Incontro tra Diplomati: Un Racconto di Rimembranze e Legami Indissolubili.

Ricordo ancora quellincontro dei compagni di scuola, così lontano da quando eravamo adolescenti. Avevo paura che non la riconoscessi. Lultima volta che avevo visto Grazia ero quindici anni; ora ne avevamo trentadue, e mi immaginavo come sarebbe stata in quella cittadina di provincia, Città di Castello.

«Sicuramente avrà tre figli e un marito che beve troppo», pensai con amarezza. Non capivo perché fossi così irritato con Grazia: ero stato io a partire, non lei.

Mi accolsero come se fossi un famoso attore, quasi mi sentii fuori posto. Grazia non era tra i presenti, e allora pensai che fosse meglio così: che nostalgia sciocca, non mi serviva più quella Grazia!

Eppure, la vidi.

Le mani di Grazia erano sottili, con vene azzurre come i fiori di campo. Il viso, appuntito e delicato come quello di una volpe, i capelli chiari, sempre tagliati corti e disposti a piccola coronetta, simili a un soffice soffione di dente di leone. Ogni volta mi sembrava più bella, e una volta, senza volerlo, dissi ad alta voce:

«Che graziosa è Grazia»

Il mio compagno di classe, Marco Gubana, scoppiò a ridere e commentò:

«Anche tu lo sbagli! Guarda Elena, è bella, i capelli lunghi, la pelle liscia. Invece Grazia è tutta una macchia e pallida come una farfalla.»

Grazia aveva davvero qualche brufolo, ma per me non le rovinava nulla. Con Marco concetti:

«Forse hai ragione.»

Non sapevo come avvicinarmi a lei: le ragazze non parlavano più con i ragazzi come una volta; se avessi provato a parlare, Elena avrebbe cominciato subito a parlare di fidanzati e fidanzate.

Marco mi lanciò lidea di invitare tutti gli amici al suo compleanno. Il suo appartamento non era grande quanto il mio, ma era accogliente: la madre di Marco inventava indovinelli, e poi giocavamo a trasformatori, quei giochi che ci avevano regalato i compagni, e io ero sempre il più grande.

«Mamma», dissi il giorno prima della festa, «posso invitare tutta la classe?»

«Tutta la classe?», sbuffò la madre. «E dove li mettiamo tutti?»

«Per favore, mamma!»

«Probabilmente non verranno tutti», intervenne il papà da unaltra stanza. «Allora allestisci un buffet, così si muovono, non devono stare fermi al tavolo.»

«E i parenti?»

«Un altro giorno», rispose il papà, «e allora avremo tovaglia, tovaglioli e sette portate»

Così decidemmo. Temevo che Grazia rifiutasse, soprattutto perché non aveva soldi per un regalo. Sapevamo tutti che proveniva da una famiglia numerosa: la madre bibliotecaria, il padre un alcolizzato, e che lei vedeva dolci solo a festa, mentre la giacca la prendeva dalla sorella maggiore. Quando mi avvicinai a Grazia per invitarla, balbettai:

«Vorrei chiederti un favore speciale: potresti disegnarmi una copertina per un disco?»

Grazia non capì subito e io spiegai che il nostro cane Biscotto aveva strappato la copertina del vinile e che ne volevamo una nuova, perché quella bianca mi dava fastidio.

«Avevate un giradischi?», domandò diffidente, sapendo che mio padre possedeva una catena di ristoranti a Milano e che in casa sua cerano solo le ultime tecnologie.

«Sì, ce lho», dissi, scrollando le spalle. «Ma adoro i vinili, specialmente i Beatles, come mio padre. È proprio per loro che il nostro cane ha rovinato la copertina.»

Grazia, ottima disegnatrice, accettò: «Va bene, lo farò.»

Il giorno della festa, mentre metà dei ragazzi giocava alle console e laltra metà guardava un film sul videoregistratore, mostrei a Grazia, a Luca e ad altre due ragazze il giradischi e i dischi. Ascoltavamo di tutto, ma i Beatles erano i miei preferiti; il cane Biscotto aveva cancellato la copertina del loro album.

