Il tempo non ha cancellato il passato

Il termine della memoria non è ancora scaduto

Signora, ma si rende conto di chi sono io?

Non alzai subito lo sguardo. Finivo di annotare qualcosa sul registro dei visitatori, posai la penna e solo allora guardai la donna che avevo davanti al bancone.

Era giovane, trentacinque anni al massimo. Capelli biondi sistemati alla perfezione, forse era appena uscita dal parrucchiere, e il profumo era così intenso che mi pizzicava il naso. Indossava un cappotto beige, chiaramente di cashmere, la borsa al braccio valeva probabilmente più di quello che guadagnavo in sei mesi.

La ascolto, dissi pacato.

Allora perché non apre? Sono già tre minuti che aspetto.

Lei non ha il pass, spiegai con la stessa calma. Lho già detto al suo autista quando mi ha chiamato. Il pass va richiesto con anticipo.

Mio marito ha in affitto mezzo ottavo piano qui! La voce della donna saliva di tono. La società si chiama Vittoria Trade. Sa almeno di cosa sto parlando?

Sì, annuii. Ma il suo pass non risulta. Provi a chiamare suo marito, se scende lui o ci chiama risolviamo tutto in un attimo.

Non ho intenzione di chiamare nessuno! Sono la moglie dellinquilino e lei ha il dovere di farmi entrare!

Socchiusi un poco gli occhi, senza rabbia. Guardavo quella donna come si guarda qualcosa di abituale e un po stancante.

Le regole sono uguali per tutti, dissi senza cambiare tono.

Lei si avvicinò al bancone, si piegò leggermente in avanti e disse, a bassa voce ma con una chiarezza tagliente:

Senta, nonnina. Qui lei sta seduta nella sua garitta, prende i suoi spiccioli e crede di poter comandare a me? A me? Si dia una mossa e chiami chi deve, o potrei assicurarle che qui non ci resterà ancora a lungo.

Attesi unistante.

Va bene, risposi, prendendo la cornetta del telefono.

Lei stirò le spalle, soddisfatta.

Composi il numero, attesi la risposta e dissi sottovoce:

Andrea Semeghini, sono il posto uno. Qui allingresso cè una signora senza pass, si presenta come moglie di Vittorio Alessandri dellottavo piano. Sì, attendo.

Riagganciai e tornai a sfogliare il registro.

Dovrò aspettare ancora molto? chiese la donna.

Finché non ci danno risposta.

Lei sbuffò, tirò fuori il telefono e iniziò a digitare, con laria offesa di chi ritiene ingiusto anche solo perdere tempo.

Due minuti dopo, si sentirono passi dallascensore e arrivò un uomo alto, in abito elegante, volto leggermente preoccupato.

Elisa, disse piano. Cosè successo?

La tua guardiana non mi fa entrare.

È normale procedura, te lavevo detto, bisogna avvisare prima…

Vittorio, non mi metterò a chiamare in anticipo per venire dal mio stesso marito!

Luomo guardò verso di me. Io incontrai il suo sguardo.

Buongiorno, disse. È mia moglie, Elisa DAndrea. Possiamo preparare un pass temporaneo?

Certo, annuii aprendo il modulo.

Mentre inserivo i dati, Elisa continuava a parlare al telefono, poco discosta. Prima di passare oltre il tornello, si girò e lanciò alle spalle, a nessuno in particolare:

Roba da matti.

Suo marito la seguì, senza degnarmi di uno sguardo.

Li accompagnai con gli occhi, chiusi il registro e mi versai il tè dal termos. Ormai appena tiepido.

Restai a pensare. Non a Elisa, no. Ma al fatto che il cognome Alessandri non era spuntato per caso in questo palazzo, e che avrei dovuto prevederlo.

Vittorio Alessandri.

Chiusi gli occhi per un istante.

Ventidue anni, tanti. Le persone cambiano, invecchiano, mettono su famiglia e prendono uffici allottavo piano. Ma certe cose restano uguali, lo so bene.

Il Centro Direzionale Orizzonte si affacciava già da otto anni su viale Costruttori. Vetro grigio, scale in pietra, parcheggio custodito, bar al piano terra dove un panino costa almeno sette euro. Tutto perfetto, tutto al giusto posto. Cerano ventiquattro affittuari, dal piccolo studio legale alla grande ditta commerciale. Vittoria Trade occupava quasi tutto lottavo piano e pagava senza fare storie, tra i clienti migliori.

