Non è per niente inutile. Racconto.
Ho saputo che suo padre era ancora vivo solo quando mi sono ammalata. Da settimane mi sentivo debole; anche linfermeria della scuola mi aveva dato una ricetta per vedere il neurologo. Ho chiesto a mia madre di prenotare lappuntamento, ma lei lha dimenticato e poi si è rimproverata per ore, pensando a come sarebbero andate le cose se avessimo scoperto la malattia prima.
Come sta? ho ribadito, sperando una risposta.
Mia madre guardava le sue calze; sul grosso dito del piede una buca splendeva come un buco nero.
Sta bene, ha ripetuto, quasi a sé stessa. Scusa.
Non ho più chiesto nulla sul vero padre. Non lo ricordavo, solo il suo nome mi tornava in mente. Dal giorno in cui avevo due anni mi ha cresciuto il patrigno, Carlo, che mi ha anche adottato e che chiamavo papà. Quando ne avevo tredici la nostra relazione si è incrinata: sembrava chiedermi sempre di più, sgridarmi, non lasciarmi vivere. Così ho cominciato a chiedere a mia madre indicazioni, indirizzo, qualche numero, qualunque traccia del vero padre. Lei rimaneva immobile, come una statua muta, mentre sentivo lui e Carlo bisbigliare, forse decidendo se rivelarmi la verità o meno. Per quanto mi scontrassi con Carlo, ero convinta che fosse lui a spingerla a confessare.
È morto, ha detto mia madre. Si è schiantato in montagna.
Strano che gli ho creduto, senza chiedere prove o cercare parenti. Non ho trovato nulla.
Lho chiamato. Accetterà di fare gli esami. Se i risultati saranno buoni, ti farà fare un trapianto di midollo osseo. E tutto andrà bene.
In quel momento ho capito che il bene non sarebbe più tornato. Mai più. Mia madre mi aveva mentito, il padre aveva abbandonato, Carlo si era allontanato, dicendo che non si può amare con la forza. A chi servivo più? Forse per questo mi sono ammalata; la natura si è voluta liberare di ciò che è superfluo.
Non voglio! ho urlato. Niente operazioni, vi odio, non voglio più vivere!
Mia madre ha provato ad abbracciarmi, ma io mi sono strappata via e sono corsa nella mia stanza.
Il cielo si mescolava con la nebbia sospesa, così che lorizzonte era unincognita. Mi piaceva che le mie finestre affacciassero su un campo desolato, anche se mia madre sospirava per il trasferimento, perché gli altri sguardi cadevano sul cortile, che a me sembrava noioso. Così potevo vedere il tramonto, mentre nel cortile cerano solo bambini e vecchiette. Ma quel giorno non cera tramonto; il mondo era avvolto da una foschia grigia che non si diradava nemmeno tra il giorno e la notte. Il buio si espandeva, così come la mia vita.
Quando ho sentito dei passi ho pensato fosse mia madre venuta a chiedere perdono. Era invece Carlo, fermo sulla soglia, quasi temesse che lo scacciassi via.
Non essere arrabbiata con la madre. Voleva solo il meglio.
Il meglio lo sai bene! Ti piacerebbe se ti avessero seppellito così?
Lei gli scriveva, diceva che vuoi incontrarlo. Lui non rispondeva. La madre ha pensato fosse meglio così, ha ripetuto.
Ho mordicchiato il labbro. Non rispondeva. E adesso, sapendo che sta morendo, risponde.
Carlo è uscito di fretta, senza attendere una risposta da me, e si è diretto in cucina.
Solo dopo unora sono tornata da mia madre. In realtà avevo già deciso tutto, ma ho voluto dare a tutti il tempo di calmarsi.
