Il miracolo accadde
Martina uscì dallospedale con il suo piccolo tra le braccia. Di miracoli, però, nemmeno lombra. I suoi genitori non si erano presentati ad accoglierla. Il sole primaverile accarezzava i vicoli di Firenze, lei si strinse nella giacca, ormai larga, tenendo una vecchia borsa in una mano, mentre con laltra cercava di sistemare meglio suo figlio addormentato.
Non sapeva dove andare. I suoi genitori avevano deciso: non volevano che portasse il bambino a casa. Sua madre pretendeva addirittura una rinuncia formale. Ma Martina, cresciuta in un orfanotrofio dopo essere stata abbandonata proprio da quella madre, aveva giurato che mai avrebbe fatto lo stesso con suo figlio, qualunque cosa accadesse.
Aveva trascorso ladolescenza in una famiglia affidataria: pur con pochi soldi, lavevano trattata con affetto e incoraggiata, a modo loro. Forse, però, lavevano anche un po troppo viziata: le responsabilità restavano un mistero. Avevano vissuto di poco e spesso erano malati, ma latmosfera familiare era quieta. Ora che era sola, capiva che era solo sua la colpa del fatto che suo figlio crescesse senza padre.
Luomo che credeva serio, quello che le aveva promesso di presentarla ai suoi, non appena seppe della gravidanza si era dileguato con la scusa di non essere pronto per pannolini e notti insonni. Da allora, irreperibile. Probabilmente aveva bloccato il suo numero.
Martina sospirò, abbassando lo sguardo.
Nessuno è mai pronto, né lui né i miei. Ma io… io lo sono sussurrò.
Si sistemò su una panchina, offrendo il viso al sole di Piazza Santa Croce. Dove andare ora? Aveva sentito parlare di centri per madri in difficoltà, ma le era mancato il coraggio di chiedere indirizzi, sperando che i genitori, allultimo, cambiassero idea. Non successe.
Allora decise: sarebbe partita per un paesino toscano dove viveva la nonna. Lei sì, la avrebbe accolta. Martina avrebbe badato allorto o aiutato in cucina finché avesse ricevuto il sussidio di maternità, poi avrebbe trovato lavoro. Doveva crederci: alla fine, la fortuna arriva. Si era appena decisa: ora avrebbe scoperto su Internet i bus per il paese. Le nonne, si dice, sono sempre buone, e lei ci avrebbe provato. Sistematasi il piccolo, prese il vecchio smartphone dalla tasca, sfiorò la strada sulle strisce e quasi venne travolta da una Fiat scura.
Il conducente, un uomo alto e brizzolato, balzò giù e la investì di parole: Ma dove guardi! Così metti a rischio te stessa e tuo figlio, e pure me che potrei finire in galera alla mia età!
Martina rimase impietrita, gli occhi lucidi. Il bimbo, percependo la tensione, iniziò a piangere. Il signore divenne più mite, chiedendole dove fosse diretta, così sola con un neonato. Martina, tra i singhiozzi, ammise che non lo sapeva davvero.
Lui disse semplicemente:
Sali, vieni con me a casa mia. Lì ci penseremo con calma, intanto ti riprendi. Io sono Costantino Bellini, e tu?
Martina.
E allora forza, lascia che ti aiuti.
Arrivarono in un appartamento luminoso nel centro di Firenze, unabitazione grande con tre stanze. Costantino La fece accomodare: aveva una camera solo per lei, in cui poter allattare e cambiare il piccolo. Martina gli chiese di comprare pannolini, porgendogli il suo portamonete con gli ultimi euro rimasti. Ma lui scosse la testa, sorridendo: Teniteli pure, oggi non saprei per chi spenderli.
Costantino, poi, corse a chiamare la vicina, una dottoressa in pensione. Era a casa. Concordarono una lunga lista di cose da comprare, che Costantino portò poco dopo. Trovatili addormentati, madre e figlio, lui li osservò in silenzio. Il bimbo, sveglio e agitato, si sciolse tra le sue braccia mentre Martina riposava ancora per qualche minuto.
Appena sentì la porta, Martina si svegliò e gridò, spaesata. Il mio bambino, dovè!. Costantino le restituì il neonato con tenerezza: voleva solo lasciarla dormire un po’. Le mostrò tutto quello che aveva comprato e le propose di occuparsi insieme di pannolini e pappa.
Aggiunse che la dottoressa sarebbe passata poi e avrebbe organizzato la visita di un pediatra per il giorno dopo.
Poi le parlò piano.
