In vacanza con i parenti sfacciati: mettere finalmente i puntini sulle “i” tra litigi al mare, falsi familiari bisognosi e una madre che non sa dire di no

In vacanza con i parenti sfacciati, mettere le cose in chiaro

Sono due settimane che sopporto tutto questo, Marco! Due settimane in questa topaia che chiamano “albergo”.
Ma perché abbiamo accettato?
Perché la mamma ce lha chiesto. Rosina deve riposarsi, povera lei con la vita che ha fatto, imitò il fratello la voce materna.

In effetti, la zia Rosina aveva avuto una vita ben poco invidiabile, ma Lucia, proprio non riusciva a compatirla. Mai.
Rosina, la sorella di mamma dalla parte materna, era sempre stata la povera parente a cui tutti dovevano qualcosa.

La valigia non si chiudeva. Lucia, con rabbia, la schiacciò col ginocchio, cercando di far scorrere la cerniera che invece si ribellava, sputando fuori lorlo dellasciugamano da mare.

Dallaltra parte della sottilissima parete di compensatoche in questa squallida pensione veniva chiamata murosi sentiva urlare: era Riccardino, il figlio di sei anni di zia Rosina.

Non voglio la minestra! Non voglio! Voglio le crocchette! strillava il bambino come se lo stessero scannando.

Poi si sentì un tonfo, qualcosa di ceramica rotta e la voce lenta e roca di Rosina:

Su, piccolo mio, fai un cucchiaino per la mamma.

Mariella, vai a prendere le crocchette al supermercato, non senti che il bambino si dispera?
A me mi fanno male le gambe, non ce la faccio più.

Lucia rimase bloccata, aggrappata alla cerniera della valigia. Mariella! E certo che la mamma sarebbe corsa.

Marco, fratello di Lucia, era seduto sullunica sedia traballante della loro minuscola stanza, cupo, con lo sguardo fisso sul telefono.
Non aveva neanche iniziato a prepararsi: la sua borsa era ancora accatastata in un angolo, aperta.

Lo senti? sussurrò Lucia, indicando il muro. Sta di nuovo comandando la mamma.
“Mariella, portami”, “Mariella, servimi”. E la mamma che si precipita.

Non farti prendere, mormorò Marco, senza sollevare gli occhi. Domani torniamo a casa.

Sono due settimane che sopporto, Marco! Due settimane in questa baracca che chiamano “albergo”.
Perché ci siamo cascati?

Perché mamma lha chiesto. Rosina deve riposarsi, poveretta, ha avuto una vita difficile, ripeté il fratello con una smorfia.

Lucia si afflosciò sul bordo del letto: le molle cigolarono mestamente.

In effetti Rosina aveva avuto una vita dura, ma la compassione proprio non le riusciva.
Rosina, sempre la povera parente, quella a cui tutti dovevano qualcosa.

Il primo figlio lo aveva perso da piccolissimo: una tragedia che a casa si sussurrava soltanto.
Poi era stato il marito, con la bottiglia sempre in mano, morto di quella passione qualche anno fa.
Rosina cresceva due figli di padri diversi nella casa della nonna,
insieme allultimo uomo della vita l’ottavo, una sfilata di amori sfortunati.

Lavorare non le piaceva, era convinta che il suo compito fosse abbellire il mondo e soffrire, e che gli altri dovessero garantire il suo piccolo festival dellesistenza.
In prima linea la mamma di Lucia, Mariella, che “aveva soldi da vendere”.

Lucia si affacciò alla finestra.
La vista spettacolare dava sui cassonetti e il muro del pollaio del vicino.

Questa vacanza era stata una genialata della mamma. Tutti insieme, aiutiamo Rosina, le farà bene.
Aiutare voleva dire che Mariella aveva pagato quasi tutte le quote,
comprava la spesa e cucinava per la tribù, mentre Rosina e la nuova amicauna certa Laura, trovata allistante a bordo piscina per affinità di oziostavano distese al sole come lucertole.

Prepara la roba, disse Lucia al fratello. Stasera si va al ristorante. È la cena daddio.

***

Naturalmente il ristorante lo aveva scelto Rosina.

Voleva qualcosa di costoso.
Il locale era sul lungomare. Avevano unito due tavoli per far sedere tutta la banda come mentalmente li chiamava Lucia.

Rosina, in un vestito luccicante che rischiava di scucirsi, troneggiava a capotavola accanto a Laura,
una donna grande, rumorosa, con i capelli ossigenati.

