Io lo so meglio
Ma che cosè tutto questo Leonardo si accovacciò davanti alla figlia, osservando le macchie rosa sulle guance. Di nuovo…
La piccola Gisella, quattro anni, stava immobile al centro della stanza, paziente e con unespressione seria che non sembrava nemmeno infantile. Ormai si era abituata a queste visite mediche, ai volti preoccupati dei genitori, alle pomate e alle pillole senza fine.
Francesca si avvicinò, si sedette accanto al marito. Le dita sottili aggiustarono con delicatezza una ciocca di capelli sulla fronte della figlia.
Queste medicine non servono a niente. Proprio niente. È come se le dessimo acqua. E i medici del consultorio… non si capisce chi siano. Terza volta che cambiano la cura, ma niente di niente.
Leonardo si rialzò, si massaggiò la radice del naso. Fuori la luce era grigia, e la giornata prometteva di essere sbiadita come tutte quelle passate. Si vestirono in fretta Gisella con una giacca calda e il cappello, e dopo mezzora erano già seduti in casa di sua madre.
Rosa sospirava, scuoteva la testa, accarezzava la schiena della nipotina.
Così piccola, e già tanta medicina. Che fatica per il suo corpicino, la fece sedere sulle ginocchia e Gisella si strinse come sempre alla nonna. Mi fa male vederla così.
Preferiremmo non darle nulla Francesca sedeva sulla punta del divano, le mani intrecciate Ma lallergia non se ne va. Abbiamo tolto tutto, davvero tutto. Mangia solo cose semplici, eppure la pelle è sempre piena di macchie.
E i medici, cosa dicono?
Nulla di concreto. Non riescono a capire. Facciamo analisi, prove, test… Francesca fece un gesto vago. Questo è il risultato: le guance.
Rosa aggiustò il colletto alla bambina.
Speriamo le passi, ogni tanto ai bambini poi va via da sola. Ma ora… non cè proprio niente di rassicurante.
Leonardo osservava la figlia senza parlare. Così piccola, così magra. Occhi grandi, attenti. Le accarezzò il capo, e nella mente gli tornò il suo stesso passato, quando rubava la focaccia dalla cucina che la mamma preparava il sabato mattina, quando chiedeva i cioccolatini, quando mangiava la marmellata col cucchiaio direttamente dal vaso. E ora la sua bambina… Verdure bollite, carne lessa, acqua. Niente frutta, niente dolci, nessuna vera merenda da bambini. Quattro anni ma la sua dieta era più rigida di quella di chiunque.
Non sappiamo più cosa togliere disse sottovoce. Ormai… non resta quasi nulla.
Il ritorno fu silenzioso. Gisella si addormentò nel sedile dietro, Leonardo ogni tanto la controllava dallo specchietto. Dormiva tranquilla, almeno non si grattava.
Mia madre ha chiamato, disse Francesca. Vuole che portiamo Gisella il prossimo weekend. Ha dei biglietti per il teatro dei burattini, vuole portarci sua nipote.
In teatro? Leonardo cambiò marcia. Ottimo. La farà distrarre.
Sì, credo che le farà bene pensare ad altro.
…Il sabato Leonardo parcheggiò davanti alla casa della suocera, prese Gisella dal seggiolino. La bambina sbadigliava, si stropicciava gli occhi con i pugnetti svegliata presto, ancora stanca. La prese in braccio e lei subito infilò il naso caldo e leggero nel suo collo, come un passerotto.
Maria Assunta scivolò sulla soglia in una vestaglia fiorita, spalancò le braccia come se avesse trovato una naufraga.
Oh, amorina mia, sole mio, strinse Gisella sul petto enorme. Che pallida, quanto è magra. Le guance sono cadute. Lavete rovinata con tutte queste diete, lavete consumata.
Leonardo infilò le mani in tasca, trattenendo lirritazione. Ogni volta la stessa storia.
Lo facciamo per il suo bene. Non per scelta, lo sai.
Che bene e bene la suocera strinse le labbra, guardando la nipote come se fosse tornata da un campo di prigionia. Pelle e ossa. Una bambina deve crescere, ma la affamate.
Portò Gisella in casa senza nemmeno voltarsi, la porta si richiuse con un clic. Leonardo restò fermo sul vialetto. Gli graffiava qualcosa in fondo alla mente, unintuizione che non prendeva forma, che sfumava come una nebbia dalba. Si massaggiò la fronte, rimase ancora un minuto davanti al cancello, ascoltando il silenzio del giardino altrui. Poi fece un gesto e tornò allauto.
Un weekend senza bambina: una sensazione strana, quasi dimenticata. Sabato lui e Francesca andarono allipermercato, spingevano il carrello tra gli scaffali, riempiendo la spesa per la settimana.
A casa, Leonardo passò tre ore con la rubinetteria del bagno che perdeva da mesi. Francesca svuotava armadi, tirava fuori vecchi vestiti da buttare. Le solite fatiche domestiche, ma senza la voce di Gisella la casa sembrava sproporzionata, troppo vuota.
A cena ordinarono una pizza quella con mozzarella e basilico che Gisella non poteva mangiare. Aprirono una bottiglia di Chianti. Seduti in cucina, parlavano di nulla come non facevano da tempo. Del lavoro, dei progetti per le ferie, della ristrutturazione che non finiva mai.
Che pace, improvvisamente disse Francesca, mordendosi poi le labbra. Cioè… insomma, hai capito. È solo… silenzioso. Tranquillo.
