Labito di qualcun altro
Allora, in quel periodo abitava nella nostra via una donna di nome Speranza, proprio a tre case dalla guardia medica. Un cognome semplice, Rossi, e lei stessa era una presenza discreta, sempre silenziosa, come lombra di un pioppo a mezzogiorno. Speranza lavorava nella piccola biblioteca del paese. Lo stipendio non lo vedevano da mesi, e quando arrivava, era una miseria: qualche alimento scadente, un po’ di vino dozzinale, farina infestata dalle farfalline.
Marito lei non ne aveva più. Era partito per il Nord, cercando un lavoro che portasse soldi veri, e la figlia era ancora in culla che già si era perso di vista. Cè chi diceva si era rifatto una vita altrove, chi invece pensava che la montagna lavesse inghiottito. Nessuno sapeva nulla.
Speranza cresceva la figlia da sola, Cinzia. Si spaccava la schiena, la notte cuciva vestiti sulla vecchia Singer. Era bravissima con ago e filo: guai se a Cinzia si apriva una smagliatura nei collant o le fiocchette nelle trecce non erano perfette come quelle delle altre ragazzine.
Cinzia cresceva Ah, bella come il sole dagosto. Occhi chiari come il cielo destate, capelli color del grano, corpo sottile. Ma era orgogliosa, madre mia! Si vergognava della loro povertà, ci soffriva. Era giovane, voleva fiorire, andare a ballare, e invece le scarpe erano sempre le stesse, rattoppate da anni.
Arrivò la primavera, quella della quinta superiore. Il momento quando i sogni sbocciano e ogni cuore adolescente trema.
Un giorno Speranza venne da me a misurarsi la pressione. Era maggio, i glicini cominciavano a profumare laria. Seduta sul lettino, tutta ossa e spalle sporgenti sotto una maglia consunta.
Valentina, mi dice sottovoce, intrecciando nervosa le dita Ho un guaio. Cinzia non vuole andare alla festa di fine anno. Fa scenate.
Perché? le chiedo, stringendole la fascia al braccio.
Dice che si vergogna. A Lorenza, la figlia del sindaco, hanno portato da Milano un abito da sogno, di marca. E io sospira così forte che mi stringe il cuore Non ho nemmeno i soldi per il tessuto, Valentina. Ormai abbiamo consumato tutte le scorte dellinverno.
E cosa pensi di fare?
Ho già pensato, le brillano gli occhi, si anima Ti ricordi le tende che mia madre teneva nel baule? Sono di raso, belle. Hanno un colore splendido. Ci smonto il vecchio pizzo dal colletto, ci metto dei brillantini. Verrà uno spettacolo, vedrai!
Scrollo la testa. Conosco il carattere di Cinzia. Lei non vuole lo spettacolo: vuole il capo firmato, letichetta straniera. Ma sto zitto. La speranza di una madre è cieca, ma è sacra.
Tutto maggio vedevo la luce accesa a casa Rossi fino a notte fonda. La macchina da cucire faceva un baccano, Speranza era allopera. Dormiva pochissimo, occhi rossi, dita pungolate, però se ne andava sorridendo.
La disgrazia arrivò circa tre settimane prima della festa. Andai da loro con una pomata per la schiena, che Speranza aveva dolori da star sempre curvata.
Entro nella stanza e Santo cielo! Sul tavolo non cè un vestito, ma un sogno. Tessuto che scivola sotto le dita, cangiante, grigio-rosato come il cielo al tramonto prima di un temporale. Ogni punto, ogni perlina cucita con tanto amore che sembra illuminata da dentro.
Che ne dici? mi chiede Speranza, timida, con le mani che tremano, fasciate di cerotti.
Sei unartista, le rispondo sincero Hai mani doro, Speranza. Cinzia lha visto?
No, è ancora a scuola. Voglio farle una sorpresa.
Proprio in quel momento sbatte la porta. Entra Cinzia: rossa, furiosa, lancia la cartella in un angolo.
Di nuovo Lorenza si è vantata! urla dalla soglia Le hanno comprato le scarpe di vernice! E io che dovrei mettermi? Le sneakers bucate?!
Speranza le si avvicina, prende labito dal tavolo, glielo mostra con dolcezza:
Guarda, tesoro è pronto.
Cinzia si blocca. Gli occhi corrono sullabito. Mi pareva sorridesse. Ma di colpo si infuoca.
Ma che cosè questo? la voce diventa tagliente Sono le tende della nonna! Le riconosco! Hanno sempre puzzato di naftalina da centanni! Ma che, mi prendi in giro?!
Cinzia, è raso vero, guarda come cade
Le tende! grida così forte che tremano i vetri Vuoi che salga sul palco vestita da tendaggio? Che tutta la scuola mi prenda in giro?! La poveraccia Rossi si è messa le tende! Non lo metterò mai! Piuttosto ci vado nuda, piuttosto mi butto nel fiume!