Lascia perdere paesini e nonne, resta qui. La casa è grande, io sono solo. Mia moglie non cè più, figli e nipoti non ne ho. Ho la pensione, lavoro ancora ogni tanto. La solitudine è pesante, sarei felice di accogliere qualcuno in questa casa.
Lei aveva figli?
Sì, un figlio. Facevo il pendolare, sei mesi al Nord, sei a casa. Mio figlio studiava a Pisa e aveva una ragazza. Allultimo anno aspettavano un bimbo e volevano sposarsi, proprio al mio ritorno dovevamo fare la festa. Ma lui amava le moto, ebbe un incidente e morì, proprio prima del mio arrivo. Dovetti rientrare per il funerale. Mia moglie si ammalò dal dolore. Poi la ragazza sparì, anche se avevo foto e sapevo stesse per partorire. Non sono mai riuscito a trovarla. Ecco perché ti invito a restare. Chissà che io non ritrovi, almeno a tarda età, il senso di famiglia. Come hai chiamato tuo figlio, Martina?
Non so, ma mi piaceva tanto il nome Saverio. Non è molto diffuso, ma mi è sempre piaciuto…
Saverio?! Martina, era il nome di mio figlio! Non te lho mai detto. Hai davvero fatto felice un vecchio oggi. Allora, che ne dici, resti?
Con piacere. Lo sa? Io sono proprio orfana. Sono stata affidata ma mia madre adottiva non ha voluto accettare la maternità di mio figlio. E così nessuno è venuto a prendermi, sono sola. Però mi hanno dato tanto: ho studiato, mangiavo, avevo affetto. Dopo lorfanotrofio avrei anche avuto diritto a una casa. Mia madre mi aveva abbandonata alla soglia dellorfanotrofio lasciando solo una catenina con un ciondolino nella copertina.
Allora, vai in camera, tra le cose che ho comprato cè anche dellabbigliamento nuovo. Ti servirà per prenderti cura della casa e del piccolo. Nel frattempo, bisogna pulire bene la vaschetta, domani la dottoressa ti mostrerà come fare il bagnetto. E dobbiamo mangiare, che è importante per il latte.
Quando Martina uscì con addosso gli abiti nuovi, Costantino notò la collanina. È quella che la tua mamma ti aveva lasciato? Lei annuì, mostrandogli il ciondolo.
In quel momento il pavimento sembrò sciogliersi e Costantino si sentì mancare. Martina lo sostenne. Quando si riprese, le chiese di poter guardare meglio il ciondolino. Non avevi mai provato ad aprirlo? Non cè nessuna chiusura, rispose lei.
Allora, lentamente, Costantino lo aprì con un semplice trucco. Il ciondolo si aprì, rivelando una minuscola ciocca di capelli.
Questi sono i capelli di mio figlio, li avevo messi io stesso… Martina, ma allora tu sei… sei la mia nipote? Così il destino non ci ha fatto incontrare per caso!
Facciamo comunque un test, non voglio lasciarti con dubbi…
Assolutamente no! Ormai ti riconosco: sei la mia famiglia, e lui è il mio pronipote. Non se ne parla più! Anzi, assomigli moltissimo a mio figlio, lho pensato sin dall’inizio. Ho anche qualche foto di tua madre vuoi vederla?
Autrice: Sofia CoralliniMartina annuì, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime, ma questa volta erano di gioia. Costantino aprì un vecchio cassetto e ne estrasse alcune fotografie scolorite: volti sorridenti, un giovane uomo che portava al collo la stessa catenina che ora brillava sul petto di Martina, una donna dallo sguardo dolce che aveva i suoi stessi occhi. Si sedettero insieme sul divano, il piccolo Saverio tra loro, a scoprire i legami che non erano mai stati spezzati davvero.
Il sole, ormai al tramonto, colorava la stanza di una luce dorata, e per la prima volta, Martina sentì davvero di appartenere a un luogo, a qualcuno. Aveva perso tanto, ma ora aveva trovato la radice di una nuova famiglia, in quella casa piena di ricordi e di promesse. Il passato non poteva essere cambiato, ma il futuro, per la prima volta, le apparteneva.
Martina sorrise a Costantino attraverso le lacrime, strinse forte la mano ruvida che le aveva teso, e sentì, finalmente, di essere a casa. In quel momento capì che il vero miracolo era proprio quello: ritrovarsi, contro ogni tristezza, e scoprire che nessuno è mai davvero solo finché qualcuno ci aspetta.






