Non toccarmi! Togli le mani! Aaa! Aiuto, gente! ha urlato la ragazza, disperata.
Ginevra si è lanciata a soccorrerla, ma è scivolata sul fango, si è slogata la caviglia e ha quasi perso lequilibrio. Quando è riuscita a rialzarsi, la ragazza era già sparita. Ginevra, scrollandosi il cappotto beige sporcato, ha alzato gli occhi e ha visto un anziano signore steso sulla strada, immerso nel fango, che cercava di alzarsi senza successo. Le mani erano tutte insanguinate. È stato lui a spaventare la urlatrice. Era un pomeriggio dautunno, nuvoloso e bagnato dopo la pioggia, e il crepuscolo stava calando.
Luomo brontolava qualcosa di incomprensibile e allungava le braccia insanguinate verso Ginevra. Lei ha provato un brivido.
È ubriaco! Stai lontano da lui! ha gridato una donna che passava di lì, puntando un ombrello piegato minaccioso verso luomo, quasi a difendersi. Dopo qualche passo si è girata verso Ginevra.
Che ci fai qui? Hai problemi? Alcol roba da bar, pronto a tutto, schifo ha sputato, poi ha accelerato verso le case illuminate dove i lampioni brillavano più forti.
Dove giaceva luomo, cera un terreno abbandonato con un muro di cemento sormontato da filo spinato. Ginevra sapeva che dietro cera il complesso di una fabbrica. Rami di pioppi alti frusciavano al vento. Con il passare dei minuti diventava sempre più buio.
Mmm mmm continuava a brontolare luomo.
Sta male? Vuole lambulanza? ha chiesto Ginevra timidamente, temendo di avvicinarsi. Luomo ha scosso la testa, ha continuato a brontolare e a gesticolare verso una borsa sporca accanto a lui. Era piccolo, fragile, davvero molto anziano.
Ginevra ha provato compassione. Ha ricordato nonna, la donna che laveva cresciuta e che ormai non cè più, e che le aveva insegnato a non voltare le spalle alle sofferenze altrui. Proprio prima di morire, la nonna le aveva detto che i tempi erano cambiati: Se aiuti un malato senza essere medico, potresti finire in tribunale. Meglio chiamare lambulanza, o non interferire, altrimenti rischi di finire in trappola. Ma Ginevra ha pensato diversamente.
Con decisione si è avvicinata alluomo, si è piegata sopra di lui. Lui ha emesso un nuovo brontolio, allungando le mani insanguinate, quasi a piangere. Nella sua destra stringeva grossi frammenti di bottiglia.
Le lacrime le sono balzate agli occhi per commiserazione. Ha tirato fuori dalla borsa le salviette umide, ha gettato i frammenti nel cestino e ha cominciato a pulire delicatamente le mani delluomo. Poi lha aiutato a rialzarsi, non è stato facile, ma ce lha fatta. Si è ricordata di nuovo della nonna, a cui aveva assistito per un anno quando era ormai costretta a letto.
Grazie a Dio, le mie mani sono forti ha bisbigliato. Dove andiamo? Dove abitate?
Luomo ha emesso un altro suono confuso. Era instabile sulle gambe, così Ginevra ha cominciato a dubitare: Non è forse ubriaco? Non dice nulla, solo brontoli. Come diceva la nonna, non capisce nulla. Però ha deciso di aiutarlo lo stesso. Stava lì nel freddo, sul fango, e se non lo tirava su, avrebbe preso freddo e si sarebbe ammalato.
Dove vivete? ha chiesto di nuovo.
Luomo ha indicato con la mano le case illuminate più vicine, a differenza della strada crepuscolare su cui camminavano lentamente. Non poteva muoversi più veloce, zoppicava e si curvava.
Allora Ginevra ha notato la borsa sporca che luomo portava. Allinterno tintinnavano bottiglie di vetro.
Forse voleva riciclarle e le ha rotte cadendo ha pensato Ginevra, reggendolo delicatamente. È per questo che si è ferito o forse erano già rotte. Perché le tenesse?
Mentre rifletteva, sono arrivati davanti alla prima casa. Luomo, sempre più silenzioso, ha agitato le mani. Ginevra ha capito che era casa sua.
Il citofono ha balbettato. Non conosciamo il codice È questo lingresso?
Luomo ha mostrato le dita: tre, uno, tre, uno.
Trentauno? O tredici? si è confusa, ma ha provato a digitare. Il primo suono ha attivato una voce femminile un po agitata.
Cè luomo ha iniziato Ginevra, senza sapere se fosse lappartamento giusto.