Questo lo sapevo perché leggevo tutti i contratti. Ogni atto, ogni verbale di riunione. Di abitudine, solo per questo.

Ero al posto di guardia da sette mesi.

I colleghi mi trattavano con cortesia, un po condiscendenza, come si fa con una signora anziana che arrotonda la pensione. Mi aiutavano con il programma per le presenze, portavano brioche, ogni tanto mi coprivano senza far domande. Ero grata, senza voler correggere nessuno.

Il direttore del centro, Andrea Semeghini, cinquantadue anni, persona precisa, a tratti nervosa. Faceva bene il suo lavoro, prendeva decisioni giuste, gestiva i clienti con fermezza e mai una volta aveva alzato la voce. Avevo imparato ad apprezzarlo.

Nessuno al Orizzonte sapeva che la signora al posto di guardia era lunica proprietaria della società di gestione del palazzo. E non solo di quello, ma non è questa la sede.

Ho deciso di mettermi al posto di guardia a ottobre scorso, dopo una chiacchierata con mia figlia.

Mamma, tu non hai idea di che succede là dentro, mi disse. Era direttrice finanziaria in una delle mie società e parlava sempre dritta, uno dei suoi pregi. Te ne stai in ufficio, guardi numeri, decidi dallalto. Ma tu queste persone, sai davvero come si comportano quando pensano di non essere viste?

Stetti zitta e risposi:

Pensi che non conosca la natura umana?

Penso che è tanto che non la osservi da vicino.

Aveva ragione. E lo ammetto come sempre quando è evidente.

Sette mesi in portineria mi hanno insegnato tanto. Ho visto chi saluta le donne delle pulizie e chi le ignora, chi vede i custodi come mobili e chi come persone. Le piccole crudeltà, le piccole gentilezze è di questo che si fa la vita di tutti.

E ora Elisa DAndrea.

Non sono una che prende decisioni distinto. Mi diedi una settimana.

In quei sette giorni Elisa si presentò altre due volte. La prima ancora senza avvisare, e sbraitò a lungo contro il giovane custode, Marco, perché pur avendo un nuovo pass il tornello non la riconosceva. Aveva lasciato il pass a casa. Marco spiegava educatamente, Elisa alzava la voce. Alla fine scese il marito. Io osservavo tutto dal posto accanto, fingendo di consultare il monitor.

La seconda volta Elisa arrivò il venerdì sera, quando la signora Gina stava lavando per terra davanti agli ascensori. Elisa passò sulle piastrelle bagnate, Gina le chiese cortesemente di aspettare, Elisa rispose qualcosa appena udibile. Ma vidi la faccia della Gina dopo.

Gina lavorava al Orizzonte da sei anni. Sessantatré anni, tirava su i nipoti, mai una lamentela.

Conclusi la mia settimana di osservazioni la domenica sera, seduto al tavolo della cucina con una tazza di tè e una cartellina di documenti.

Poi chiamai Andrea Semeghini.

Buonasera, Andrea, dissi. Scusami se ti disturbo a questora. Puoi venire domani mattina unora prima?

Signorina Rosa? rimase quasi sorpreso Va tutto bene?

Tutto bene. Ma qui serve parlare.

Allora alle otto sono lì.

Quella notte dormii bene. Prima di chiudere gli occhi, fisso il soffitto ripensando che ventidue anni sono tanti, ma certi debiti non hanno prescrizione. Non quella giuridica. Quella umana.

Alle otto entrai nellufficio direzionale.

Semeghini era alla scrivania, mi guardava imbarazzato. Forse pensava chiedessi un cambio turno, o avessi qualche lamentela. Era pronto a tutto, meno che a quello che sentì.

Misi davanti a lui la cartella.

Che cosè?

Legga, risposi semplicemente.

Aprì la cartella. Una delega, estratti dal registro delle imprese, alcuni interni della società gestionale, tutti firmati da me.

Lesse con calma. Poi mi guardò. Di nuovo la cartella.

Rosa Bianchi Solo il mio nome, finalmente riconosciuto. Tutti questi mesi è stata qui al posto di guardia?