Si lancia sullabito, lo strappa dalle mani della madre, lo butta a terra e lo pesta con la scarpa. Schiaccia le perline, calpesta il lavoro di una madre.
Ti odio! Odio questa miseria! Odio te! Tutte le mamme si arrangiano, e tu Tu non sei una madre, sei uno straccio!
Silenzio. Denso, spaventoso.
Speranza diventa bianca, come la calce della stufa. Non grida, non piange. Si piega piano, quasi da vecchina, raccoglie labito, lo scuote e se lo stringe al petto.
Valentina, mi dice sottovoce, senza guardare la figlia Vai, per favore. Dobbiamo parlare.
Me ne vado. Ho il cuore gonfio, mi verrebbe da prendere la cintura e darla a quella ragazzina
La mattina dopo Speranza è sparita.
Cinzia corre da me alla guardia medica verso mezzogiorno. Pallida, orgoglio svanito, negli occhi solo paura.
Zia Valentina la mamma non cè.
Come non cè? Forse è in biblioteca?
No, è chiusa. E non è tornata a dormire a casa. E esita, labbra che tremano, mento che vacilla E non cè più nemmeno licona.
Quale icona? mi siedo di colpo, mi cade la penna.
Quella di San Nicola, nella cornice dargento. La stessa che la nonna diceva ci aveva protette dalla guerra. Mamma diceva sempre: Quando non avremo più niente, Cinzia, questa sarà il nostro ultimo pane.
Mi si gela il sangue. Capisco subito cosa ha fatto Speranza. Allepoca per certe icone antiche gli antiquari offrivano un sacco di soldi, ma ci voleva fortuna: potevi essere fregato, a volte anche ucciso. Speranza era ingenua come una bambina. Era andata in città a venderla, per comprare alla figlia un abito alla moda.
Cerca il vento nei campi, Cinzia Che hai combinato, ragazza mia
Tre giorni come allinferno. Cinzia si trasferisce da me, non ha il coraggio di stare sola. Non mangia quasi, solo acqua. Sta sul gradino, guarda la strada, aspetta. Ogni rumore dauto la fa sobbalzare, corre al cancello. Ma sono sempre estranei.
Sono colpevole io, ripete la notte, raggomitolata.
Le ho fatto male con le mie parole. Valentina, se torna mi inginocchio ai suoi piedi. Vogliamo solo che si salvi.
Il quarto giorno, verso sera, squilla il telefono della guardia medica, forte, urgente.
Prendo la cornetta:
Pronto, guardia medica!
Valentina? voce maschile, stanca Chiamo dallospedale centrale. Rianimazione.
Mi si piegano le gambe, cado su una sedia.
Che succede?
Una donna è arrivata qui tre giorni fa, senza documenti. È stata trovata alla stazione, si è sentita male. Infarto. Ha ripreso conoscenza per poco e ha detto il suo paese, il tuo nome. Speranza Rossi. La conosci?
È viva?! grido.
Per ora sì. Ma è grave. Venite subito.
Il viaggio verso il capoluogo è tutta una storia. Lautobus era già partito. Vado dal sindaco, lo prego di darmi una macchina. Ci danno un vecchio Panda con il meccanico Piero alla guida.
Cinzia non dice una parola. Sta agganciata alla maniglia con le nocche bianche, guarda dritto davanti a sé. Muove appena le labbra: prega, forse per la prima volta sul serio.
In ospedale cè odore di disgrazia. Cloro, medicine e quella quiete che solo lì dove la vita lotta con la morte si trova.
Il medico esce, giovane, occhi arrossati dalla stanchezza.
Volete vedere la Rossi? Ma solo un attimo. E senza piangere! Non deve agitarsi.
Entriamo. Gli strumenti fischiano, tubi trasparenti ovunque. Speranza è lì…
Mamma mia, che dolore. Il viso grigio, occhi infossati neri, piccolina sotto quella coperta, sembra una bambina.
Cinzia la vede, le manca laria. Cade in ginocchio, si stringe il viso alla lenzuola, le spalle tremano, ma non fiata. Ha paura di piangere, come ha detto il dottore.
Speranza socchiude le palpebre. Lo sguardo confuso, vaga. Poi la mano, tutta viola per le flebo, si muove appena e si posa sulla testa di Cinzia.
Cinzia bisbiglia, piano come un foglio che si stacca Sei tornata…
Mamma, singhiozza Cinzia, bacia quella mano fredda Mamma, perdonami
I soldi… Speranza indica la coperta Ho venduto Lì, nella borsa Prendili. Comprati il vestito con i lustrini proprio come volevi
Cinzia alza la testa, guarda la madre, le lacrime scorrono come fiumi.
Non voglio più vestiti, mamma! Mi senti? Non mi importa di niente! Perché lhai fatto?!
