La prescrizione non è scaduta
Signora, si rende conto di chi sono io?
Giuseppina Bellini non alzò subito gli occhi. Terminò di scrivere nel registro, posò la penna con cura e solo dopo guardò la donna davanti alla sua postazione.
La signora aveva circa trentacinque anni, non di più. I capelli biondi, lucidissimi, pettinati come appena uscita dal parrucchiere; probabilmente lo era, visto il profumo intenso che fece quasi pizzicare il naso di Giuseppina. Il cappotto era color sabbia, chiaro, evidentemente di puro cashmere; la borsa infilata sullavambraccio costava certo più di quanto Giuseppina guadagnava in sei mesi di lavoro.
La sto ascoltando, rispose Giuseppina con calma.
E allora perché non mi fa entrare? Sto aspettando da tre minuti.
Lei non ha il badge, replicò Giuseppina. Lho già spiegato al suo autista quando ha telefonato. Il badge si richiede con anticipo.
Mio marito affitta metà dellottavo piano qui! La voce della donna salì di tono. Lazienda Vittoria Commercio. Ha capito di cosa parlo?
Certo, annuì Giuseppina. Ma non risulta alcun pass per lei. Telefoni a suo marito, che scenda o ci chiami, sistemiamo subito.
Non ho intenzione di chiamare nessuno! Sono la moglie di un affittuario e mi deve far entrare!
Giuseppina socchiuse appena gli occhi. Guardava la donna senza rabbia, soltanto con la rassegnazione di chi si trova davanti a una scena consueta, un po stancante.
Le regole valgono per tutti, disse con voce piatta.
La donna si avvicinò al bancone, si piegò un poco in avanti e, a voce bassa ma chiara, disse:
Senta, nonnina, lei sta qui a prendere due spiccioli e pensa di poter comandare a me? Chiami subito chi deve e apra il varco, o posso farla cacciare allistante.
Giuseppina rimase in silenzio per un istante.
Va bene, mormorò infine, prendendo in mano il telefono.
La donna assunse unaria soddisfatta, raddrizzando le spalle.
Giuseppina compose un numero, attese la risposta e poi disse a voce bassa:
Ingegnere Russo, qui postazione uno. Cè una signora allingresso senza badge, dice di essere la moglie del signor Matteo Lami dellottavo piano. Sì, attendo.
Riappese e tornò a scrivere sul registro.
Quanto devo aspettare? domandò la donna.
Arriverà appena possibile.
Quella sbuffò, tirò fuori il cellulare e iniziò a digitare, ostentando la propria irritazione. Passarono due minuti, dal lato degli ascensori si sentirono dei passi e un uomo alto, ben vestito, dal viso preoccupato, si avvicinò al bancone.
Sofia, sussurrò. Che succede?
La tua addetta alla sicurezza non mi fa entrare.
È la normale procedura, te lavevo detto, bisogna avvisare prima
Non verrò mai ad avvisare quando devo venire a trovare mio marito al lavoro.
Luomo guardò Giuseppina. Giuseppina ricambiò lo sguardo.
Buongiorno, disse lui. È mia moglie, Sofia Lami. Possiamo fare un badge temporaneo?
Certamente, rispose Giuseppina, iniziando la procedura.
Mentre registrava i dati, Sofia si spostò un po di lato per telefonare. Prima di oltrepassare il varco, si voltò e, senza guardare nessuno nello specifico, disse solo:
Siamo al delirio.
Il marito la seguì, senza incrociare lo sguardo di Giuseppina.
Giuseppina li seguì con gli occhi, chiuse il registro e si versò del tè dal termos. Era ormai tiepido.
Restò a pensare, ma non a Sofia Lami. No, pensava che il cognome Lami non compariva per caso in quelledificio e che avrebbe dovuto prevederlo.
Matteo Lami.
Giuseppina chiuse un attimo gli occhi.
Ventidue anni, un tempo lungo. Le persone cambiano, invecchiano, mettono su famiglia e ottengono uffici allottavo piano. Ma certe cose restano. Questo lo sapeva bene.
Il Centro Affari Orizzonte si erge da otto anni in via dei Costruttori. Vetrate grigie, scalinate di marmo, parcheggio sorvegliato, un bar al piano terra dove un panino costa quattro euro. Tutto perfetto, tutto al proprio posto. Cerano ventiquattro affittuari, da piccoli studi legali a grandi società commerciali. Vittoria Commercio occupava la quasi totalità dellottavo piano, pagava sempre puntuale ed era tra gli inquilini più affidabili.