Scusate, arrivo subito! ha risposto una voce, e dopo qualche attimo luomo ha brontolato di nuovo, scuotendo la borsa, facendo tintinnare i frammenti di vetro.
La porta del palazzo si è spalancata: una donna di circa trentanni e un uomo della stessa età sono usciti.
Matteo! ha esclamato la donna, abbracciando lanziano. Grazie mille! Grazie!
Ha ringraziato Ginevra, mentre luomo lha preso delicatamente per il braccio e lo ha condotto dentro.
Aspettate un attimo, non chiudete la porta! ha detto la donna, tenendo la porta aperta.
Ginevra è rimasta lì, un po spaesata, osservando i condomini e i piccoli negozi di alimentari al piano terra. Avrebbe visto quegli edifici spesso quando andava a correre al parco lungo quella stessa via.
Ecco! ha detto la donna, porgendo a Ginevra un sacchetto. Ci sono mele, ottimo tipo, dolci e profumate. Mio nonno le piantò tanto tempo fa.
Non cè bisogno, davvero ha risposto Ginevra, sentendosi in imbarazzo. Il vostro nonno dovrebbe pulire le ferite, altrimenti la sporcizia entrerà nella ferita. Forse andare al pronto soccorso per le suture? Le mele le prendo, non è per me solo per aver aiutato.
Non è solo ha sospirato la donna. Mi chiamo Francesca, mio marito è Luca. E il nonno è Matteo Petroni, un veterano della guerra. Avete due minuti? Vi racconto perché siamo così grati.
Ginevra ha annuito, curiosa.
Matteo ha appena compiuto cento anni ha iniziato Francesca con orgoglio. Durante la guerra fu catturato, e per non tradire i compagni si ferì la lingua. Quando fu liberato, linfezione lha rovinata gravemente; i medici gli rimossero gran parte della lingua, così ora parla come se fosse muto.
Ginevra è rimasta senza parole.
Non beve mai alcol ha proseguito Francesca. Forse lo avete scambiato per ubriaco, ma è solo la sua voce strana. Un inverno, è caduto e ha passato ore sulla strada perché nessuno lo aiutava. Ha preso un grosso raffreddore e ha impiegato mesi per guarire.
Perché lo lasciate solo? ha chiesto Ginevra.
Non lo lasciamo, è lui a volersi andare ha sorriso Francesca. Lo persuadiamo, ma non ascolta. È il mio nonno, il papà di mia madre. Noi viviamo con lui, lo accogliamo quando ci siamo sposati. È una persona buona, gentile. Abbiamo una figlia, piccola, Daria, che una volta è caduta sulla stessa strada e si è ferita al piede da un frammento di bottiglia. Da allora Matteo raccoglie vetri rotti e bottiglie, così nessun altro si ferisce. Lo fa tutti i giorni, senza giorno libero. È la sua missione.
Ascoltando Francesca, Ginevra ha pensato a quanto fosse giusto aver aiutato Matteo. Se tutti avessero voltato le spalle, sarebbe rimasto lì, ferito.
Ieri ci siamo preoccupati, lo stavamo cercando. Il telefono di casa non rispondeva, e voi avete suonato al citofono. Siamo così felici di averlo ritrovato! ha detto Francesca. Matteo è molto debole, gli abbiamo comprato una deambulazione e un bastone, ma rifiuta, vuole fare tutto da solo. È davvero un combattente!
Ginevra ha ricordato il suo nonno, anch’egli veterano, che aveva combattuto fino a Berlino. Più tardi, un ictus gli aveva paralizzato un lato e tolto la parola. Dopo la riabilitazione, camminava con difficoltà, ma la mano destra era quasi inutilizzabile. Riusciva comunque a sistemare le cose con la sinistra, a lavorare in giardino, a riparare il tetto del capanno da solo, tanto da far arrabbiare la nonna.
Da bambina, Ginevra si ricordava di quelle parole confuse: lusca (luna), doci (dolce), Nina (il nome della nonna), e di qualche parolaccia che usciva comunque, ma la nonna lo rimproverava: Stai zitto, il bambino ti sente, non si può parlare così davanti ai piccoli.
Camminava verso casa, portando il sacchetto di mele (le aveva prese per non deludere Francesca) e con il cuore riscaldato dai ricordi. Come è bello quando la famiglia si prende cura lun dellaltro e si preoccupa, anche per un senzo di strada che sembra un barbone. Dobbiamo essere più gentili, più attenti gli uni con gli altri.





