Il testamento del figlio minore: una storia di eredità e segreti italiani

IL TESTAMENTO DEL FIGLIO MINORE

Ricordo come se fosse ieri la lunga attesa davanti alla porta con la scritta “Sala Operatoria” dellOspedale Maggiore di Firenze. Le lettere si confondevano nella mia vista, sfocate dalle ore passate lì e dal cuore che pulsava impazzito. Non smettevo di stringere tra le mani il trattorino rosso preferito di Enrichetta, la mia bambina più piccola, di quattro anni: un piccolo trattore di plastica con pala anteriore. Allinizio Enrichetta avrebbe voluto quello blu, proprio come nel suo cartone animato adorato, ma con il tempo si era affezionata a quello ricevuto dal suo amatissimo papà.
Finalmente, dietro ai vetri smerigliati, comparve una figura maschile. Le porte si spalancarono e dalluscio uscì il medico, stanco e provato. Mi alzai di scatto e corsi verso di lui.

Dottore, vi prego Comè andata? Enrichetta?

Il medico abbassò mestamente la testa, si tolse la mascherina dal volto.

Signora Franceschi, mi dispiace profondamente Abbiamo fatto tutto il possibile…

***
Ero rimasta distesa sul letto di Enrichetta, rannicchiata in un angolo. Sul cuscino persisteva ancora il suo profumo. Sullo specchio di fronte si distingueva lorma della sua manina impiastricciata di biscotto. Che fortuna non avere fatto in tempo a pulirlo! Non lo avrebbe mai più sporcato. Non avrebbe più appoggiato la testa stanca sul cuscino.

Ancora una lacrima salata scese sulla mia guancia. Il dolore aveva bruciato il cuore, sano, che la sorte aveva negato ad Enrichetta, la mia bimba minore. La maggiore, Margherita, era invece in salute e già abbastanza indipendente aveva diciotto anni e studiava alla Statale di Milano. Invece Enrichetta inaspettata gioia tardiva, trasformatasi in un dolore immenso. Durante tutta la gravidanza gli esami dicevano che andava tutto bene, e solo poco prima del parto avevano scoperto casualmente una complessa cardiopatia Proprio durante il delicato intervento qualcosa era andato storto e ora Enrichetta non cera più

***
Chiusi gli occhi, caddi in un sonno inquieto, interrotto. E di nuovo, come negli ultimi giorni, mi ritrovai su un prato assolato, punteggiato di fiori profumatissimi di ogni forma e colore. In lontananza cera la mia Enrichetta, con il sorriso di sempre, la sua camicetta con le macchinine. Nelle mani stringeva un enorme mazzo di margherite.

Enrichetta! Amore mio! chiamai, ma lei pareva non udirmi, mentre sgranava pensierosa i petali.

Corsi tra i fiori a braccia spalancate, ma più correvo, più lei restava lontana, anzi sembrava allontanarsi ogni volta di più. Urlai disperata, le tendevo le braccia, invano. Ad un tratto, però, Enrichetta mi rivolse gli occhi, sorrise, e in un soffio svanì: solo una nube di petali di margherite scese dolcemente a terra…

Mi fermai proprio dove erano caduti i petali. Sullerba verde, con i bianchi petali, cera un indirizzo, composto da lettere precise e ordinate.

***
Mi svegliò il suono insistente di una chiamata. Guardai il telefono: era Margherita.

Sì, cara risposi con voce roca.

Mamma, oggi torno a casa. Prepari qualcosa di buono?

Forzai un sorriso. Basta. Erano quasi tre mesi che Enrichetta non cera più, ma la vita andava avanti, e cera ancora Margherita, la mia primogenita: dovevo provare almeno a ricominciare.

Certo, amore! Cosa vuoi? Faccio le frittelle come piacciono a te?

Magnifico, mamma! Sto già sul treno, arrivo presto!

Margherita cercava di tornare ogni weekend, per tenere compagnia a me e a suo padre. Anche per lei il dolore della perdita era forte, ma la famiglia deve sapersi sostenere.

Con fatica mi alzai e andai in cucina. Aprii il frigorifero e mi accorsi che mancava il latte. Mio marito Giovanni stava seduto al tavolo, intento ad aggiustare una scheda dentro il suo portatile. Alzò lo sguardo e mi chiese:

Hai bisogno di qualcosa, Floriana? Serve che vada al supermercato?

Ha chiamato Margherita, viene a pranzo e vuole le frittelle. Il latte è finito, ma esco io, così respiro un po daria fresca.

Giovanni la guardò sorpreso. “Sta tornando alla vita”, pensò.

Mi vestii piano e uscii di casa. Laria primaverile accarezzava il viso, gli alberi sfoggiavano nuove punte verdi, i merli cantavano tra i rami. Firenze si risvegliava piano dal freddo. Sospirai: Ah, piccola mia, Enrichetta non vedrà mai la sua quinta primavera

Scossi la testa e mi incamminai al supermercato.

***
Presi il latte dallo scaffale, il pane, il pollo e le caramelle preferite di Margherita; quando stavo per andare alla cassa, da uno scaffale vicino sentii una risata che mi fece raggelare il sangue: era proprio la risata di Enrichetta. Mi mossi distinto verso quella direzione, scorsi solo per un attimo la sagoma di una bimba che spariva. Pensavo di impazzire, eppure seguii la figura, urtando una locandina di cartone che pubblicizzava le offerte del giorno.

Mi chinai a raccoglierla e mi bloccai: proprio lì, in rosso, cera scritto lo stesso indirizzo dei petali nel sogno.