Allinizio Grazia sembrava annoiata: un giradischi non stupisce più, anche se era il mio. Ma quando partì la musica, rimase immobile, come se fossimo al matrimonio di un re, concentrata al punto da sembrare una statua. Luca si spostò, le ragazze organizzarono una minidiscoteca, e tutti si muovevano come elettricizzati, mentre Grazia rimaneva seduta sul bordo del letto, immobile.

Qualche giorno dopo, tornò e mi chiese:

«Posso ascoltare il disco? Promesso, solo un po.»

«È di mio padre», risposi subito. «Non li presta a nessuno. Ma puoi venire a casa mia quando vuoi.»

«È scomodo», balbettò Grazia.

«È come mettersi i pantaloni sopra la testa e dormire sul pavimento, poco comodo ma gestibile», imitai mio padre. «Il resto è tutto a posto, vieni pure.»

Così nacque la nostra amicizia, iniziata per la musica e poi diventata qualcosa di più, senza trucchi né inganni.

«Alberto, ti interessa davvero questa ragazza?», si lamentava mia madre. «Lei è muta, ti guarda e annuisce a tutto. So che voi uomini amate queste cose, ma è troppo. Cosa avete in comune, è una povera? Dovresti frequentare un liceo migliore!»

«Mamma, non voglio trasferirmi alla fine della città», sbuffai. «La mia scuola è buona, i professori validi, e la prof di latino dice che il mio italiano è eccellente, il vocabolario ricco. Non è così che tutti le scuole sono.»

Mia madre già da tempo parlava del liceo, ma io non volevo trasferirmi, non solo per Grazia, ma perché amavo davvero la mia scuola.

«Lascia che la ragazza si giri la testa», intervenne mio padre, «è una cosa di giovani.»

«Non sto girando nulla!»

Mi arrossii, più arrabbiato, e sentii le orecchie bruciare.

Quella discussione mi diede quasi un anno di libertà: mia madre continuava a guardare in alto quando portavo Grazia a casa, ma non parlò più del liceo. Alla fine del terzo anno, mio padre, nella sua tipica maniera, entrò nella stanza mentre studiavo le forme di Grazia, e tutto cambiò.

Il padre annunciò un giorno:

«Ci trasferiamo a Roma.»

«A Roma?», rimasi senza parole.

«Sto aprendo un ristorante lì, e tu dovrai studiare a Roma, dove la concorrenza è più feroce. Ho già sistemato il liceo e trovato tutor.»

«Non verrò», dissi.

«E dove andrai allora?»

Non avevo più scampo. Grazia, quando seppe, pianse, e io le promisi che avrei finito gli studi e lavrei portata via. Lei, con tono adulto, sospirò:

«Non tornerò più»

Al congedo le diedi quel vinile per cui aveva disegnato la copertina, il disco con cui avevamo condiviso il nostro primo bacio.

Era evidente che lidea di Roma veniva da mia madre; mi sentii tradito sia da lei che da papà. Quando al decimo anno un compagno andò a studiare a Londra, chiese a mio padre:

«Anchio voglio Londra.»

Mia madre pianse, implorò di non lasciarlo solo, ma la realtà della sua paura di perderlo era chiara. Sapevo che avevo un fratello maggiore, morto da bambino per una malattia cardiaca, e che mia madre faticava da tempo a rimanere incinta; capivo il suo timore, anche se talvolta ne provavo un sottile scherno.

A Londra mi divertii: visitai tutti i luoghi legati ai miei idoli, cominciai a fumare, cambiavo taglio di capelli e ragazze ogni settimana. Volevo dimenticare Grazia, preferivo donne di tipo diverso, ma ognuna mi annoiava presto.

Tornai in Italia, aiutando papà nei ristoranti. Avevo alle spalle due relazioni più o meno durature: una con una greca appassionata, laltra con una compagna universitaria, Jane, una britannica pallida con capelli chiari e soffici.

Mia madre, appena tornato, iniziò a presentarmi candidate per il matrimonio; io mi trasferii nellappartamento che papà mi regalò per i miei diciotto anni. Lei mi chiamava, io non rispondevo; papà mi chiedeva di essere più dolce, ma io replicavo:

«Vuole che io abbia successo? Lho avuto. E sposarmi con lei è impossibile, lasci che se ne ricordi.»