Giuseppina lo sapeva perché aveva letto tutti i contratti. Tutti i contratti, tutte le delibere, i verbali delle riunioni. Così, per abitudine.
Faceva la guardia allaccoglienza da sette mesi.
I colleghi la trattavano con gentilezza, a volte con sufficienza, come succede verso una signora anziana che lavora dopo la pensione. Le aiutavano con i nuovi software di registrazione, le portavano focacce, qualche volta coprivano i suoi turni senza domande. Giuseppina li ringraziava sempre e non spiegava mai nulla.
Il direttore del centro, ingegner Russo, uomo di cinquantadue anni, era attento e un po ansioso. Sapeva prendere decisioni giuste, teneva gli affittuari in riga e non alzava mai la voce. Giuseppina lo osservava con interesse. Le piaceva.
Nessuno al Orizzonte sapeva che Giuseppina Bellini fosse la sola proprietaria della società di gestione che possedeva quelledificio. E non solo quello, ma questo era un altro discorso.
Aveva deciso di fare esperienza al banco sicurezza nellottobre passato, dopo una conversazione con la figlia.
Mamma, non capisci più come funzionano le cose a terra, le aveva detto la figlia, direttrice finanziaria di una delle sue società, sempre schietta, e Giuseppina quella franchezza la stimava. Stai in ufficio, guardi i numeri, prendi decisioni. Ma chi sono davvero queste persone? Non vedi come agiscono quando pensano di non essere osservati.
Giuseppina aveva riflettuto e chiesto:
Pensi che io ignori comè la gente?
Penso che sia da tanto che non li hai guardati da vicino.
Aveva ragione. Giuseppina lo ammise, come faceva sempre davanti allevidenza.
Sette mesi alla postazione le avevano lasciato molto. Aveva visto come gli affittuari parlavano alle donne delle pulizie. Chi salutava, chi invece passava impassibile come davanti allarredo. Aveva visto le piccole crudeltà e i piccoli gesti di gentilezza quelli che fanno la vita quotidiana.
E ora Sofia Lami.
Giuseppina non era tipo da agire dimpulso. Si diede una settimana di tempo.
Durante quella settimana, Sofia Lami venne in Orizzonte altre due volte. Una volta di nuovo senza avvisare e lungamente spiegò al giovane Stefano, nuova guardia, che aveva il badge ma che non capiva perché non funzionasse. Lo aveva dimenticato a casa, si scoprì. Stefano restava cortese, lei alzava la voce. Infine scese di nuovo il marito. Giuseppina osservò tutto dal posto accanto, fingendo di controllare il monitor.
La seconda fu un venerdì sera. La donna attraversò un pavimento bagnato, mentre la signora Lucia delle pulizie, detta zia Lucia, lavava davanti agli ascensori. Zia Lucia le chiese gentilmente di attendere, lei si voltò dicendo qualcosa sottovoce. Giuseppina non sentì, ma vide la faccia di zia Lucia dopo.
Zia Lucia lavorava lì da sei anni. Sessantatré, nonna, gran lavoratrice, mai una lamentela.
Giuseppina concluse la settimana la domenica sera, a casa, con una cartelletta di documenti e una tazza di tè.
Poi telefonò allingegner Russo.
Buonasera ingegnere Russo, scusi lorario. Potrebbe venire domani unora prima?
Signora Bellini? ci fu una sfumatura di sorpresa nella voce. Sì, certo. È successo qualcosa?
Tutto bene. Ho solo bisogno di parlarle.
Arriverò alle otto.
Non dormì male quella notte: semplicemente, prima di chiudere gli occhi, restò a lungo a pensare al fatto che sì, ventidue anni possono sembrare tanti, ma certi conti non hanno scadenza. Non legale: umana.
Alle otto in punto salì nellufficio del direttore.
Russo la guardava, cortese ma spaesato. Forse credeva volesse parlare dei turni, forse qualche osservazione sul lavoro. Era pronto a tutto, tranne quello che sentì.
Giuseppina posò sul tavolo una sottile cartellina.
Cosè? chiese lui.
Guardi.
Aprì la cartellina: la prima era una delega, poi un estratto della camera di commercio, poi alcuni documenti societari firmati da lei.
Russo li scorse con lentezza. Poi la fissò e tornò alla cartellina.
Signora Bellini è lei?
Sì.
E lei ha lavorato tutto questo tempo alla sicurezza.
