20 ottobre 2024
Oggi ho aperto gli occhi e ho sentito il silenzio di quellappartamento vuoto, il luogo dove viveva il mio unico figlio, Luca. Da quando è sparito, la tristezza si è trasformata in una costante sensazione di vuoto, come una pioggia leggera che non smette mai di cadere. Non piango più; il dolore è rimasto lì, greve e immutabile.
Luca aveva ventotto anni, in buona salute, mai lagnatosi. Si era laureato allUniversità di Bologna, lavorava come ingegnere, andava in palestra, e stava con la sua ragazza, Sara. Due mesi fa, si è coricato e non si è più svegliato.
Io, Martina, mi sono separata dal marito quando Luca aveva sei anni; avevo trentanni. La ragione è stata banale, ma dolorosa: tradimenti continui. Lex marito non pagava gli alimenti e spariva quando doveva. Luca è cresciuto senza padre, e i miei genitori hanno sempre dato una mano.
Ho avuto qualche fidanzato dopo, ma non ho mai trovato il coraggio di ricominciare a sposarmi. Ho lavorato come optometrista, aprendo prima un piccolo banco di occhiali in una bottega del mercato di Napoli. Con un prestito, ho comprato un locale e ho trasformato il negozio in una solida “Ottica del Sole”, con il mio studio interno. Per anni ho consigliato clienti, scelto montature, gestito il negozio.
Lanno scorso abbiamo comprato a Luca un monolocale a Milano, sullo stesso piano del mio. Abbiamo fatto qualche piccolo rifacimento: una nuova pittura, una lampada più moderna. Un appartamento così, perfetto per vivere, ma ora è solo un contenitore di ricordi.
Stavo spolverando, cercando di togliere la polvere che avvolgeva tutto, quando ho spostato il divano e dal suo interno è saltato fuori il telefono di Luca. Non lavevo più visto. Lho messo in carica, sperando di ritrovare qualche traccia di lui.
Seduta sul pavimento, con gli occhi pieni di lacrime, ho scorruto le foto sullo schermo: Luca al lavoro, in vacanza con gli amici, abbracciato da Sara. Ho aperto Viber e, in cima alla lista, un messaggio di un amico, Denis. Una foto di una donna giovane con un bambino. Il bambino, dallo sguardo, era limmagine vivissima del piccolo Luca.
Ti ricordi la festa di Capodanno da Lena, quando eravamo ancora alluniversità? Lena aveva unamica. Ho incontrato quellamica con il suo bimbo, viveva nellappartamento di fronte. Il bimbo ti somiglia tantissimo, lho salvato per te. Il messaggio era stato inviato una settimana prima della tragedia. Luca lo aveva letto, ma non ne ha parlato a me.
Il giorno dopo, dopo il lavoro, sono andata verso quellappartamento. Ho subito riconosciuto il bambino, come se fosse una parte di me. Correva dietro a un ragazzino in bicicletta, chiedendo di poter provare. Mi sono chinata e gli ho chiesto: Non hai una bici?. Il bambino ha risposto di no.
Si è avvicinata la madre, una giovane donna di appena ventuno anni, con un trucco acceso che le copriva il viso ma non la sua malinconia. Chi è? ha chiesto con voce incerta. Sono la nonna di questo piccolo, ho risposto, Mi chiamo Martina. Io sono Ginevra, la mamma di Davide, ha risposto, stringendomi la mano.
Le ho offerto di andare al bar accanto, dove abbiamo ordinato un gelato per Davide e un caffè per noi. Ginevra ha cominciato a raccontare la sua storia: sei anni fa, a ventisette, è arrivata da un piccolo borgo della Campania, con la speranza di studiare sartoria. Durante le vacanze di Natale, la sua amica Lena lha invitata a casa sua. Lena e il suo fratello, Denis, erano amici di Luca.
Quel capodanno, Luca è venuto con Denis e ha festeggiato con loro. Ginevra e Luca hanno avuto una breve avventura; lui le ha lasciato il numero, promettendo di chiamare, ma non lo ha mai fatto. Quando Ginevra ha scoperto di essere incinta, ha chiamato Luca. Lui, arrabbiato, lha trattata con durezza, offrendole dei soldi per abortire e chiedendole di sparire dalla sua vita. Da quel giorno non lha più rivista.
Ginevra non ha potuto finire il corso, è stata cacciata dal dormitorio con il bambino e, senza famiglia, ha trovato rifugio da una signora anziana che viveva sola. Ora Ginevra lavora in una piccola panetteria di Bologna, guadagnando appena trenta euro al giorno, ma è sufficiente per mettere da parte qualche spicciolo per il futuro di Davide.
Il giorno successivo lho portata nellappartamento di Luca, dove ho iniziato una nuova vita. Davide è stato ammesso a un asilo privato di buona categoria. Io ho dovuto comprare vestiti sia per Ginevra che per il piccolo, e mi sono immersa nella loro routine, aiutandoli a vestirsi, a preparare la colazione, a mantenere la casa in ordine. Il suo sorriso mi ricordava perfettamente quello di Luca, nei gesti, negli occhi, nel suo carattere testardo.
Ho preso su di me il ruolo di mentore per Ginevra: le ho insegnato a truccarsi, a vestirsi con gusto, a prendersi cura di sé. Lho guidata in cucina, le ho mostrato come tenere pulito lappartamento, praticamente le ho trasmesso tutto quello che avrei voluto trasmettere a Luca.
Una sera, seduti sul divano a guardare la televisione, Davide mi ha stretto forte e mi ha sussurrato: Sei la nonna che più amo. In quel momento ho capito che il vuoto dentro di me si era colmato; non sentivo più quel peso opprimente della perdita. Sentivo di essere tornata a una vita normale, dove cè spazio per la gioia, grazie a quel piccolo uomo che mi ha risvegliato il cuore.
Sono passati due anni. Abbiamo accompagnato Davide al suo primo giorno di scuola elementare. Ginevra è diventata la mia collaboratrice più fidata nellottica, e ha trovato un ragazzo serio, pronto a costruire un futuro stabile. Non ho nulla contro questa sua nuova relazione; la vita scorre, e così deve fare anche noi.
Forse presto mi sposerò di nuovo. Un vecchio amico, Antonio, mi ha proposto di ricominciare. Perché no? Sono una donna di cinquantasette anni, bella, indipendente, con una figura armoniosa e un carattere docile. Il futuro, per quanto incerto, sembra di nuovo pieno di speranza.






