Il silenzio di Capodanno
Novembre era denso di una pioggia perpetua, grigia come la polvere dei sogni dimenticati. I giorni si trascinavano fiacchi e senza sapore, svanendo uno dentro laltro finché tutto sembrava un unico mattino spento. Il passaggio a dicembre, Caterina lo capì solo dalle pubblicità sempre più assillanti di prosecco, arance rosse di Sicilia e panettone.
La città, Milano forse, si incendiava di una frenesia che pareva irreale: le vetrine erano unesplosione di luci, le persone correvano inseguendo sacchetti di carta pieni di regali, affannate come se partecipassero a una strana maratona su pavimenti di ciottoli lucidi. Ovunque si sentiva la fretta, le voci, la moltitudine di piccoli piani.
Caterina, però, non aspettava niente. Non correva, non progettava. Le bastava il tempo che passava, scorrendo sotto la sua pelle come acqua dietro un vetro.
Quarantanni. Così, allimprovviso. Il divorzio, archiviato tre mesi prima, non aveva lasciato una ferita: solo un vuoto, silenzioso e quasi trasparente. Non cerano figli, quindi rimanevano solo due percorsi paralleli che ora si separavano docilmente, come binari che si perdono fra le campagne lombarde.
Buon anno, Caterina! gridavano le colleghe, lanciandole sguardi pieni di luci false.
Lei rispondeva con un sorriso educato, vuoto come una sfera di vetro. Da mattina a sera si ripeteva, come una litania: Non è niente. Solo dicembre che diventa gennaio. Mercoledì che si trasforma in giovedì. Nessun vero motivo per festeggiare.
I suoi progetti per la notte di Capodanno erano semplici come lacqua: una doccia calda, il pigiamone di flanella che aveva da anni, una tazza di tisana alla camomilla, a letto già alle dieci. Come ogni giorno.
Niente insalata russa, niente cinepanettone, niente bottiglia di prosecco destinata a sopravvivere fino al prossimo dicembre.
***
E il giorno del silenzio arrivò.
Il clima pareva farsi beffe del fermento cittadino, organizzando la sua festa personale: pioggia gelida che si mescolava a un impasto immondo di neve e fango sulle strade. Il cielo grigio comprimeva le case; le luminarie brillavano fioche, la magia sembrava ridotta a una macchia. La notte ideale per nascondersi dal mondo.
Alle nove e mezza, Caterina era già sotto il piumone, in cerca di sonno. Da qualche parte, dietro la parete del soggiorno, filtrava una canzone lieve. Caterina chiuse gli occhi, cercando il silenzio.
Ma ci fu un rumore improvviso: non si poteva ignorare.
Qualcuno batteva forte alla porta. Non bussava, picchiava con tale insistenza da sembrare in gioco la vita. Caterina si siede sul letto, borbottando qualcosa sui soliti, incivili milanesi. Guarda il vecchio orologio:
23.45
Si alzò, poi non andò subito alla porta. Sicura che fosse un errore, forse di numero civico. Aspettò. Poi si avvicinò alla finestra e si bloccò.
Oltre il vetro la città era sommersa di bianco: nessuna pioggia, nessun asfalto, nessun fango.
Fiocchi enormi, morbidi, scendevano come piume nel lampione, coprendo i marciapiedi di un tappeto candido.
Tutto il mondo sembrava un fiabesco presepe.
***
Ancora il colpo alla porta. Più sommesso, ma ostinato.
Caterina, sotto il sortilegio di quel spettacolo, decise di aprire. Non pensava a chi fosse; seguiva il flusso irreale del momento. Sbatté il chiavistello, girò la chiave.
E si trovò davanti…
***
Il vicino.
Gino, quello che vive di fronte. Un uomo dai capelli arruffati, bianchi e spettinati, occhi pieni di brio e malinconia insieme. Indossava una giacca di tweed consumata, sopra una sciarpa pesante avvolta distrattamente.
In mano aveva una vecchia valigetta di cuoio e, nellaltra, un barattolo di vetro colmo di qualcosa di rosso e invitante.
Mi scusi il disturbo disse con voce roca ma ho sentito o meglio, ho percepito che qui cè il silenzio di Capodanno. Il più raro dei silenzi, sa? Non potevo ignorarlo.