Sì.

Posso chiedere perché?

Perché volevo vedere come si lavora davvero qua dentro. Con i miei occhi. Non dai report, di persona.

Lui annuì piano. Nessuna offesa nello sguardo, piuttosto sorpresa, quasi rispetto.

È soddisfatta di cosa ha visto?

In generale sì. Lei lavora bene e anche la squadra. Ma ho bisogno del suo aiuto in un affare.

Dica pure.

Vittoria Trade, ottavo piano. Voglio rescindere il contratto.

Semeghini tornò sulla cartella, poi di nuovo su di me.

Hanno contratto fino a marzo prossimo. Senza inadempienze. Potremmo finire in causa…

Andrea, so bene come funziona. Prepara il preavviso di non rinnovo e offriamo una risoluzione anticipata con indennità. Buoni termini, ma devono andarsene.

Lui annuì.

Quando?

Una settimana per lavviso, tre mesi liberi per lasciare i locali. Più che sufficiente.

Chiederanno spiegazioni.

Lo so. Dica che è scelta strategica del proprietario per riorganizzare gli spazi. E in realtà è vero. Voglio farci sale riunioni.

Ci stringemmo la mano. Alla porta, si fermò:

Le andrebbe di proseguire con il posto in portineria?

Capii che ci pensava sul serio.

Ancora un po, dissi. Fino a quando finisco questo giro.

Vittorio Alessandri ricevette la notifica il mercoledì. Giovedì mattina lo vidi uscire dallascensore con la faccia di chi ha appena preso uno schiaffo, sparendo verso il parcheggio al telefono. Venerdì restò in ufficio di Semeghini più di unora.

Me lo raccontò lui stesso.

Insiste per avere spiegazioni. Dice che ha sempre pagato puntuale, che ci sono clienti, che non può trasferirsi in tre mesi. Propone di aumentare del venti percento la rata.

No, risposi.

E così ho detto.

Bene. Grazie, Andrea.

Pensavo fosse finita. Che Alessandri avrebbe trovato un nuovo ufficio, seccato ma sopravvissuto. Era in gamba, questo bisogna riconoscerlo.

Ma il martedì dopo fu lui a venire. Non da Semeghini.

Da me.

Lo vidi avvicinarsi da lontano. Non aveva laria del manager impegnato, ma di chi prende una decisione che lo intimorisce.

Signorina Rosa, disse piano.

Alzai lo sguardo con calma.

Buongiorno, Vittorio.

Si fermò. Il mio autocontrollo lo intimidiva.

Possiamo parlare?

Parli.

Guardò intorno. Latrio era quasi vuoto, solo due ragazzi al bar con il caffè.

Ho saputo chi è lei.

Lha scoperto, allora.

Me lhanno detto. Non importa chi. Silenzio. Volevo spiegarle.

Cosa, esattamente?

Quello che successe nel novantanove.

Posai la penna.

Anno novantanove. Avevo quarantatré anni, mio marito, Nicola, era ancora vivo, gli affari cominciavano appena a prendere il volo. Un piccolo magazzino, tanti debiti, la speranza. E un giovane socio di talento di cui ci si fidava.

Vittorio Alessandri aveva ventisette anni. Educato, sveglio. Lavorava con noi da un anno e mezzo. Lo aiutavamo, Nicola lo trattava come un figlio.

Poi Vittorio se ne andò. Portandosi via la lista clienti (copiata segretamente) e un contratto trasferito a suo nome mentre Nicola era in ospedale dopo il primo infarto. Non lultimo, quello fatale fu tre anni dopo.

Non avevo mai collegato direttamente linfarto al tradimento di Vittorio, non sarebbe stato corretto. Ma ricordavo bene lo sguardo di Nicola, quando apprese il tutto: Non capisco, Rosa, lo trattavo come un figlio.

Glielo ricordai.

Dica pure, gli dissi.

Iniziò a parlare. La voce controllata, preparata. Ero giovane, ho sbagliato, ora lo so. Ci ho pensato per anni. Poi, esitò:

Ho qualcosa che le appartiene. O meglio, alla sua famiglia.

Tacqui.

Nicola mi affidò una cosa preziosa per lui. Forse ricorderà. Lorologio da tasca.

