Il testamento del figlio minore

IL TESTAMENTO DEL FIGLIO MINORE

Ricordo come avessi ieri di essere seduta in quella panchina del vecchio ospedale di Firenze, davanti alla scritta “Sala Operatoria”. Le lettere sfocate dalla stanchezza e dallangoscia, il cuore che batteva come un tamburo impazzito. Nelle mani stringevo la piccola ruspa rossa in plastica, il giocattolo preferito del mio piccolo Pietro, il mio figlioletto di quattro anni. In principio avrebbe voluto un trattore blu, come quello del suo cartone animato preferito, ma finì per affezionarsi a questa ruspa che gli aveva regalato suo padre, che per lui era un supereroe.

Alla fine, dietro il vetro appannato, comparve la sagoma di un uomo. La porta si spalancò. Ne uscì un medico, stanco, i capelli arruffati. Scattai in piedi e corsi da lui:

Dottore! Comè andata? E Pietro? Sta bene?

Il dottore abbassò lo sguardo, si tolse la mascherina con un gesto rassegnato:

Signora Vera, mi dispiace Abbiamo fatto tutto il possibile

***
Mi accasciai sul letto di Pietro, rannicchiata come una bambina. Il cuscino profumava ancora di lui. Sullo specchio cera ancora limpronta della sua mano sporca di biscotti. Mi rincuorava non aver fatto in tempo a pulirlo: ora non lavrebbe più sporcato, e non avrebbe più appoggiato la sua testolina stanca su quel cuscino.

Una lacrima salata scivolò sulla mia guancia. Il dolore bruciava dentro di me, scavandomi il cuore. Un cuore sano, quello che mancava proprio a Pietro, il mio cucciolo. Il fratello maggiore, Matteo, era in salute e ormai grande aveva 18 anni e studiava a Pisa. E invece Pietro il mio raggio di sole tardivo, trasformatosi nella più profonda disperazione. Gravidanza tranquilla, controlli tutti perfetti; e solo alla fine, per puro caso, scoprirono un difetto cardiaco complesso Qualcosa andò storto durante loperazione, e ora, il mio Pietro non cera più

***
Chiusi gli occhi esausta e caddi in un sonno agitato. Come ogni notte, mi ritrovai in una radura baciata dal sole, piena di fiori colorati e profumati. In lontananza, Pietro mi guardava con il suo solito sorriso, indossando la camicia con le macchinine. Teneva stretto un enorme mazzo di margherite.

Pietro! Amore mio! gridai, ma lui, assorto, sgranava i petali senza sentirmi.

Correvo verso di lui a braccia aperte, ma più correvo, più sentivo che la distanza tra noi non diminuiva. Mi strappava il cuore: urlavo, allungavo le mani Ma Pietro si allontanava sempre di più. Dun tratto mi sorrise, sollevò gli occhi e poi svanì nellaria, lasciando solo una nuvola di petali bianchi che calava lenta sul prato verde.

Raggiunsi il punto dove erano caduti i petali e guardai in basso. Lì, nellerba, sembrava che alcuni petali scrivessero un indirizzo, in lettere chiare e ordinate.

***
Il risveglio arrivò con lo squillo del cellulare. Matteo.

Sì, tesoro, risposi con voce roca.

Mamma, oggi passo da voi. Mi prepari qualcosa di buono?

Sforzai un sorriso. Bastava così. Pietra era morto da quasi tre mesi, ma avevo ancora un figlio, il mio primogenito. Dovevo riprendere in mano la mia vita.

Certo, amore. Che vuoi, le frittelle che ti piacciono?

Eh sì, mamma! Sto già arrivando, sono in pullman!

Matteo veniva spesso il fine settimana, per non lasciarci soli, a me e a Franco. Anche lui aveva il cuore a pezzi pensando al fratellino, ma la vita doveva andare avanti e affrontavamo il dolore insieme. Eravamo famiglia, dopotutto.

A fatica mi alzai dal letto e andai in cucina. Aprii il frigorifero, frugai fra gli scaffali: mancava il latte. Franco, mio marito, era lì seduto, intento ad aggiustare il portatile con il saldatore. Mi guardò:

Serve qualcosa? Vuoi che vada io al negozio?

Ha chiamato Matteo. Sta arrivando, vuole le frittelle, spiegai cercando di restare calma, Il latte è finito. Vado io, così mi distraggo un po.

Franco rialzò gli occhiali dal naso, sorpreso. “Si sta risvegliando un po”, pensò tra sé.

Mi vestii piano e uscii. Una brezza primaverile mi accarezzava il viso. Gli uccellini cantavano, i rami degli alberi avevano già quel verde chiaro delle prime foglie. La natura si stava finalmente risvegliando dopo il letargo. Mi venne da pensare a Pietro: Non vedrà mai la sua quinta primavera

Scacciai i pensieri bui e mi incamminai verso il negozio.

***
Presi latte, il pane, le caramelle preferite di Matteo, pollo. Mentre mi avvicinavo alla cassa, udii provenire dal corridoio vicino una risata familiare. Mi si strinse il cuore: sembrava quella di Pietro. Andai verso quel suono, e vidi solo una sagoma di bambino svanire dietro gli scaffali. Sapevo che non poteva essere ma volli seguirla comunque, urtando una sagoma pubblicitaria che crollò a terra.

