Il sonnellino pomeridiano non mi aveva portato il sollievo sperato, lasciando invece una sgradevole sensazione di ansia e la bocca arida. Mi svegliai per un senso strano, quasi fisico, di vuoto alle gambe, come se qualcuno avesse tolto la borsa dellacqua calda da sotto le coperte. Di solito, era proprio lì che dormiva Leo, il mio amato golden retriever, e il suo respiro profondo era più efficace di qualunque goccia per rilassarmi.
Ora il letto era vuoto, il lenzuolo freddo sulla pelle.
Mi sedetti, poggiai i piedi a terra e rabbrividii per una corrente daria che sembrava attraversare tutto lappartamento. Un silenzio ovattato e irreale mi avvolgeva; non si sentiva il clic dei suoi artigli sul parquet, né il sospirare familiare, né il fruscio del suo pelo quando si stiracchiava. Niente.
Leo? chiamai, e la mia voce mi sembrò estranea, incrinata.
Non arrivò nessuno. La casa mi parve allimprovviso enorme, ostile, come se da essa fosse stata svuotata ogni traccia di calore domestico. Procedetti lungo il corridoio, sfiorando gli stucchi tappezzati per non perdere lequilibrio. Il cuore mi martellava ad un ritmo irregolare, rimbombando nelle tempie.
In cucina, seduta a gambe accavallate, cera Chiara.
Mia nuora, ventisei anni, era limmagine patinata di una rivista di moda: pelle levigata, capelli perfetti e negli occhi mai unombra di calore o compassione. Aveva in mano un bicchiere con una densa bevanda verde lennesimo smoothie allultima moda e scorreva col dito lo schermo del telefono, sorridendo come se avesse vinto allEnalotto.
Chiara, dovè il cane? domandai, aggrappandomi allo stipite della porta per nascondere le gambe tremanti.
Lei sollevò lo sguardo con pigro distacco, una calma glaciale riflessa nei suoi occhi chiari. Bevve un piccolo sorso, lasciando una traccia verde sulle labbra, che poi ripulì lentamente con la lingua.
Oh, signora Antonella, è già sveglia? Parlò con una cortesia tanto affettata quanto velenosa. Ah, Leo Ecco, cè stato un piccolo problema. Era agitato, piangeva, faceva avanti e indietro, graffiava la porta Ho pensato che forse aveva un mal di pancia
Fece un gesto teatrale con le mani, mettendo in mostra il suo smalto rosso fuoco.
Ho aperto la porta, stavo per agganciargli il guinzaglio e lui zac! È partito come un razzo, mi ha quasi travolto! Gli urlavo dietro Leo, fermo! e lui niente, sparito. Forse aveva voglia di libertà Primavera, odori Non credo ritornerà, signora Antonella. È una di quelle cose: se il cane di casa se ne va da solo, vuol dire che se ne va a morire, per non dare dispiacere ai padroni.
Dentro mi si strinse qualcosa, come un vecchio lucchetto arrugginito che grattava le viscere.
Ma quale primavera, Chiara? Siamo a novembre sussurrai, con le dita gelide. E Leo è castrato da cinque anni, ha paura dellascensore, al parco mi sta incollato alla gamba.
Chiara si strinse nelle spalle, una piccola alzata totalmente priva di emozione. Era cristallinamente chiaro: non le importava nulla di ciò che provavo.
Vorrà dire che non ne poteva più di questo sacco di cemento. Voleva verde, natura, aria aperta È sempre un animale.
La mia attenzione cadde sulle chiavi della macchina, gettate senza cura sul tavolo. Al portachiavi stava un coniglietto bianco di peluche, che in quel momento mi parve il talismano più sinistro al mondo. Nemmeno stavano al loro posto, sul mobiletto in ingresso; erano lì, in cucina. Lei non aveva solo aperto la porta.
Aveva portato via un membro della mia famiglia, approfittando del mio riposo, della mia vulnerabilità.