Quando Luca mi scrisse, non riconobbi subito il volto nella foto dellavatar; una volta chiarito, accettai volentieri linvito alla riunione dei compagni, anche se non ero più uno di loro.

Lì, la vidi: lo sguardo dolce, senza alcuna traccia di rabbia, diverso da me.

«Ciao», balbettai. «Sei rimasta esattamente la stessa.»

Era vero. Grazia era ancora esile, pallida, con vene azzurre. I suoi capelli ora erano più lunghi.

Da quel momento non notai più nessun altro. Parlammo a lungo. Grazia era sposata, ma divorziata, e aveva un figlio di dieci anni, un ragazzino di nome Giorgio, che portava il mio nome. Quando sentì il mio, rimasi imbarazzato, ma non potevo negare che mi aveva scaldato il cuore.

«Andiamo via con me», dissi allimprovviso, quasi senza pensarci. «Porta tuo figlio, andiamo a Roma, là è meglio di qui.»

«Sei ancora un sognatore», disse lei, triste.

«Capisco, significa no?»

Lei non rispose, girò le spalle e si diresse verso la porta. Non trovai parole per fermarla.

«Allora io vengo con te», rise Arzeleno, una compagna di classe ora comparsa. «In quale hotel sei?»

«Al Central, naturalmente.»

«Ti accompagno», scherzò.

Chiamai un taxi e partimmo.

Quando bussarono alla porta della stanza dalbergo, pensai fosse il servizio di pulizia, ma era troppo tardi. «Forse hanno sbagliato», mi dissi.

Sul soglia cera Grazia, vestita con lo stesso abito, i capelli raccolti in una coda, le narici dilatate per la rabbia.

«E dove è Arzeleno?»

«Chi?»

«Quella che mi ha rubato il marito, ora ti vuole?»

Risi.

«Non cè nessuna Arzeleno qui. Vuoi andare a controllare?»

Feci un passo indietro, Grazia entrò, si guardò intorno, si calmò, si sedette su una sedia.

«Mi ha chiamato Yuliana e ha detto che siete partiti insieme.»

«Lho accompagnata in taxi a casa, da vero gentiluomo, e basta.»

«E non vi siete nemmeno baciati?»

Alzai le mani e, con tono scherzoso, risposi:

«Non sono colpevole!»

«Che cosa? Ha le labbra gonfiate e altro ancora.»

«Non sono venuto qui per questo», dissi.

«Allora perché? Per vedermi, per ricordare la promessa di quindici anni?»

«Stavi aspettando, vero?»

«Mi hai dimenticato il giorno dopo!»

«Anche a me fa piacere, ti ho ricordato solo un po.»

«Allora me ne vado?»

«Vai pure. Ma prima ascoltiamo il disco?»

«Il disco?»

«Sì, ho portato il giradischi.»

Grazia strinse gli occhi, mi guardò beffarda e chiese:

«Quindi mi hai dimenticata, ma il giradischi lo hai portato?»

«Sì, esatto.»

Prese la borsa lasciata allingresso, tirò fuori qualcosa e me lo porse.

Era il vinile la cui copertina aveva ridisegnato e che le avevo dato al congedo.

«Mi hai dimenticato, ma il disco lo hai conservato tutti questi anni?»

Scrollò le spalle. Presi il disco, lo accarezzai con delicatezza, era impeccabile, senza un graffio. Lo posizionai sul giradischi e premessi play. La stanza si riempì di note.

Senza parlare, ci avvicinammo: io le posai le mani sui fianchi, lei le sue sulle mie spalle. Iniziammo a danzare lentamente, come al ballo di fine anno che non avevamo mai avuto. Il rosso delle guance di Grazia si fece più vivo, il cuore di Alberto batteva come dopo una maratona. Il tempo si fermò; nulla contava più. «All You Need Is Love» risuonava dal giradischi, e noi, per un attimo, credemmo che fosse davvero lunica cosa di cui avremmo avuto bisogno.

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