Sì.
Tacque un attimo. Posso chiederle perché?
Può. Volevo vedere come funzionava tutto, dal vero, non dagli report. Personalmente.
Russo annuì piano. Nei suoi occhi Giuseppina colse rispetto, sorpresa, nulla di offeso.
È soddisfatta di quello che ha visto?
Nel complesso sì. Lei lavora bene, anche la squadra. Ma ho bisogno che mi aiuti in una questione.
Dica.
Vittoria Commercio, ottavo piano. Bisogna sciogliere il contratto daffitto.
Russo guardò ancora la cartellina, poi lei.
Il contratto scade a marzo prossimo. Non hanno inadempienze. Si rischia una causa, potrebbero…
Ing. Russo, lo interruppe placidamente conosco la procedura. Voglio che prepari lavviso di non rinnovo e la proposta di risoluzione anticipata con indennizzo. Offriamo buone condizioni. Ma devono andarsene.
Russo la fissava. Poi accettò.
Farò. Tempistiche?
Una settimana per lavviso, tre mesi per lasciare i locali. Bastano e avanzano.
Chiederanno le ragioni.
Lo so. Dica che è una scelta proprietaria per riconversione spazi. E non è una bugia: voglio davvero fare delle sale riunioni.
Si alzò, si salutarono con una stretta di mano. Russo si fermò sulluscio.
Signora Bellini, resta alla postazione?
Ci pensò un attimo.
Ancora un po, disse. Finché finisco ciò che ho iniziato.
Matteo Lami ricevette lavviso il mercoledì. Giuseppina lo vide il giovedì mattina: scese dallascensore col volto di chi ha appena ricevuto una batosta, scomparve verso il parcheggio telefonando convulso. Venerdì fu da Russo per più di unora.
Dopo Russo raccontò:
Vuole spiegazioni. Dice che paga sempre, che ha clienti, che è impossibile traslocare in tre mesi. Offre un aumento del venti percento sullaffitto.
No, disse Giuseppina.
Così riferirò.
Grazie.
Pensava fosse finita. Lami avrebbe cercato un nuovo ufficio, magari lo trovava più piccolo o meno caro. Sapeva lavorare, avrebbe retto.
Ma il martedì dopo si presentò di persona.
Non da Russo.
Da lei.
Giuseppina lo vide da lontano. Camminava verso la postazione in modo insolito, come se avesse deciso qualcosa di doloroso.
Signora Bellini, salutò.
Lei alzò gli occhi con tranquillità.
Buongiorno, ingegnere Lami.
Si fermò. Qualcosa nella serenità di lei lo turbava.
Possiamo parlare? chiese lui.
Prego.
Si guardò intorno: ingresso quasi deserto, solo due al bar.
Io ho scoperto chi è lei, disse sottovoce.
Lo sospettava.
Me lhanno detto. Non importa chi. Taceva. Voglio spiegarle.
Cosa vuole spiegare?
Quello che successe allora. Nel duemilanove.
Giuseppina posò la penna.
Il 1999. Aveva quarantatré anni, il marito Carlo era ancora vivo, avevano appena cominciato a costruire quello che sarebbe diventato il loro impero. Un piccolo magazzino, debiti, speranze. Un socio giovane e capace di cui si fidavano.
Matteo Lami allora aveva ventisette anni, intelligente e con modi raffinati. Lavorava con loro da oltre un anno e mezzo. Lo avevano formato, aiutato; Carlo lo trattava quasi come un figlio.
Poi Matteo se nera andato. Portando via la rubrica clienti, copiata di nascosto, e un contratto che aveva fatto trasferire a se stesso, mentre Carlo era in ospedale dopo linfarto. Non quello fatale, quello sarebbe arrivato tre anni dopo.
Mai Giuseppina aveva attribuito tutto a quellepisodio. Carlo era malato di cuore; un tradimento non fa crollare tutto. Ma ricordava bene le sue parole, appena uscito dallospedale, pallido, guardando il muro: Non capisco, Pina. Gli volevo bene come a un figlio.
Lo ricordava.
Dica pure, invitò Giuseppina.
Lami parlò. La voce calma, preparata: era giovane, sbagliò, lo sapeva, se ne pentiva. Aveva ripensato spesso a tutto. Poi, dopo una pausa, aggiunse:
Ho qualcosa che appartiene alla vostra famiglia. Carlo mi aveva affidato un oggetto. Forse ricorda: lorologio di famiglia.