Mi voltai in silenzio e andai nellingresso, sentendo crescere dentro una decisione lucida e fredda. Sapevo che a piedi non lavrei trovato, se davvero lo aveva portato lontano, ma non potevo restare a guardare il suo sorrisetto trionfante. Capivo: stava sistemando le cose prima della sua partenza, liberandosi degli ostacoli.
Le quattro ore successive furono un incubo appiccicoso e soffocante.
Percorsi tutto il quartiere, guardando sotto ogni auto, chiamando Leo fino a lacerarmi la gola. Chiamai i vicini con le mani tanto tremanti che il telefono mi cadde due volte sullasfalto. Mandai un messaggio al gruppo condominiale, con la foto di Leo in cui sorrideva con la lingua di fuori: «È scomparso il mio cane, buonissimo, si avvicina a tutti».
Nessuno lo aveva visto. Nessuno.
Rientrai e buttai giù qualche goccia di valeriana, ma lolezzo dellinfuso peggiorò la nausea. Lappartamento che mio figlio Matteo aveva comprato per noi era diventato un ring dove avevo subito la sconfitta totale, senza nemmeno combattere. Chiara passava accanto a me ignorandomi, come fossi un mobile vecchio da buttare.
In corridoio apriva unenorme valigia rosa, simile alla bocca affamata di un mostro. Metteva dentro costumi, parei, creme costose.
Non stare così male, mamma gettò indietro con noncuranza, attraversando il soggiorno con un braccio pieno di abiti di seta. Ma davvero, che te ne fai di quel cane vecchio? Lascia peli ovunque, odora, lascia aloni sul parquet Uff. Prenditi un pesciolino, almeno quello non fa rumore e non devi tirarlo fuori sotto la pioggia. Matteo mi ha pagato un hotel super, ultra all inclusive, ho bisogno di pensare positivo, non puoi portare il lutto per un cane!
Matteo lo sa? mormorai, la testa bassa.
Del cane? No, non ancora. Perché disturbare un uomo in trasferta per queste sciocchezze? Torna, glielo diremo. O racconta tu stessa che per letà, per una porta lasciata aperta succede.
Non era solo per sbarazzarsi del cane. Chiara aveva già preparato la versione in cui la colpa era mia. E Matteo, il mio dolce Matteo, ci avrebbe creduto. Perché Chiara sapeva piangere bene, senza naso gonfio; io, invece, sarei rimasta muta, tremante, come una vecchia pazza.
Mi accasciai sulla poltrona della sala, stringendo tra le mani una pallina di gomma morsicata. Era lunico filo che mi teneva attaccato alla realtà dove il mio cane era vivo.
Fuori si faceva sera, ombre violacee invadevano i mobili, il buio risucchiava tutto. Il vento scuoteva il ramo del lillà, grattando il vetro con un suono insopportabile.
Poi il rumore cambiò.
Non era più il vetro. Nemmeno un ramo. Era un raschio lieve, timido, alla porta dingresso. E un guaito, sottile, quasi impercettibile.
Mi feci sulla porta in un lampo, il sangue mi pulsava nelle orecchie. Non ricordo come corsi ad aprire, come ruotai la chiave con dita tremanti. Spalancai la porta di ferro.
Sul tappetino cera un batuffolo grigio, tremante.
Odorava di terra bagnata, benzina, polvere di strada e paura.
Leo! sospirai, cadendo in ginocchio sulla mattonella fredda dellatrio.
Leo alzò la testa con fatica. Il suo manto dorato era un groviglio di sporco, spille e rametti secchi conficcati dappertutto. Teneva sollevata la zampa anteriore destra, piegata in modo innaturale. Tremava tutto, in continuazione. Ma fra i denti stringeva qualcosa, con forza.
Una libriccino rosso, denso.
