di verdura. Si reggeva appena, ansimava.
Tutto bene? chiese Giulia.
Niente, cara. Il cuore fa i capricci. Prendo la pasticca e va tutto a posto.
Giulia la guardò meglio; era pallida, le labbra bluastre, il sudore in fronte.
Si sieda le disse. La prendo io. Cosa serve?
Nitroglicerina, figlia mia. Grazie, sei come un angelo.
Giulia comprò la medicina, gliela porse. La donna prese la pasticca, chiuse gli occhi. Dopo un minuto sembrava sollevata.
Grazie, bella mia. Non sei di qui, vero?
Sì che sono di qui rispose, distinto, Giulia. Sono nata qui.
Uscì dalla farmacia con un sorriso nuovo.
***
La sera Giulia andò da Silvia.
Silvia abitava in una palazzina di periferia, allultimo piano senza ascensore. Giulia salì la scala scrostata e pensava: Come ho fatto ad abituarmi a Milano?.
Ma stranamente, quella volta, non le dava fastidio.
Aprì una bambina magrissima, occhi enormi, capelli chiari.
Sei tu la zia Giulia? domandò seria. Mamma mi ha detto di farti entrare.
Sì, sono io sorrise Giulia.
Io sono Sofia. Entra, cè la ribollita stasera!
La casa era povera ma pulita. Mobili vecchissimi, carta da parati scolorita, disegni ovunque. Profumo di ribollita e di crostata.
Silvia armeggiava in cucina.
Eccoti! Vieni, metti via il cappotto. A tavola! Sofia, prendi le posate.
Si sedettero. Giulia assaggiava la zuppa e sentiva il calore riempirle il petto. Non mangiava così bene da tempo. Non stava seduta a una tavola semplice, senza finzioni, da ancora più tempo.
Mi disegni qualcosa? chiese a Sofia.
La bambina la fissò seria-seria, poi disse:
Sei bella. Ti disegno io.
Va bene le sorrise Giulia.
Sofia prese gli album e le matite, si sedette a terra.
Giulia sorseggiava tè coi biscotti parlando con Silvia.
Hai figli, tu? domandò Sofia, senza smettere di disegnare.
No rispose Giulia. Non è mai successo.
Come mai?
Sofia! la rimproverò Silvia, non è carino!
Non fa niente Giulia le sorrise. Non succede a tutti. A volte va così.
Ma tu non essere triste disse la bimba seria-seria sei ancora giovane. Hai tutto davanti!
Giulia rise.
Grazie, piccola.
Sofia le porse il disegno. Cera una donna con un lungo abito, una corona in testa e attorno fiori colorati.
Sei tu assicurò Sofia. Sei una principessa, solo un po triste. Ora disegno il sole e sarai felice.
A Giulia vennero i brividi in gola.
Grazie, cara. Appenderò il tuo disegno a casa, a Milano. Promesso?
Promesso! esclamò Sofia. Ma torni ancora?
Torno, promise Giulia. E si rese conto, dun tratto, che lo pensava davvero.
***
Tornò dalla madre tardi, quella sera. La mamma era ancora sveglia.
Comè andata? chiese.
Bene, mamma. Molto bene.
Giulia le si sedette accanto e le prese la mano, calda e nodosa.
Mamma, scusami. Di tutto.
Ma di cosa, figliola?
Perché Giulia cercava le parole. Mi sono vergognata di voi. Di questa città. Pensavo di essere migliore perché sono andata via. Non è vero. Ho solo avuto paura.
La mamma non disse nulla. Le accarezzava i capelli, come da bambina.
Non sei scappata, Giulietta. Hai fatto bene. Qui era così: o te ne andavi, o ti perdevi. Sei stata brava. Ma, ogni tanto, ricordati di noi.
Non mi dimentico, sussurrò Giulia. Lo giuro.
***
La mattina dopo ripartì.
Il padre la accompagnò alla stazione. La mamma, minuscola nel vecchio cappotto, salutava con una mano.
Giulia guardava fuori dal finestrino, sentiva il nodo chiudersi nello stomaco.
Ascolta il padre tossicchiò, torna a trovarci. Non saremo sempre qui.
Tornerò, papà. Promesso.
Si sistemò sul treno e accese il cellulare. Cera un messaggio di Silvia: Torna presto. Sofia chiede sempre della zia Giulia. Le piaci tanto.
Giulia sorrise e spense il telefono.
Il treno si mise in moto. Fuori sfilavano palazzine grigie, garage, campi bianchi di brina. E per la prima volta, Giulia si accorse che stavolta non le faceva male la testa. Non sentiva la nausea. Non voleva chiudere gli occhi per cancellare tutto.
Tirò fuori il disegno di Sofia. La principessa, la corona, i fiori, e il sole abbozzato.
Guardò fuori: allorizzonte, sopra i campi, stava sorgendo il sole. Grande, rosso, vero.
***
Dopo una settimana Giulia mandò dei soldi a Silvia. Così, per Sofia: per colori, per i corsi.
Silvia si rifiutò, ma Giulia insistette.
Poi, dopo sei mesi, tornò ancora nella sua città. Da sola, senza avvisare. Solo comprò il biglietto e partì.
Erano di nuovo in tre in cucina Giulia, Silvia e Sofia. Mangiarono ribollita e ridevano. E Giulia sapeva che, forse, la felicità è proprio questa. Sapere che qualcuno ha bisogno di te. Semplicemente.