Lei ricordava. Un orologio da tasca antico, risalente al bisnonno di Carlo, che aveva fatto la guerra con lui. Era una reliquia: Carlo laveva dato a vedere a Matteo da un bravo orologiaio, poi tra ospedale e tensioni era rimasto a lui.
Voglio restituirglielo, disse Lami. E chiedo di riconsiderare la decisione sullaffitto.
Ecco, dunque.
Giuseppina lo osservava. Il volto, la giacca elegante, le mani giunte. Era ormai vicino ai cinquantanni, tempie grigie. Aveva fatto strada: moglie in cappotto di cashmere, grosso ufficio, bella auto in garage.
Si chiese se davvero si sentisse in colpa.
Non sapeva rispondere. Forse sì, forse era solo la paura di perdere lufficio. Le ragioni dei gesti umani sono sempre intrecciate.
Porti lorologio, disse fredda.
Spirò.
Quando preferisce che…
Porti lorologio qui al banco. Lo ritirerò.
E affitto…
È già stato deciso.
Luomo la fissava.
Capisce per me cosa significa? Ho investito tutto in questo ufficio…
Ingegnere Lami, lo interruppe posata anche Carlo ha investito qualcosa. In lei. Ricorda?
Restò in silenzio.
Lorologio, ripeté per la terza volta. E non torni su questo tema.
Attese ancora qualche secondo, poi andò via.
Lorologio arrivò il giorno dopo, in un piccolo pacchetto avvolto nel panno, consegnato da Stefano. Lami non si avvicinò di persona.
Giuseppina lo aprì a fine turno. Era proprio quello, lo riconobbe subito. Qualche graffio, ma funzionante.
Lo tenne tra le mani a lungo.
Poi lo ripose in borsa e tornò a casa.
Le due settimane seguenti passarono in una strana, silenziosa tensione allOrizzonte. Gli impiegati della Vittoria dapprima non sapevano niente, poi girarono voci, quindi iniziarono le domande. Qualcuno chiese a Stefano se fosse vero: lui non seppe rispondere.
Sofia Lami tornò una settimana dopo il confronto tra il marito e Giuseppina. Era giovedì, verso mezzogiorno. Giuseppina era al posto.
Sofia si avvicinò più piano del solito. Indossava un cappotto blu scuro, il viso cambiato, niente tracce di superiorità.
Buongiorno, disse.
Salve, rispose Giuseppina.
Vorrei parlare.
Venga, apro il varco.
No, scosse la testa Sofia. Vorrei parlare qui con lei.
Giuseppina alzò appena un sopracciglio.
Ascolto.
Sofia restava in silenzio. Era evidente che chiedere scusa le costasse, si vedeva da come teneva le mani. Ma rimase lì, e già quello era qualcosa.
Mi sono comportata male, riuscì a dire. Quel giorno, senza badge. Sono stata scortese. Era… sbagliato.
Mi ha chiamato nonnina, constatò Giuseppina senza trasporto.
Sofia abbassò lo sguardo, poi lo rialzò.
Sì. Mi perdoni.
Giuseppina la fissava. Una donna cresciuta in un mondo dove tutto si compra, dove il rango conta molto più delle persone, dove la guardia è solo parte del mobilio.
Accetto le sue scuse, disse.
Sofia annuì. Poi, più piano:
Non cambierà idea sullufficio?
No.
Capisco.
Stava per andar via, quando Giuseppina la fermò:
Sofia. Un attimo.
Sofia si voltò.
Giuseppina la fissava intensamente, a lungo. Sofia reggeva lo sguardo, pur imbarazzata.
Lavora? domandò.
Cosa?
Lavora da qualche parte.
Io… no. Gestisco la casa. Nostro figlio.
Quanti anni ha?
Otto. Va a scuola.
Quindi ha le giornate libere.
Sofia la guardava senza capire.
Cè un posto, disse Giuseppina. In archivio. Lavoro semplice ma importante. Sistemare documenti, scansioni, archiviazione. Non è quello a cui è abituata, glielo dico.
Silenzio.
Sta offrendo un lavoro a me? chiese Sofia, sbigottita.
Glielo offro.
Perché?
Giuseppina rifletté.
Perché oggi è venuta qui. E non è scappata subito.
È solo normale, quasi si irritò, comportamento umano, davvero?
Sofia sussurrò Giuseppina , è normale, certo. Ma al primo, al secondo tentativo non lo fece. Lo fa oggi, senza niente da perdere. È diverso.