Certo che ricordavo. Un vecchio orologio, di quelli che il nonno di Nicola aveva portato in guerra. Roberto ci teneva molto, una volta lo lasciò a Vittorio per portarlo dallorologiaio. Poi malattia, rottura, e lorologio rimasto ad Alessandri.

Vorrei restituirglielo, disse. E chiedere di riconsiderare il contratto.

Così va il mondo.

Lo guardai. Gli abiti costosi, le mani intrecciate davanti a sé. Quasi cinquantenne, i capelli già grigi, una bella posizione, macchina in garage, moglie col cashmere.

Mi chiesi se fosse pentito sinceramente.

E capii che non lo sapevo. Forse sì, forse aveva solo paura di perdere lufficio. Siamo fatti così, difficili da decifrare, spesso non capiamo neanche noi stessi.

Porti lorologio, chiarii.

Lui si lasciò andare in un respiro.

Quando preferisce che…

Porti qui lorologio. Lasci in portineria, passerò a prenderlo.

E per il contratto…

La decisione è presa.

Mi guardava.

Signora Rosa. Capisce cosa significa per me? Ho investito tanto in questo posto…

Nicola anche, in lei. Si ricorda?

Si bloccò.

Porti lorologio, ripetei. E non si avvicini più per questa questione.

Restò ancora qualche secondo. Poi se ne andò.

Lorologio arrivò il giorno dopo, avvolto in un panno morbido, consegnato da Marco. Lui non si fece vedere.

A fine turno sciolsi la stoffa. Era proprio quello, riconobbi subito i graffi. Ancora funzionante.

Mi rimase in mano a lungo.

Poi lo misi in borsa e tornai a casa.

Due settimane tranquille ma tese allOrizzonte. I dipendenti della Vittoria Trade lo seppero presto, iniziarono le voci. Qualcuno domandava a Marco e agli altri custodi se fosse vero. Marco rispondeva onestamente che non ne sapeva nulla.

Elisa si ripresentò una settimana dopo il confronto fra me e il marito. Era giovedì, verso mezzogiorno. Ero al posto di guardia.

Elisa si avvicinò con passo insolitamente lento. Il cappotto era blu scuro, e la sua espressione non era la solita compiaciuta superiorità.

Buongiorno, disse.

Buongiorno, risposi.

Vorrei parlare con lei.

Può andare verso il tornello, glielo apro.

No. Scosse la testa. Voglio proprio parlarle.

Sollevai le sopracciglia.

La ascolto.

Ci fu silenzio. Non sapeva chiedere scusa, si vedeva da come si teneva rigida, le mani strette. Ma restava lì, il che già contava.

Sono stata scortese, riuscì infine a dire. Quel giorno senza pass. Le ho mancato di rispetto. Era… sbagliato.

Mi ha chiamato nonnina, ricordai senza enfasi.

Lei guardò altrove, poi tornò su di me.

Già. Mi perdoni.

La osservai. Una giovane donna che non ha mai imparato a scusarsi, cresciuta in un mondo dove il denaro comanda tutto, dove il ruolo vale più dellessere. Dove una portinaia è arredamento, non persona.

Accetto le sue scuse, dichiarai.

Elisa annuì. Poi, a voce bassa:

Non cambia la sua decisione sullufficio, vero?

No.

Capisco.

Stava già per andarsene, quando la fermai:

Elisa. Un attimo.

Si voltò.

La studiai a lungo, dieci secondi buoni. Lei sostenne lo sguardo, sebbene imbarazzata.

Lavora? chiesi.

Come, scusi?

Se lavora, da qualche parte.

No. Mi occupo della casa. Di mio figlio.

Quanti anni ha?

Otto. Va a scuola.

Allora di giorno è libera.

Restò interdetta.

Ho un posto, spiegai. In archivio. Un lavoro semplice ma utile: sistemare, catalogare, scansire documenti. Non è quello a cui è abituata, glielo dico subito.

Silenzio.

Mi sta offrendo un lavoro?

Sì.

Perché?

Attesi.

Perché è venuta qui e ha detto quello che ha detto. E non è scappata subito.

È solo la cosa più normale, ribatté lei un po più dura. È educazione, tutto qui!

Elisa, dissi piano. È normale, ma non lo ha fatto né la prima né la seconda volta. Solo adesso, senza nulla da perdere. È diverso.