Cameriere! squittì Rosina, senza nemmeno guardare il menu. Il meglio che avete! Spiedini, insalate, e una caraffa di quello rosso!

Mariella, la mamma di Lucia, stava in disparte, sorridendo timidamente. Sembrava sfinita:
in due settimane, un attimo di riposo non cera stato: ora Riccardino isterico, ora malata Rosina, ora Azzurrina annoiata.

Mamma, prenditi il pesce che volevi, suggerì sottovoce Lucia.

Ma va, costa troppo, tagliò corto Mariella. Mi basta uninsalatina. Che mangi Rosina, lei ha già sofferto abbastanza questanno.

Lucia si sentì invadere dalla rabbia. Sì, certo, ha sofferto. Ovviamente!
Riccardino, il piccolo despota di sei anni, sbatteva il cucchiaio sul piatto.

Dammi da mangiare! ordinò a bocca spalancata, senza distogliere lo sguardo dal tablet.

Rosina, mollando la conversazione con Laura, infilò il cucchiaio di purè direttamente in bocca al figlio.

Amore mio, mangia, che devi diventare forte!

Ha sei anni, sbottò Lucia. Non sa mangiare da solo?

Calo di silenzio. Rosina si girò lentamente.

E tu chi sei per parlarmi così, cara nipotina? sibilò. Sarà quando avrai figli che potrai dire la tua!
Il mio Riccardino è una sensibilità delicata, ha bisogno di cure!”

Ha bisogno di limiti, non di tablet a tavola, ribatté Lucia. Strilla come un indiavolato appena qualcosa non gli sta bene. State crescendo un piccolo tiranno.

Ma senti, senti, intervenne Laura, agitandosi. Rosina, guarda che psicologa nelle nostre file!
Le galline che insegnano alle aquile, eh? Bambina, tu la vita non la conosci e vuoi insegnare ai grandi!

Lucia, basta, bisbigliò la mamma strattonandola. Non rovinare la serata, ti prego.

La serata sembrava non finire più. Rosina e Laura alzavano la voce, pettegolavano sui vicini di camera e si lamentavano della loro condizione di martiri femminili.
Azzurrina era tutta nel telefono, ogni tanto lanciando occhiate sprezzanti agli adulti.
Riccardino piagnucolava per il dolce, e appena chiedeva, gli portavano il gelato più grande.

Quando arrivò il conto, Rosina si affannò a cercare la borsa.

Oddio, mi sono dimenticata il portafoglio in camera! Mariella, puoi pagare tu? Ti giuro che ti restituisco tutto appena torniamo a Parma!

“Mai e poi mai”, pensò Lucia, guardando la mamma estrarre la carta come sempre, senza fiatare.
Era la solita storia.

***
Tornarono in pensione dopo mezzanotte. Lucia corse subito in doccia, per levarsi di dosso lappiccico di quella serata.
Lacqua scorreva a filo, ora bollente ora ghiacciata.
Appena uscita, stava per andare in camera quando si fermò davanti alla porta semiaperta della cucina. Dallinterno sentì un chiacchiericcio acceso.

Hai visto che tipa, eh? chiocciava Laura. Stava seduta con quella faccia!
Non sa nemmeno mangiare da solo

Ma che te ne frega, ragazzina? Non hai mai visto la vita!
Senza Mariella, ora se la vedrebbe a zappare coi contadini invece che a fare la snob al ristorante.

Superba, vuota. Niente fidanzato, nessun cervello, solo superbia.

Lucia restò in ascolto, col cuore che batteva fortissimo, quasi facesse male.
Aspettava. Aspettava che la mamma reagisse, che battesse il pugno sul tavolo.
Che dicesse: Zitta, Laura, non ti azzardare a parlare così di mia figlia. O almeno che uscisse.

Ma invece arrivò solo il sospiro pesante di Rosina e la sua voce piagnucolosa:

Hai ragione, Laura. Lucia è dura, pesante. Ha preso tutto dal padre, pure quelli erano così sempre a fare i superiori.
I miei almeno Azzurrina cha carattere, ma lo spirito è buono, accogliente.
Lucia invece… ci guarda come fossimo delle pezzenti. Mi passa pure la fame, quando ci sta accanto.

E ti credo, Mariella, lhai viziata tu! aggiunse Laura. Un paio di scappellotti e avrebbe fatto la brava.
Adesso eccola lì, la reginetta che non dà confidenza nemmeno alla madre.
Io una figlia così lavrei cacciata da casa da un pezzo.

Lucia poggiò la fronte allo stipite. La mamma tacque.
Era lì con quelle donne, a bere té (o forse qualcosa di più forte, a giudicare dallodore) e sentiva la sua unica figlia presa a schiaffi dalle parole.