Sofia restò muta a lungo.
Lo stipendio?
Il minimo previsto. Regolare, con tutti i contributi.
Pausa.
Ci penserò, disse Sofia.
Va bene. Il numero di Russo ce lha, le farà il contratto.
Giuseppina tornò al registro. Fine del discorso.
A marzo la Vittoria Commercio lasciò lottavo piano. Silenziosamente, senza polemiche, Lami accettò la compensazione e trovò nuovi uffici, più piccoli e più economici, in periferia. Si dice che alcuni clienti importanti abbiano cambiato idea a causa dellinquietudine di quei mesi, ma Giuseppina non verificò mai.
Guardava gli ultimi scatoloni e la mobilia andarsene dalla finestra del terzo piano. Due facchini portavano bancali di cartoni, un altro una parete in vetro. Fine di uno studio, inizio di un altro. Vita di tutti i giorni.
Si tolse gli occhiali, li pulì col cardigano e li rimise.
Ventidue anni. Uneternità.
Non sentiva trionfo. Forse se lo aspettava, ma non cera. Provava altro, più greve e difficile da definire, come quando una pressione vecchia finalmente allenta la presa.
Carlo era morto nel 2002. Cinquantasei anni. Lei aveva portato avanti tutto senza partner, senza mai abbassare la guardia, facendo la dura. Aveva dato tanto e ricevuto altrettanto.
Non si era mai lamentata. Però ricordava.
Larchivio era nel palazzo accanto, sempre gestito dalla sua società, un centro modesto, nessun marmo. Trenta dipendenti, lavoro silenzioso. Il posto in archivio cera davvero, non laveva inventato per Sofia; era vuoto da tempo.
Sofia chiamò Russo dopo quattro giorni da quella conversazione.
Fu lui ad avvisare Giuseppina.
Ha accettato, disse. Non capiva bene, ma era troppo educato per chiedere.
Bene, rispose lei. Grazie.
Signora Bellini, posso chiederle una cosa?
Certo.
Resterà alla postazione?
Giuseppina guardava fuori. Via dei Costruttori, cielo grigio, neve residua, pochi passanti.
No, disse. Credo sia sufficiente. Ho visto quello che volevo vedere.
Peccato, disse Russo sinceramente. I colleghi si erano affezionati.
Saluti da parte mia. E a Stefano in particolare. Bravo ragazzo.
Trasmetterò.
Se ne andò a fine settimana, senza addii né cerimonie. Lasciò nel cassetto il termos, una penna buona e un piccolo cactus portato a novembre. Un biglietto: Al cactus serve poca acqua, ogni due settimane. Nientaltro.
Zia Lucia la incontrò quando indossava il cappotto, davanti allascensore.
Se ne va? domandò.
Sì.
Peccato, disse Lucia. Lei salutava sempre. Cè gente che in un anno non lo fa mai, lei sempre sì.
Giuseppina la fissò.
Non è un merito, Lucia. È solo normale.
Già, convenne Lucia. Dovrebbe essere normale. Ma non lo è.
Si salutarono alla porta.
Giuseppina uscì. Faceva freddo: fine marzo che non voleva saperne di primavera. Si strinse il cappotto e andò verso la macchina, lasciata apposta a due isolati di distanza in quei mesi. Solita abitudine, parte della sua esperienza.
Si camminava bene.
Pensava a Sofia Lami. A cosa sarebbe nato da quella storia. Non si illudeva: un dialogo non cambia le persone. Il lavoro darchivio ancor meno. La vita funziona meno linearmente di quanto voglia certa letteratura edificante.
Però Sofia era venuta. Aveva detto ciò che andava detto. Valeva qualcosa, un seme da cui può nascere qualcosa o niente. Dipende dallindole.
Giuseppina lopportunità laveva data. Solo questo.
Il resto non era più nelle sue mani.
Arrivò alla macchina, salì, appoggiò la borsa sul sedile. Dentro, lorologio. A volte lo tirava fuori e lo teneva tra le mani. Funzionava lo aveva fatto vedere da un artigiano a febbraio, tornato come nuovo.
Orologio buono. Robusta fattura.
Sedeva ferma, motore spento. Guardava la facciata dellOrizzonte dal parabrezza. Il vetro rifletteva le nuvole.
Sette mesi, pensava. Sette mesi alla sicurezza, registro, telefono, termos. In quel tempo imparò sugli altri, sul lavoro, su se stessa più che nei precedenti anni di cariche e report.