Sei vivo Mio caro, sei tornato lo accarezzai sulla testa sudicia, senza pensare a quello che diceva Chiara. Sentivo solo la sua vita sotto le mie mani. Dai, dammi Ma cosè?
Leo, ansimando, lasciò cadere quel libretto. La copertina rossa luccicò alla luce fioca dellatrio. Passaporto.
Lo aprii con dita intorpidite. Dalla foto mi fissava Chiara capelli perfetti, lo sguardo altezzoso. Tra le pagine, come un segnalibro, un biglietto dimbarco. Business class. Volo per domani alle sei.
In testa, tutto il quadro si ricompose alla perfezione.
Lei lo aveva portato fuori Roma, in campagna. Aveva cercato di tirarlo fuori dallauto a forza, mentre lui non voleva muoversi. Forse la borsa era caduta nel fango, si era aperta. Il passaporto perso. Lei, furiosa e di fretta, spinse via Leo, saltò in auto e partì, senza accorgersi di nulla.
E Leo Leo non era corso solo per tornare. Aveva trovato un oggetto che odorava di lei, di casa, dei padroni. E lo aveva riportato.
Aveva fatto chilometri su tre zampe per restituirle ciò che aveva perso mentre la tradiva.
Che succede qui?! arrivò una voce stizzita. Signora Antonella, di nuovo spifferi? Si prende freddo!
Chiara apparve in corridoio, sistemando la mascherina di stoffa sul viso. In vestaglia di seta sembrava una presenza estranea a tutta quella scena. Quando vide Leo sullo zerbino, si pietrificò. La mascherina sembrava il suo vero volto: fissa, bianca, inespressiva.
Tu? balbettò, la voce sfociando presto in uno strillo isterico. Ma io ti avevo portato oltre Frascati! Nei boschi! Non è possibile!
Leo, quando la udì, fece ciò che non aveva mai fatto con gli umani: ringhiò cupo, profondo. Il pelo sulla schiena si drizzò. Si strinse a me, proteggendomi. O forse voleva essere protetto lui.
Mi alzai piano, appoggiandomi al muro. Schiena e ginocchia dolenti, ma ormai sapevo cosa fare. La paura era sparita, solo una specie di ribrezzo mi rimaneva, come quando uno pesta qualcosa di disgustoso.
Era scappato, dici? domandai sottovoce, tenendo il passaporto tra due dita come una cosa sporca. Lo chiami richiamo della natura? Oltre Frascati?
Chiara guardò Leo, poi la mia mano. Sgranò gli occhi come due tazzine. Aveva riconosciuto il suo documento.
Ridatemi il passaporto! strillò lanciandosi verso di me. È mio! Dove lavete trovato? Datemelo!
Feci un passo indietro, nascondendo la mano. Leo abbaiò, rauco, accorato. Chiara si bloccò, scontrandosi con un muro invisibile.
Ho un volo domattina! Matteo ha pagato un sacco di soldi per la vacanza! Ridatemelo, vi prego
Continui, ribattei tranquillo. Vecchia strega? Rinco? Come mi chiami di solito con le amiche quando credi che non senta?
Non mimporta niente! Restituiscilo! È un furto!
Il cane ha una zampa ferita dissi col tono usato con i bambini crudeli e sciocchi. Zoppica. Vedi? Sanguina. Qui ci vuole subito il veterinario, una radiografia, magari una risonanza La salute degli animali costa tanto, Chiara. Molto.
Vi do dei soldi! rovistava isterica nelle tasche della vestaglia, dimenticando che erano vuote. Quanto volete? Diecimila? Ventimila euro? Prendeteveli, solo ridatemi il passaporto!
Non si tratta di soldi, Chiara scossi piano la testa. È questione di principio. Hai buttato un essere vivente, membro della nostra famiglia, a morire nella campagna gelata.
Ma è solo un cane! gridò, stridula, e la mascherina vibrava sulle guance arrossate. Solo pelo! Io devo partire! Mi serviva tranquillità! Sono esausta!