Caterina rimase in silenzio, poi gettò uno sguardo fuori, dove nevicava in modo surreale.
Gino, cosa cosa vuole? balbettò, confusa, quasi spaventata.
Un dono rispose lui porgendole la jarra. È succo di ribes, la mia defunta moglie diceva curasse ogni tristezza. E poi vorrei mostrarle qualcosa. Solo quindici minuti, prima dei rintocchi. Niente di più.
Lei esitò sulla soglia, sentiva la corazza svanire. Prima la neve, poi questo incontro bizzarro. La curiosità, da tempo soffocata, riaffiorava come acqua in una fontana antica.
Entro pure disse infine, spostandosi di lato.
Gino entrò, batté la neve dagli stivali. Senza togliersi la giacca, posò la valigia in mezzo al soggiorno immerso nella penombra. Lunica luce veniva dal lampione fuori.
Qui sembra minimalista osservò, non cera giudizio, solo una constatazione.
Non volevo festeggiare replicò lei sintetica.
Capisco annuì lui. Dopo certi avvenimenti, la festa sa di insulto. Tutti festeggiano perché devono, tu non puoi, non vuoi, ti chiedi cosa cè che non va.
Lei incontrò il suo sguardo, stupita dalla precisione delle parole.
Non avevano mai confabulato veramente, al massimo qualche frase sugli orari della posta.
Davvero?
Sono vecchio, Caterina. Ho visto molte persone, molti dicembre spenti. In inverno la natura riposa per rinascere a primavera. E anche la gente deve riposarsi, senza mai dimenticare che il sonno non è la fine.
Face aprire la valigia. Dentro cerano decine di sfere di vetro: ognuna diversa, una blu con brillantini dargento che ricordavano la Via Lattea, una rossa con una minuscola rosa doro dipinta al centro, una trasparente che rifrangendo la luce creava un arcobaleno minuscolo.
Cosa sono? bisbigliò Caterina, avvicinandosi.
La mia raccolta disse Gino con orgoglio. Non francobolli, né monete. Sono ricordi. Ogni sfera un attimo felice. Questa blu la prima notte in montagna con mia moglie, a contare le stelle. Questa rossa, il primo anniversario. Diceva che lamore è una rosa che non appassisce mai.
Lei fissava quei mondi delicati, e il suo cuore che pensava di avere indurito per sempre iniziava a scongelarsi. Non erano solo decorazioni. Erano la prova di una vita piena, calda, lucente.
Perché me li mostra?
Perché sono vuota rispose Gino, senza girarci attorno. Ma il vuoto non è una sentenza. È uno spazio dove può nascere qualcosa. Guardi.
Tirò fuori unaltra sfera, semplice, trasparente, priva di ornamenti.
Questa è per lei disse, porgendogliela. È la sua prima sfera. Simbolo di questa notte, del fatto che ha aperto la porta quando voleva dormire. Il simbolo della neve che ha visto dalla finestra e del miracolo che può accadere anche nel silenzio più grigio.
Caterina la prese. Era fredda, perfetta, leggera.
Fuori scoccavano i rintocchi, esplodevano i primi Buon anno!
Lei guardò Gino, nei suoi occhi brillavano scintille che ora sembravano sagge come vecchie fiamme.
Grazie sussurrò, sentendo sulle labbra il primo sorriso vero dopo mesi.
Non cè di che ribatté lui. Ora ha un inizio. Col tempo deciderà quale ricordo metterci. Magari una tazza di caffè domattina, un libro, o qualcosa che verrà. Chi può dirlo? Il nuovo anno parte ora.
Chiuse la valigia, le augurò buonanotte e sparì nel corridoio, lasciandola sola col suo nuovo silenzio.
Un silenzio diverso. Non opprimente, ma pieno di una pace sottile.
Caterina si accostò al vetro, stringendo la sfera. Fuori la neve continuava, cancellando i vecchi passi, coprendo il mondo di candore.
E per la prima volta, lei pensò non a ciò che aveva perduto, ma a quello che poteva ancora essere.
Quello, sì, era il vero miracolo di Capodanno.