Perché tu fossi bella sorride, appena. Perché tu non fossi da meno degli altri…
Sono lì, con la gola chiusa, non respiro. Le guardo e penso: ecco lamore di una madre. Non ragiona, non fa i conti. Dà tutto, fino allultima goccia di sangue, allultimo battito di cuore. Anche se il figlio è cieco, anche se ferisce.
Il dottore ci caccia via dopo cinque minuti.
Basta, non ne ha proprio le forze. Ha passato la crisi, ma il cuore è debole. Dovrà stare a letto a lungo.
Cominciano giorni lunghi. Quasi un mese Speranza rimane in ospedale. Cinzia va ogni giorno a trovarla. Al mattino scuola, esami, il pomeriggio su qualche passaggio fino in città. Porta brodi fatti da lei, trita le mele.
Cambiata la ragazza, quasi irriconoscibile. Sparita la boria. Casa pulita, orto sistemato. La sera mi accenna sempre i progressi della mamma, ha occhi maturi, nuovi.
Lo sa, Valentina, mi dice una sera Dopo aver urlato così… Io lho provato quellabito. Di nascosto. È così morbido. Odora delle mani di mamma. Ero solo sciocca. Credevo che un abito ricco mi facesse rispettare. Ora capisco: senza mamma, non voglio nulla al mondo.
Speranza migliora, piano piano. I medici parlano di miracolo. Ma sono sicuro che è stata la forza di Cinzia a riportarla indietro. La dimettono proprio il giorno prima della festa. Ancora debole, quasi non cammina, ma desidera solo tornare a casa.
Arriva la sera della festa.
Tutta la gente del paese è davanti alla scuola. Musica, canzoni alla radio. Le ragazze si pavoneggiano. Lorenza nella sua gonna a balze appare come una torta nuziale, fiera, fa la snob.
Poi la folla si apre. Silenzio.
Cinzia arriva. Sostiene la madre sotto braccio. Speranza pallida, cammina lentamente, si aggrappa alla figlia e sorride.
E Cinzia Dio mio, una bellezza mai vista.
Indossa proprio quellabito. Quello di raso, cucito dalle tende.
Al tramonto, quel grigio rosato brilla di luce celestiale. Il tessuto scivola sulle curve, delicato, trasparente dove serve, valorizza dove deve. Sulle spalle, il pizzo e i brillantini.
Ma non era labito a colpire. Era il modo in cui camminava Cinzia. Come una regina, la testa alta, ma negli occhi la fierezza nuova, serena e profonda. Portava la madre come fosse un vaso di cristallo, dicendo a tutti: Guardate, questa è mia mamma. E ne sono orgogliosa.
Uno dei ragazzi, Mario, il burlone del paese, voleva scherzare:
Guarda come si è vestita da tendina!
Cinzia si ferma, si volta, lo fissa dritto negli occhi, calma, senza rabbia, con un po di compassione.
Sì, dice forte è stato cucito dalle mani di mia madre. Per me vale più di tutto loro che cè. Se tu, Mario, la bellezza non la vedi, è solo perché sei sciocco.
Mario diventa rosso e tace. Lorenza nella sua gonna da boutique sembra sgonfiarsi, sparire. Perché non è labito che fa la persona, non lo è davvero.
Cinzia ballò poco quella sera. Stava sempre con la madre, la copriva con lo scialle, le dava lacqua, la teneva per mano. Un calore tale in quel gesto, una tenerezza che mi fa ancora venire le lacrime. Speranza guardava la figlia e il volto le si illuminava. Sapeva che tutto era servito. Licona aveva fatto il miracolo: non portando soldi, ma salvando unanima.
Da allora, sono passati molti anni. Cinzia è andata in città, si è laureata in cardiologia. Fa miracoli con i pazienti. Speranza vive con lei, la protegge come il bene più prezioso. Stanno unite.
Dicono che proprio Cinzia, dopo anni di ricerche negli antiquari, è riuscita a ricomprare licona. Ha speso molti euro, ma lha riavuta. Ora troneggia nella loro casa, con la lampada sempre accesa davanti
Quando guardo i giovani di oggi penso: quanto spesso feriamo chi ci ama davvero solo per piacere agli altri, sprechiamo tutto in capricci. Ma la vita è breve, come una notte destate. La mamma è una sola. Finché cè, siamo figli, abbiamo una protezione contro la gelida eternità. Quando non c’è più, siamo in balìa dei venti.
Custodite vostra madre. Chiamatela, se è viva. Se non cè più, ricordatela con una parola buona. Lei dallalto vi sentirà comunque
Se questa storia vi ha toccato il cuore, tornate ancora, seguite il mio racconto. Ricordi, lacrime e gioie semplici, qui si condividono sempre. Per me ogni vostra visita è come una tazza di tè caldo durante una lunga serata dinverno. Vi aspetto.