Lucia si drizzò improvvisamente. La porta sbatté contro il muro, facendo tremare laria nella cucina.

Tutte tacquero di colpo.
Le tre donne sedute al tavolo di plastica, sotterrato dalle cianfrusaglie e pacchetti vuoti.
Rosina, nel suo brillantinato abito che si era pure strappato sotto lascella, Laura con la faccia rossa e madida, e la mamma
La mamma, subito tutta raggomitolata.

Quindi sono una vuota, senza valore? la voce di Lucia era ferma, più dura della pietra.

E tu, zia Rosina, saresti quella dal cuore grande?

Rosina sgranò gli occhi, la Laura si alzò in piedi come una montagna.

E tu spi così, ragazzina? ringhiò Laura. Vieni a farti gli affari tuoi?

Non sto spiando. Urlate così che ci sentono fino a Bologna, Lucia incalzò, fissando la zia. Allora, zia Rosina, ti va giù il boccone?
Quando la mamma pagava per te al ristorante, non ti si incastrava in gola, vero?

Sei uningrata! sbraitò la zia tutta paonazza. Noi ti vogliamo bene, tu ci disprezzi!
Ti potrei essere madre, ti dovresti vergognare!
Tienili pure i tuoi soldi!

Non è per i soldi, è per il tuo coraggio, Lucia esplose. Hai vissuto sempre sulle spalle della mamma!
Prima un marito, poi un altro, poi i figli, poi le tue finte malattie!
Mamma sgobba per pagarti la vacanza al mare come se fosse un dovere e tu alle sue spalle la infanghi pure!

Tua figlia è una ragazzina maleducata che parla da carrettiera e ti calpesta,
e tu vuoi insegnare la morale a me?
Tuo figlio nevrotico manipolatore che non conosce la parola no grazie a te!

La zia restò zitta, incapace di replicare.

Lucia! squittì Mariella, balzando su. Bastaaa! Vai in camera! Subito!
No, mamma, io non vado, la guardò negli occhi con un dolore che la fece zittire. Sei qui a ascoltare queste due, che nemmeno conosciamo, mentre infangano tua figlia.
E tu zitta. Glielo permetti.

Laura spinse la sedia minacciosamente, pronta ad avvicinarsi a Lucia coi pugni serrati.

Ora ti insegno io il rispetto minacciò.

Alzò il braccio, pronta a colpirla, ma Marco intervenne, bloccandola al volo.

Provaci, disse piano. Siete impazzite tutte? Zia Rosina, fate la valigia. Noi ce ne andiamo.

Ma noi chi?! strillò Rosina sentendosi sfuggire il comando. Io non mi muovo! Mancano ancora due giorni!

Mariella! I tuoi figli sono impazziti! Aggrediscono le persone!

E, finalmente, Mariella perse la testa. Si avventò su Lucia, la prese per le spalle scuotendola.

Ma perché lhai fatto?! urlò, scoppiando in lacrime. Perché sei uscita?! Potevi startene nel tuo!
Hai rovinato tutto! Siamo una famiglia, non ti vergogni?!

Lucia si liberò, delicata ma decisa. Dentro era successo qualcosa che non si poteva più ricucire.

Non mi vergogno, mamma, sussurrò. Dovresti vergognarti tu. Perché ti fai trattare così da loro.

Si voltò, uscì dalla cucina, Marco la seguì.

In camera fecero i bagagli in silenzio.
Dalla stanza di là, Rosina piangeva a voce alta sulle sue sciagure, Laura la consolava definendo Lucia e Marco due ingrati senza cuore.
Azzurrina, svegliata dal chiasso, si lamentava che disturbavano il suo sonno.

Non possiamo andar via subito, sussurrò Marco sistemando la zip. Il primo autobus è domattina. Dovremo aspettare lalba in stazione.

Meglio la stazione di Firenze che questo porcile. Qui un minuto in più non resto.

E la mamma?

Lucia rimase ferma con una maglietta in mano.

La mamma ha scelto. È rimasta lì, a consolare la sorella.

***

Lucia non parla più con la madre. Anche Marco ha chiuso.
Mariella ha provato a telefonare, dicendo che li perdonava se si fossero scusati con Rosina. Ma Lucia e Marco hanno scelto di rinunciare a quel tipo di perdono.
Ne avevano abbastanza.

Se a mamma piace farsi comandare dalla sorella, auguri.
A loro, senza quei parenti sfrontati, la vita piace di più.

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