Tu i nervi neanche ce li hai tagliai netto. Al posto dellanima hai una calcolatrice.
Aprii il passaporto. Le pagine erano bagnate, appiccicate.
Ah finsi di dispiacermi. Guarda qua. Documento rovinato. Il cane lha trasportato in bocca. Chilometri, saliva, terra I doganieri non apprezzeranno, credo.
Si asciugherà! urlava, battendo un piede. Lo metterò sotto il phon, col ferro da stiro! Restituiscilo!
Anche asciutto mi avvicinai alla finestra della cucina aperta.
Viviamo al piano terra. Sotto di noi, una giungla di rose canine e lamponi selvatici che zio Franco, il portinaio, non ha mai tagliato. Fuori era già buio pesto, il vento agitava i rami neri.
Tu hai buttato il mio amico. Io butterò la tua vacanza.
NO! saltò verso di me, urtando sedie e tavole.
Io lanciai con calma. Largo, deciso.
Riporto, Chiara!
Il libretto rosso fece un arco perfetto nel buio. Sentii un fruscio, uno schiocco di rami era finito nella parte più ingarbugliata della siepe spinosa.
Vai a cercarlo! ordinai freddo. Magari con molta fatica, allalba lo troverai.
Chiara emise un urlo che sembrava il verso di un gabbiano ferito. Si precipitò alla finestra, si sporse quasi cadendo nella notte. Ma cerano solo rami scuri, vento e freddo.
Si girò, lanciandomi uno sguardo di odio puro, poi sparì sbattendo la porta dingresso. In vestaglia, in ciabatte. Poco dopo, sentii la porta a vetri esterna chiudersi con forza.
Chiusi la finestra. Era freddo. A Leo non fa bene lo spiffero, era già tutto intirizzito.
Leo si accasciò sul tappeto del soggiorno, ansimando, e cercava di leccarsi la zampa. Mi sedetti a terra vicino a lui, aprendo la cassetta del pronto soccorso. Le mani non tremavano più. Mi sentivo strano, leggero, lucido come non mai; come se finalmente mi fossi tolto di dosso un enorme peso.
Vediamo un po, eroe sussurrai accendendo la lampada.
Controllai con cura. Nessuna frattura, poco sangue, ma la zampa era gonfia. Districai il pelo e tra i polpastrelli trovai una grossa spina di cardo, ben incastrata nella pelle tenera.
Tieni duro, piccolo, adesso passa presi una pinzetta.
Leo ebbe un sussulto ma si fidò. Un gesto preciso e la spina venne via, con un po di sangue. Disinfettai e fasciai la zampa. Leo sospirò, rilassato, e posò la testa sulle mie ginocchia.
Era a casa.
Da fuori, oltre i doppi vetri, si sentivano le urla isteriche di Chiara.
DOVE SEI?! Ma maledetto questo cespuglio! Ahi! Che male! Ti odio!
Strisciava fra le spine, nella notte, tagliandosi le mani, la faccia e quella vestaglia di seta su cui tanto contava. Malediceva me, Leo, le rose canine, la vacanza e il mondo intero. Quelle grida mi sembravano una giusta vendetta, linizio della sua nuova solitudine.
Il chiavistello della porta scattò dolcemente.
Non ebbi paura. Sapevo che non era Chiara: era uscita senza chiavi, nella liberazione del panico.
Entrò Matteo, il mio Matteo. Mio figlio. Stanco, spettinato, borsa a tracolla. Rientrava un giorno prima per farci una sorpresa.
Rimase sulla soglia, vedendo il cane sporco e fasciato, le bende sparse, me seduto vicino a lui.
Mamma? aggrottò la fronte, osservando noi due. Perché Chiara sta strisciando sotto le finestre con una torcia, urlando come una matta? Le ho fatto ehi e nemmeno si è girata.
Sorrisi, sereno, come uno che ha superato la tempesta.