Taceva. Poi, con esitazione:

Quanto sarebbe lo stipendio?

Al minimo. Ma regolare, tutto in regola.

Silenzio lungo.

Ci penso, rispose.

Daccordo. Il numero di Semeghini lha, lui la sistema.

Ripresi il registro. Era tutto.

A marzo la Vittoria Trade lasciò lottavo piano. Silenziosamente, senza scandali, Alessandri accettò lindennità e trovò altro in periferia, più piccolo e più economico. Si diceva avesse perso qualche cliente importante proprio per il trasloco e il clima teso, ma quanto fosse vero non seppi mai.

Guardai lo sgombero da una finestra del terzo piano, dove ero salita per una commissione. Due facchini caricavano scatole, un altro trasportava un divisorio avvolto nel cellophane. Fine di un ufficio, inizio di qualcosaltro. Niente di speciale.

Togli gli occhiali, li pulii e li rimisi.

Ventidue anni. Uneternità.

Nessun senso di trionfo. Forse me lo aspettavo, ma era altro: un peso che finalmente si scioglie.

Nicola se nera andato nel 2002. Cinquantasei anni. Io portai avanti tutto da sola, senza soci né troppi amici, facendo tutto coi miei mezzi. Questo mi tolse molto, ma mi diede anche molto.

Non mi sono mai lamentata. Ho solo ricordato.

Larchivio era nel palazzo accanto, più modesto, trentina di dipendenti, aria silenziosa. Il posto darchivista in realtà cera sempre stato, non lavevo inventato per Elisa.

Lei chiamò Semeghini quattro giorni dopo il nostro colloquio.

Si è segnata, mi disse. Non capiva bene, ma non domandò altro. Comincia la prossima settimana, ho già preparato i documenti.

Grazie, Andrea.

Rosa, posso domandare una cosa?

Prego.

Continuerà al posto di guardia?

Guardai fuori. Viale Costruttori, cielo grigio, ultime nevi sui prati, poche persone in giro.

No, risposi. Credo sia sufficiente. Ho visto quello che dovevo.

Peccato, mi rispose sinceramente i colleghi si erano affezionati.

Saluti da parte mia. E a Marco uno speciale. È un ragazzo in gamba.

Riferirò.

Lasciai la postazione a fine settimana, senza feste. Nel cassetto del banco lasciavo il termos, una penna buona e il mio piccolo cactus. Una nota: Al cactus basta un po dacqua ogni due settimane.

Gina mi raggiunse allascensore, con il cappotto già addosso.

Va via?

Sì.

Che peccato. Fece una pausa, Lei salutava sempre. Tutti i giorni. Cè chi in un anno non dice mai buongiorno, lei sempre.

La guardai.

Non è unimpresa, Gina. È solo normale.

È vero. Ma non per tutti.

Ci salutammo.

Uscì. Era freddo, fine marzo che sembrava inverno. Allacciato bene il cappotto, camminai fino allauto, che avevo sempre lasciato lontana apposta. Unaltra abitudine, parte del mio esperimento.

Fu una bella camminata.

Pensavo a Elisa DAndrea. A cosa ne sarebbe venuto. Sapevo: una chiacchierata alla guardiola non cambia le persone. Il lavoro darchivio non trasforma la vita. Raramente la realtà fa il gioco della morale, come piace nelle storie.

Però Elisa era venuta. Aveva detto ciò che sentiva. Conta qualcosa, un seme piccolo che può dare tutto, o niente. Dipende solo da noi.

Le ho dato una possibilità. Punto.

Il resto non compete a me.

Arrivata in macchina, mi sedetti, posai la borsa accanto. Dentro cera lorologio. Ogni tanto lo stringevo, lo portai dal maestro orologiaio che lha rimesso a nuovo: Potrà andare avanti altri cento anni.

Buon orologio. Robusto.

Rimasi lì a fissare per qualche minuto il Orizzonte dietro il parabrezza. Il vetro grigio rifletteva le nuvole.

Sette mesi, pensavo. Sette mesi a fare la custode, tra registro, telefono, termos di tè. E in quel tempo ho imparato più delle persone, del lavoro, di me stesso, che in anni chiuso in ufficio con vista sul fiume e rapporti firmati.

Mia figlia aveva ragione.