Nella sua camera cera il profumo di vaniglia del suo profumo, che di solito sovrasta gli altri odori, ma io percepivo ancora la polvere fine che madre spolvera sul suo volto, la crema alle fragole per le mani, lodore di libri antichi della biblioteca. Madre adorava prendere libri in prestito, considerandolo un vero lusso. La lampada era spenta, il suo corpo si fondeva con la poltrona, il lungo accappatoio copriva le sue gambe bianche. Non amava le tinture artificiali e trascorreva linverno attendendo il sole destate.
Va bene, ho detto. Che faccia gli esami.
Ho saputo che il padre era in ospedale quando la sua condizione peggiorava, nonostante il medico promuovesse ancora tempo. Ma non cera più tempo. Come me, stava quasi scomparendo.
Mi sdraiavo voltata verso il muro, graffiando con lunghia una striscia di vernice scrostata. Guardavo le crepe e mi sentivo irreale. Tutto intorno a me pareva un sogno. Ho spinto la vernice sotto lunghia, facendo uscire del sangue, sperando di sentire qualcosa di vivo. Il telaio del letto, le voci delle infermiere nel corridoio, lodore dellospedale: sembravano tutti illusioni di un sonno prolungato.
Prima di aprire gli occhi ho sentito il suo odore e ho capito che lo conoscevo. Ho inspirato il profumo di tabacco mescolato allolio da motore, ho espirato convulsamente e ho aperto gli occhi.
Un uomo con il camice bianco appeso alla spalla stava accanto al letto. Aveva il viso abbronzato, increspato dalle rughe, sopracciglia folte, occhi marroni spalancati come i miei.
Ciao, figlia.
La sua voce era bassa, familiare.
Ciao, ho rauciato, tossendo, e ho ripetuto. Ciao.
Il padre non era affatto come lo immaginavo. Aveva una moglie e tre figli. Lavorava come meccanico di tram, una professione che non avevo mai sentito nominare. Gli ho detto che volevo diventare cinologa, ma la madre si opponeva, così avrei studiato veterinaria e poi, comunque, mi sarei dedicata ai cani.
I cani sono migliori degli uomini, ha detto.
Lintervento è andato a buon fine. Aspettavo che il padre venisse a trovarmi o, almeno, a chiamarmi, ma non è mai apparso. Invece madre e Carlo si alternavano ogni due giorni: madre lasciava un sentore di vaniglia e nuovi libri, senza accorgersi che i vecchi non li aprivo più. Carlo restava accanto a me, raccontando sciocchezze anche quando ero rivolta al muro.
Il giorno della dimissione ho anche io aspettato il padre. Credevo che sarebbe arrivato. In attesa del medico, mi sono alzata, ho guardato la finestra semiaperta con le impronte sfocate di piccole mani, ho fatto un passo fuori, inspirando laria fresca e umida, sentendo il pavimento dondolare come se fossi su una barca in un fiume in piena. Nella stanza non cera più nessuno, così ho spalancato la finestra. Il vento ha colpito il mio volto, portando odori di reni gonfi, terra umida, asfalto polveroso. Le auto sfrecciavano, spaventando stormi di passeri vivaci. Il cielo azzurro primaverile mi accecava gli occhi.
Ho pensato a lui: le sue mani robuste impregnante di fuliggine, i capelli diradati, pettinati di lato per nascondere la calvizie giallastra, il suo lavoro quotidiano di riparare i tram. Ora, quando vedrò quei veicoli metallici con le antenne a forma di corna di un insetto, penserò a lui. Alle rughe sul suo viso, al sopracciglio spostato, alle parole che non dirà mai.
Al piano di sotto, Carlo e madre si tenevano per mano, come se una tempesta li avesse intrappolati, i piedi non reggevano, come il mio corpo dopo la lunga malattia. Stavano per andarsene quando la porta si è spalancata, laria fuori profumava di sole e di acqua. Il padre, con la giacca da lavoro, tiene la porta. In mano un mazzetto di tulipani. Ho asciugato le lacrime con il palmo, ho sorriso e ho fatto un passo avanti.