Mi chinai per raccoglierla e il fiato mi si fermò: sulla cartellina bianca, in lettere rosse, cera scritto proprio quellindirizzo apparso nel sogno.

Pietro cosa vuoi dirmi? sussurrai sottovoce.

Tornai a casa confusa. Non poteva essere un caso. Il mio Pietro cercava di comunicarmi qualcosa. “Devo cercare quellindirizzo su internet”, pensai. Ma non oggi: oggi dovevo ricevere mio figlio e stringerlo forte.

***
La serata fu stranamente serena. Riuscii a sorridere, ascoltando i racconti universitari di Matteo seduto a tavola, mentre mangiava con appetito le mie frittelle. Io e Franco ci scambiavamo sguardi commossi: lui era il nostro primo genito, ormai lunico. Quando andammo a dormire, mi addormentai esausta, ma finalmente un po più leggera.

Nel cuore della notte, mi svegliò un canto sommesso proveniente dal bagno. Il cuore mi balzò in gola: era la voce sottile di Pietro, non potevo sbagliarmi, che canticchiava la sigla del suo cartone. Scesi dal letto, camminando piano verso la porta del bagno, sperando di non spaventare Pietro. Aprii, ma come temevo, non cera nessuno. Le lacrime mi scendevano dagli occhi.

Cosa mi aspettavo? Che Pietro fosse lì? Pietro non cè più! Sono solo ombre nella mia mente, mi rimproverai silenziosamente.

Aprii lacqua per rinfrescarmi e scacciare quei pensieri. Basta, dovevo smettere di torturarmi. Per Franco, per Matteo. Guardai il mio volto stanco e pallido riflesso nello specchio.

Presi una manciata di sapone e la passai sul vetro, senza quasi accorgermene. E tra le scie della schiuma, come per magia, si formavano lettere lindirizzo. Sentii un brivido dietro la schiena. Poi, nitido, un sussurro:

Ti sto aspettando, mamma

***
Non dormi ancora? Franco si sollevò nel letto, svegliato dalla luce del portatile.

Ero seduta in poltrona, con il computer sulle gambe, fissando lo schermo.

Franco, vieni qui Se anche tu sentirai quello che sento io, non sarò pazza

Franco si avvicinò, curioso e un po teso. Quando vide la foto del bambino apparire sullo schermo, il suo cuore si scaldò come un camino acceso.

Riccardo Zini, 4 anni recitava la scritta. I genitori di Riccardo erano morti in un incidente dauto tre anni prima, e fino a poco tempo fa era stato cresciuto dalla nonna. Da sei mesi era alla casa-famiglia, dopo la perdita della nonna.

Questindirizzo mi perseguita da giorni, spiegai, me lo manda il nostro Pietro

Gli raccontai del sogno, della scena al supermercato, e dellepisodio del bagno. Dopo una breve pausa, Franco disse con decisione:

Andiamo a vedere

***
La direttrice della casa-famiglia, Signora Caterina Alessandri, ci accompagnò lungo il largo corridoio illuminato dal sole. Parlava senza sosta:

Riccardino quando è arrivato qui, pensavamo che si sarebbe fermato poco. È un bimbo socievole, intelligentissimo. La nonna lo aveva cresciuto bene. Ha ricevuto tre proposte di adozione, e tutte le volte si è chiuso in se stesso, non voleva saperne. Dice sempre che la sua mamma e il suo papà verranno a prenderlo, e li riconoscerà. E negli ultimi mesi parla sempre di un amico immaginario: Pietro. Dice che Pietro gli ha promesso che presto sua mamma e suo papà sarebbero arrivati.

Io e Franco ci scambiammo un lungo sguardo. Forse davvero il nostro bambino voleva aiutare questo piccolo orfano?

Non so cosaltro dire. Provate a conoscerlo. Forse con voi si aprirà, disse la signora Alessandri aprendo la porta della sala giochi.

Lo riconobbi subito. Smilzo, piccolino, seduto per terra tra gli altri, stava costruendo una torre di cubi, canticchiando la canzone di Pietro. Quando ci vide, Riccardo lasciò i cubi e corse incontro a noi gridando:

Mamma, papà! Lo sapevo che sareste venuti!

***
Ladozione andò avanti più rapidamente grazie alla stessa Caterina Alessandri, che ci supportò in ogni fase. Quando venne a sapere della perdita del piccolo Pietro, si commosse ancora di più. Dopo nemmeno un mese, io, Franco e Matteo tornammo per portare a casa Riccardo, questa volta per sempre.

Poco prima di uscire, Riccardo sgattaiolò via dalla mia mano e disse:

Mamma, aspetta! Si voltò a guardare in fondo al corridoio Pietro vuole salutarci!

Il cuore mi si colmò di dolcezza e nostalgia. Era malinconia, ma illuminata: sapevo che nulla potevo cambiare, ma dovevo andare avanti. Ora il destino di Riccardo dipendeva da noi. Pietro sarebbe rimasto per sempre nel mio cuore, insostituibile ma da oggi cera un altro bimbo da amare, uno a cui essere forte per davvero.

Riccardo corse fino alla finestra, rimase fermo un attimo, poi tornò indietro, abbracciando me, Franco e Matteo. Poco dopo, proprio da quel davanzale, si alzò nel cielo un candido piccione bianco, che fece il giro delledificio, volando in cerchio sopra le nostre teste, quasi a benedire una nuova famiglia.

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