Enrichetta, cosa vuoi dirmi? bisbigliai fra me.

Tornai a casa piena di pensieri. Sicuramente Enrichetta voleva suggerirmi qualcosa, ma cosa? Dovevo cercare quellindirizzo su internet. Ma non oggi. Oggi tornava la mia Margherita, e dovevo essere forte per lei.

***
La sera passò sorprendentemente serena. Mi trovai persino a sorridere ascoltando i racconti universitari di mia figlia. Margherita gustava le frittelle, io e Giovanni la osservavamo tra nostalgia e affetto. Lei era ora il centro della nostra famiglia, lunica figlia rimasta. Alla fine della cena, ognuno andò nella propria stanza, e la notte calò silenziosa.

Ero talmente stanca che mi addormentai subito. Ma nel cuore della notte mi risvegliò un canto soffuso dalla stanza da bagno. Il cuore mi si fermò: era la voce di Enrichetta, ne ero certa. Stava canticchiando la sua canzone preferita del cartone del trattore blu.

In preda allansia, mi alzai e mi avvicinai in punta di piedi, temendo di spezzare quell’illusione. Aprii piano la porta, ma naturalmente non cera nessuno. Mi si riempirono gli occhi di lacrime.

“Cosa mi aspettavo, che davvero Enrichetta fosse lì? Basta, sto solo impazzendo”, mi arrabbiai con me stessa.

Volli sciacquarmi la faccia, ma restai a fissare limmagine smunta e pallida riflessa nello specchio, con le occhiaie profonde. Dimpulso, passai la mano insaponata sul vetro: la schiuma colava, formando lettere, inspiegabilmente le stesse dellindirizzo Alle spalle sentii un soffio gelido, e una voce sottile e infantile che sussurrava:

Ti aspetto, mamma

***
Non dormi? Giovanni si alzò sul letto disturbato dalla luce del portatile.

Sedevo in poltrona, il portatile sulle ginocchia, lo fissavo senza parlare.

Giovanni, vieni Se senti anche tu quello che sento io, vuol dire che tutto ciò che sta capitando non è solo nella mia mente

Lui si avvicinò. Quando vide la foto di una bambina di quattro anni, si sentì avvolto da una calda emozione.

Lucia Ferri, 4 anni, diceva la didascalia. I genitori erano morti in un incidente tre anni prima, cresciuta dalla nonna. Sei mesi prima la piccola era finita in orfanotrofio dopo la morte dellanziana.

Quellindirizzo mi perseguita in questi giorni, spiegai. È Enrichetta che me lo manda.

Raccontai a Giovanni il sogno, la scena al supermercato e tutto quanto successo. Dopo averci riflettuto, lui disse deciso:

Floriana, andiamo

***
La direttrice dellorfanotrofio, la signora Caterina Martelli, ci accompagnava lungo corridoi luminosi, spiegandoci la storia di Lucia con toni materni:

Quando Lucia è arrivata da noi, pensavamo restasse poco. Era una bambina serena, sveglia, cresciuta comunque in una famiglia affettuosa, anche se solo dalla nonna. Tre volte ha avuto richieste di adozione, ma ogni volta, davanti agli adottanti, si chiudeva in sé stessa e non si lasciava avvicinare. Non ce la facevamo a forzarla, qui non facciamo così. Lei ripete che arriveranno la sua mamma e il suo papà e che li riconoscerà subito. E negli ultimi tre mesi, dice di avere un amico immaginario lo chiama Enrichetta. Ed è stata proprio Enrichetta a dirle, giorni fa, che presto mamma e papà sarebbero arrivati.

Io e Giovanni ci guardammo commossi. Il nostro dolore diventava una speranza per una bambina sola.

Guardate voi stessi, provate a parlarci. Forse il vostro affetto potrà toccarle il cuore, concluse la direttrice, aprendoci la porta della sala giochi.

Riconobbi Lucia subito: minuta, magrolina, era seduta a terra tra gli altri bimbi, intenta a costruire una torre di cubi e a canticchiare la canzone del trattore blu Lucia si voltò di scatto, lasciò cadere i cubi, corse verso di noi gridando:

Mamma! Papà! Lo sapevo che sareste arrivati!

***
Ladozione si svolse con una rapidità sorprendente, grazie alla generosa collaborazione della signora Caterina. Era sinceramente felice per Lucia, soprattutto sapendo della nostra perdita. Un mese dopo tornammo con Margherita a prendere Lucia, per portarla finalmente a casa con noi.

Prima di uscire, Lucia si staccò dalla mia mano e disse:

Mamma, aspetta! e guardando verso il fondo del corridoio Lì cè Enrichetta, che vuole salutarci!

Il mio cuore si strinse ancora, ma stavolta di una nostalgia che non feriva più, illuminata dalla consapevolezza che la vita va avanti e che ora toccava a me prendermi cura di Lucia, accolta ormai nel nostro cuore. Non avrei mai dimenticato Enrichetta. Lavrei amata per sempre. Ma nel mio cammino avevo incontrato un altro piccolo angelo che aveva bisogno di me.

Lucia corse verso la finestra, rimase qualche istante a guardare fuori, poi tornò da me, da Giovanni e dalla sorella maggiore Margherita. Proprio allora, posatosi sul davanzale, un bianco colombo svolazzò alto sopra le nostre teste, girando attorno al nostro nuovo inizio e alla grazia che Enrichetta ci aveva lasciato.

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