Si sta allenando, amore. Preparativi per lIsola dei Famosi. Survival in natura!
Matteo si tolse le scarpe, venne in soggiorno. Guardava Leo, che lo riconobbe dal suono e, stremato, fece battere la coda in segno di saluto. Guardò me, la cassetta del pronto soccorso, la spina macchiata di sangue.
Lo ha portato via, vero? bisbigliò.
Non perso, non scappato. Aveva capito. È un ragazzo intelligente. Aveva già visto tutto gli occhi di Chiara, il suo disprezzo, le sue piccole cattiverie. Aveva solo deciso di non vedere, sperando che un giorno tutto cambiasse da solo. Ma oggi la realtà laveva schiaffeggiato.
Sì, replicai. Oltre Frascati. Mentre dormivo. Ha detto che era scappato per amore. Ma Leo è tornato.
Matteo si avvicinò alla finestra. Guardava le tenebre, là dove la luce del cellulare di Chiara tremolava tra i rovi.
Il passaporto? domandò senza voltarsi. Strilla qualcosa su un passaporto.
Lha trovato Leo. Lì dove lo ha lasciato. Portato fin qui con i denti. Solo che si è un po rovinato nel viaggio. Poi io lho lasciato scivolare fuori dalla finestra. Spifferi.
Matteo stava zitto. Gli vidi contrarsi la mascella. Aveva amato Chiara, o almeno la sua immagine. Ma Leo era entrato qui cucciolo dieci anni fa, era un pezzo della sua anima, quella che ricordava papà, le nostre passeggiate, linfanzia. Non avrebbe potuto perdonare il tradimento di un innocente. Era la linea oltre cui lamore finiva.
Capisco, tolse la giacca e la appese con lentezza. I suoi gesti erano stanchi, ma decisivi. Quindi in vacanza non parte.
No, risposi, versando i croccantini nella ciotola di Leo. Il loro rumore era il sound più rassicurante e familiare che potessi sentire. Documento addio. Viaggio annullato.
Matteo si mise a terra con Leo, gli affondò la faccia nel pelo sporco. Leo gli leccò lorecchio, riconoscente.
Va bene così, la voce gli usciva soffocata, ma risoluta. Ci vado io in vacanza. Con te, mamma. E portiamo anche Leo. Scegliamo un hotel che accetta cani, ce ne sono ormai. Lui ha bisogno di riabilitarsi dopo certe avventure. Tu anche.
Dalla strada giunse improvvisamente un grido, prima di gioia poi di disperazione, tanto forte che le finestre parvero tremare.
Eccolo! Trovato! Ah! Cosè? Che gli hai fatto?!
Chiara aveva trovato il passaporto. E, giudicando dal grido, aveva visto ciò che avevo notato anche io prima di lanciarlo: il canino di Leo aveva bucato il passaporto da parte a parte. Un buco netto, profondo, fatale. Proprio sulla pagina del visto.
Matteo si alzò, andò a mettere su il bollitore.
Un tè, mamma? Con la menta? Bello forte?
Volentieri, figlio mio. Volentieri.
In casa tornava il calore. Il silenzio opprimente e il gelo erano andati, lasciando spazio al rumore dellacqua che bolle e al croccante dei croccantini. Eravamo famiglia. Eravamo a casa.
Chiara Chiara era dovera giusto che fosse: fuori, nel buio, sola con le sue cattiverie, le mani graffiate e un passaporto bucato che non avrebbe mai più aperto porte.
Una settimana dopo partimmo davvero. In una casetta sul mare, dove i padroni adoravano i retriever.
Leo zoppicò ancora qualche giorno, ma la sabbia e lacqua salata fecero il miracolo. E Chiara? Si trasferì da sua madre. Pare abbia impiegato molto tempo a guarire dai graffi del rovo e dai suoi nervi, ma certi segni, si sa, restano anche nellanima.