Capisco, Leonardo le coprì la mano con la sua. Anche a me manca. Ma riposare ci serve.
Domenica pomeriggio andò a riprendere la figlia. Il sole tramontava, avvolgendo le strade in una luce arancione densa. La casa della suocera si nascondeva dopo vecchi meli, e sembrava quasi amichevole nel tramonto.
Leonardo scese dallauto, spinse il cancello che cigolò e rimase bloccato a metà passo.
Sul gradino della soglia cera Gisella. Accanto a lei Maria Assunta, china sulla nipote con unespressione di pura felicità. Teneva in mano una focaccia. Grande, dorata, unta dolio. Gisella la mangiava. Le guance tutte sporche, il mento pieno di briciole, gli occhi felici e luminosi come non li vedeva da troppo tempo.
Leonardo rimase a fissare. Poi una rabbia bollente saliva dal petto.
Si avvicinò di tre passi, strappando la focaccia dalle mani della suocera.
Che cosè?!
Maria Assunta si ritrasse, le guance diventate rosse fino alla radice dei capelli.
Tremando, agitava le mani come per scacciare la collera di Leonardo.
Ma era solo un pezzettino, minuscolo! Non è niente, che sarà mai una focaccia…
Leonardo non ascoltava. Prese Gisella tra le braccia la bambina si zittì spaventata, si aggrappò al giubbotto e la portò allauto. La mise nel seggiolino, allacciò le cinture. Le dita tremavano per il nervoso. Gisella lo osservava con occhi rotondi, le labbra già pronte a piangere.
Va tutto bene, cucciola, le accarezzò la testa con un tono pacato. Aspetta qui un attimo. Papà torna subito.
Chiuse lo sportello e tornò verso casa. Maria Assunta era ancora sulla soglia, stringeva il bordo della vestaglia, le macchie sul viso.
Leo, tu non capisci…
Io non capisco?! Si fermò a due passi, e arrivò il fiume. Sei mesi! Sei mesi senza riuscire a capire cosa avesse nostra figlia! Esami, analisi, test allergici hai idea di quanto abbiamo speso? Quanta ansia, quante notti senza dormire?
Maria Assunta si avvicinò alla porta, tremando.
Io volevo solo aiutare…
Aiutare?! Leonardo si mosse verso di lei. Labbiamo cresciuta con acqua e pollo bollito! Tolto tutto dal menù! E tu, di nascosto, le dai focacce fritte?!
Facevo per rinforzare il suo corpo! la suocera si fece coraggio, sollevò il mento. Un po alla volta, così si abitua. Ancora qualche volta e ne sarebbe uscita, grazie a me! Lo so io, ho cresciuto tre figli!
Leonardo la guardava come straniero. Quella donna, sopportata per anni per amore della moglie, per mantenere la pace avvelenava sua figlia. Volontariamente. Convinta di sapere più dei medici.
Tre figli ripeté piano, e la suocera impallidì. E allora? Ogni bambino è diverso. Gisella non è tua figlia, è mia. Non la vedrai più.
Cosa?! la suocera si aggrappò alla ringhiera. Non puoi farlo!
Sì che posso.
Tornò allauto senza voltarsi, dietro di lui urlavano. Ma Leonardo guardava avanti. Mise in moto, nello specchietto la sagoma di Maria Assunta che saltava fuori dal cancello, urlando. Premette sullacceleratore.
A casa Francesca li aspettava allingresso. Visto il volto del marito, la figlia con le lacrime capì tutto senza parole.
Cosè successo?
Leonardo spiegò. Breve, secco, senza emozioni quelle le aveva lasciate davanti casa. Francesca ascoltava in silenzio, la faccia si induriva. Poi prese il telefono.
Mamma. Sì, Leo mi ha detto. Ma come hai potuto?!
Leonardo portò Gisella in bagno per lavarle la focaccia e le lacrime dalla faccia. Dallaltra stanza, la voce di Francesca, tagliente, diversa. Redarguiva la madre come non aveva mai fatto. Alla fine: «Finché non capiamo lallergia, Gisella non la vedi più».
Passarono due mesi…
Il pranzo della domenica da Rosa era diventato abitudine. Oggi cera una torta: pan di spagna con crema e fragole. E Gisella la mangiava. Da sola, con un cucchiaio grande, tutta sporca. Sulle guance nessuna macchia.
Chi lavrebbe mai detto Rosa scuoteva la testa. Olio di girasole. Unallergia così rara.
Il dottore ha detto che succede a uno su mille Francesca spalmava burro su una fetta di pane. Tolto completamente, siamo passati allolio doliva due settimane e le macchie sono sparite.
Leonardo osservava la figlia senza stancarsi. Guance rosa, occhi luminosi, crema sul naso. Una bambina felice che finalmente mangia come tutti. Torte, biscotti, tutto senza olio di girasole. E ce nè tantissimo.
Con la suocera i rapporti restavano freddi. Maria Assunta chiamava, piangeva al telefono, chiedeva scusa. Francesca rispondeva breve, distaccata. Leonardo non parlava affatto.
Gisella allungò di nuovo il cucchiaio verso la torta, e Rosa avvicinò il piatto.
Mangia, piccola. Mangia di gusto.
Leonardo si rilassò sulla sedia. Fuori pioveva, ma la casa era calda e profumava di dolci. Sua figlia stava meglio. Il resto non contava più.