Accesi il motore.

Guidai verso casa pensando che le scelte morali raramente sono pulite, quasi mai limpide come nei romanzi. Alessandri ha riportato lorologio perché sperava di restare. Elisa si è scusata perché il marito le aveva finalmente spiegato con chi aveva a che fare quel giorno. Quanto ci fosse di vero? Forse qualcosa. Gli uomini sono complicati, le motivazioni sintrecciano, tra vergogna e paura il confine è sottile.

Non li rende cattivi. Li rende umani.

Nemmeno io sono un angelo. Ho rescisso il contratto non solo per la scortesia verso Gina. Lho fatto anche perché si chiamano Alessandri e il 1999 non lho mai dimenticato né perdonato, per quanto abbia detto il contrario.

Perdonare è lasciare andare. Io ho lasciato andare. Ma la memoria resta.

Anche questa è umanità.

A casa calda e silenziosa. Mia figlia chiamò la sera, a lungo parlammo di lavoro, estate, mio nipote che tra due anni va a scuola.

Come va il tuo turno? chiese alla fine.

Finito, risposi. Ho fatto quello che dovevo.

E cosa hai imparato?

Cercai le parole.

Le persone sono come appaiono: buone e cattive in misura. E che la dignità non ha niente a che vedere con soldi o posizione. Lo sapevo già, ma lavevo dimenticato.

Mamma, parli come un libro, rise lei.

È letà che parla.

Ci salutammo.

Posai il cellulare, fui alla finestra. La città viveva la sua vita serale, luci alle finestre, gente coi sacchetti della spesa, un autobus passava. Le verità della vita sono spesso così: nessuna luce speciale, nessuna solennità. Solo sera, solo una finestra, solo la consapevolezza di aver fatto la cosa giusta.

Non perfetta. Giusta.

Sono due cose diverse e ho imparato a non confonderle.

Elisa iniziò il nuovo lavoro martedì.

Me lo disse Semeghini con un messaggio: È entrata. Finora tutto ok. Risposi: Grazie.

Che fine farà Elisa, non lo so. Magari una settimana e molla, troppo noiosa larchiviazione, troppo polvere, nessun ruolo sociale. Forse durerà un mese e capirà qualcosa di sé. Forse non capirà, ma almeno comincerà a salutare chi la circonda.

Non mi aspetto miracoli. Ho solo dato unoccasione, senza garanzie, senza condizioni. Oltre non posso andare.

Vittorio Alessandri non lho più rivisto né cercato.

Lorologio ora sta sullo scaffale in salotto, accanto alla foto di Nicola, al suo posto.

Così va la vita di una donna, cominciata tanto tempo fa in un magazzino umido, passata attraverso le tempeste che solo chi le vive può capire. Perdita, conquiste, tradimenti, solitudini, lavoro senza sosta, senza sconti, senza spalle forti accanto.

Ed eccomi qui, a settantanni, alla finestra di casa mia, con una tazza di tè. Fuori, una sera di primavera: mio nipote va verso la scuola, la vita va avanti.

Si chiama vivere.

Non è una fiaba sul bene e sul male, né una parabola di giustizia o vendetta. È solo la vita, storta comè, con tutti i suoi conti da chiudere e le speranze da lasciare aperte, con chi fa il male e talvolta ne paga il prezzo, con chi invece fa il bene e riceve, ma altro.

Bevvi un sorso, mi allontanai dalla finestra, andai in cucina a preparare la cena.

Domani avevo una riunione per un nuovo progetto. Lottavo piano dellOrizzonte era libero: lo avrei trasformato in sale riunioni con buon caffè e silenzio vero, perché servono, perché è giusto, e ho ancora forze e futuro.

Mentre affettavo la cipolla, pensavo: le verità della vita sembrano ovvie solo allinizio. Ma guardi attorno e capisci che non per tutti è così. Cè chi vive credendo che le custodi siano decorazione, le donne delle pulizie invisibili, e chi ha meno potere solo sfondo.

E prima o poi arriva il conto. Mai rumoroso. Magari con un semplice preavviso di sfratto. Magari con una conversazione che non riesci più a toglierti dalla testa.

La cipolla mi pizzicava gli occhi.

Mi asciugai una lacrima, senza fermarmi, e continuai a tagliare.

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