La figlia aveva avuto ragione.
Accese il motore.
Tornando a casa, pensava che le scelte morali sono raramente eleganti. Quasi mai limpide come nei libri. Lami consegnò lorologio perché voleva salvare lufficio. Sofia chiese scusa perché il marito le aveva spiegato chi fosse davvero Giuseppina. Cera sincerità sotto la convenienza? Forse. Le motivazioni umane sono sempre miste paura e vergogna si intrecciano.
Non rende nessuno cattivo. Rende tutti umani.
Neanche lei era unangelica samaritana. Il contratto non fu sciolto solo per la scortesia verso zia Lucia. Lo fu perché si chiamavano Lami e perché il 99 non era dimenticato, né perdonato fino in fondo.
Perdonare è lasciare andare. Lei aveva lasciato andare. Ma la memoria rimane.
Anche questo è umano.
A casa cera calore e silenzio. La figlia telefonò quella sera. Parlarono a lungo, di lavoro, di progetti per lestate, del nipote che tra due anni avrebbe iniziato la scuola.
Comè andato il tuo periodo alla portineria?
Finito, rispose Giuseppina. Ho fatto quel che dovevo.
E che hai imparato?
Giuseppina rifletté.
Che le persone sono come si presentano. Né buoni né cattivi, a metà. E che la dignità non dipende dai soldi o dalla posizione: lo sapevo già, ma lavevo dimenticato.
Mamma, parli sempre come un libro, rise la figlia.
È letà, rispose Giuseppina. Tocca a noi, no?
Si salutarono.
Giuseppina ripose il telefono e si avvicinò alla finestra. La città viveva la sua sera, finestre accese, gente a fare la spesa, passava un autobus. Le verità semplici sulla vita sono così: nessuna luce particolare, nessun solenne momento. Solo unaltra sera, una finestra, il pensiero di aver fatto la cosa giusta.
Non perfetta. Giusta.
E sono cose diverse, che non confonde più.
Sofia iniziò il nuovo lavoro di martedì.
Giuseppina lo seppe da Russo, che le scrisse: Ha iniziato. Tutto tranquillo. Lei rispose: Grazie.
Cosa sarebbe stato di Sofia, Giuseppina non lo sapeva. Forse avrebbe resistito una settimana e mollato, il lavoro darchivio è noioso e pesante, pieno di polvere, zero prestigio, solo documenti da sistemare. Forse sarebbe rimasta un mese e avrebbe capito qualcosa di sé. Forse niente, ma almeno avrebbe iniziato a salutare chi è meno titolato.
Giuseppina non si aspettava miracoli. Offriva solo una possibilità, senza garanzie. Il resto non era più nelle sue mani.
Matteo Lami non lo vide più né lo cercò.
Lorologio stava ora sullo scaffale del salotto, accanto a una foto di Carlo. Il posto giusto.
Era questa la sua storia: partita in un magazzino maleodorante, passata per perdite e conquiste, tradimenti e solitudine, anni duri senza sconti né spalle su cui appoggiarsi.
Ora era lì, settantenne, alla finestra di casa, con una tazza di tè in mano. Fuori sera di primavera, il nipote presto a scuola, le cose che vanno avanti.
Questo si chiama vita.
Non una parabola su bene e male, non una lezione morale. Solo vita, con i suoi conti e debiti, con chi fa male e qualche volta paga; con chi fa bene e a volte riceve, in altro modo.
Giuseppina sorseggiò il tè, si allontanò dalla finestra e andò in cucina a preparare la cena.
Domani avrebbe avuto un incontro su un nuovo progetto. Lottavo piano era ormai libero; pensava di farne delle sale riunioni ben insonorizzate, con un caffè decente. Una necessità vera, una buona idea; aveva forze e progetti.
Tagliava la cipolla, e pensava che le verità semplici sulla vita allinizio sembrano ovvie. Ma poi guardi chi ti circonda e capisci che ovvie non lo sono per tutti. Cè chi, per tutta la vita, considera le guardie come oggetti, chi pulisce come aria, chi vale meno come decorazione.
E prima o poi il conto arriva. Non sempre rumorosamente. A volte silenzioso, sotto forma di una lettera di sfratto. O di una frase scambiata alla postazione, che torna nei pensieri senza più lasciarti.
La cipolla pungeva gli occhi.
Giuseppina si asciugò la lacrima, senza smettere di tagliare.




