Jack, non contare i corvi! Da diversi giorni Jack rifiutava il cibo che gli portava Ludmila: — Ma dai, caro, sono le stesse polpette che ti comprava il signor Michele. Non verrà ancora per un po’… Non aspettarlo, — Ludmila allargava le braccia… Che scena strana… Alla lunga fermata gialla del pullman, tutti gli operai della fabbrica erano raggruppati da un lato mentre dall’altro non c’era nessuno, se non un cane fulvo e arruffato sdraiato davanti alla panchina… Jack aveva già quasi quattro anni e conosceva la vita come le sue quattro zampe. Passava le giornate alla fermata degli autobus, proprio davanti allo studentato. Dietro, la fabbrica e oltre solo la campagna. Niente di interessante – lì Jack c’era già stato, e più volte. Come fosse diventato “Jack”, nemmeno lui sapeva più. Così lo chiamavano alcune donne giovani dello studentato, che, impietosite dalla sua sorte, ogni tanto lo sfamavano. Per il resto, la gente lo evitava. Jack non ti guardava mai in modo languido né scodinzolava simpaticamente… Era un cane già adulto, ma col caratteraccio di un vecchio brontolone. Jack terrorizzava tutti con il suo cattivo umore. La gente… Cosa si può dirne di buono? Della maggior parte? Niente, davvero! Quelle due ragazze che lo nutrivano Jack concesse nella sua clemenza di non metterle “tra la maggioranza”. Jack non amava la gente, non amava i corvi e guardava con disprezzo i passeri che cinguettavano e si bagnavano nelle pozzanghere. Il tempo in cui sei cucciolo e credi che ogni essere umano voglia solo accarezzarti, finisce. Era finito anche per Jack. Anzi, secondo lui, le persone e i corvi facevano suoni altrettanto spiacevoli. Si mettevano a litigare per la fermata, a spintonarsi. E spingevano via il cane, per non averlo tra i piedi. Perché amarli? Nemmeno vale la pena chiederselo… Quanto ai corvi era un’altra storia: quei ladri si prendevano il poco cibo che le ragazze dello studentato lasciavano a Jack. Jack li scacciava, i corvi volavano via per poi tornare, pronti a tornare all’attacco senza arrendersi. Così passavano le giornate: Jack litigava coi corvi, li contava per vedere chi perdeva per primo un pezzo di coda, e poi abbaiava ai bipedi… Alla fermata gialla, insomma, non si stava neanche male. Non era certo un palazzo, ma un riparo da vento e pioggia c’era sempre, e anche l’ombra nei giorni caldi. Solo c’era sempre troppa gente… — Ma guarda come si è sdraiato, il signorino! Lascia passare, va’! — una scarpa interrompeva il sonno del cane. Jack apriva gli occhi. La scarpa tentava di scavalcarlo, ma il padrone della fermata non era d’accordo: “Vuoi fare a botte? Te la faccio vedere io!” Jack si alzava di scatto. La scarpa voleva scappare sana, ma proprio allora arrivava il bus dell’uomo. La cosa che Jack odiava di più era vedere le persone saltare felici sul bus, lasciandolo vittorioso solo su metà del campo di battaglia. Ma in effetti, la scarpa rimaneva lì, come un trofeo. Sola e senza padrone. “Ti sta bene!” pensava Jack, soddisfatto. Rosicchiava il trofeo con cura e poi trascinava la scarpa vicino al cestino dell’immondizia. — Tania, lascia stare quel cane matto! — una signora bionda strattonava l’amica più in là. — Un bestione così, nessuno lo tiene a bada, — annuiva un uomo con la sigaretta. La cicca volava vicino al cane, che ringhiava di nuovo. L’uomo, brontolando, si spostava all’altro lato della fermata… ***** Il giorno dopo Jack incontrava di nuovo il padrone della scarpa. Con lui c’era un altro uomo. — Eccolo! — il dito del “della Scarpa” indicava furioso Jack, tenendosi comunque a distanza di sicurezza. — Quel cane aggressivo! Fate qualcosa! — Cosa dovremmo fare? — l’altro uomo si stringeva nelle spalle. — Non siete mica il primo a lamentarsi, ma in questo paese non abbiamo il servizio per prendere i cani randagi. Il “della Scarpa” abbassava il dito e gesticolava come una gazza parlando a raffica. Jack ascoltava a orecchie dritte. Alla fine anche il secondo uomo si metteva a urlare. Jack li guardava soddisfatto: che scena, meglio di una battaglia fra corvi per una noce! Al “della Scarpa” sembrò pure di vedere un sogghigno comparire sul muso di Jack. Possibile? — Io proteggo lo studentato, non la fermata! — il custode tornava verso il suo posto. Poi però si fermava e tornava indietro: — Buttagli un osso ogni tanto e non ti caccerà più dalla fermata. — Grazie eh! Magari la prossima volta gli porto anche metà delle mie polpette! — replicava sardonico il “della Scarpa”. E rivolto a Jack: — E tu, cane? Niente da ringhiare oggi? Bel tipo! La “bestia”, capendo benissimo il tono, aiutava di nuovo a mandare il signore nel bus, abbaiandogli dietro come un diavolo scatenato. Il signore col viso ormai rosso, che tutti chiamavano Michele, lo fissava anche dal finestrino appannato del bus, sempre brontolando… L’ennesimo incontro era inevitabile. Ora Michele era appena diventato vicedirettore dello stabilimento. Tutto per lui era nuovo, anche la rogna con questo randagio della fermata. Capitava proprio a lui in un periodo in cui anche la sua auto era in officina: ogni mattina lo aspettava il solito abbaiare furioso. Perché questo demonio con la coda ce l’aveva sempre con lui?! Da quel giorno, Jack sembrava odiare solo Michele. Gli altri umani erano diventati invisibili per lui. Jack non vedeva l’ora che arrivasse il pullman di Michele: gli bastava l’odore della sua scarpa per agitarsi! Stufo degli sguardi e dei commenti degli altri, Michele aveva deciso di seguire il consiglio del custode: prendere una polpetta in mensa e offrirla a Jack. — Tieni! – rovesciava il regalo dal sacchetto davanti all’autobus sperando in un miracolo. Jack era lì lì per scortare “il della Scarpa” sul pullman a suon di abbaiate, ma il profumo della polpetta era irresistibile. La polpetta spariva in un attimo, lasciando solo il profumo tra la polvere… Jack leccava il pavimento, poi lanciava uno sguardo al suo uomo. — Guarda che faccia! Ne vuoi altra? Eh no caro! Sono single, non so nemmeno cucinare le polpette. E se ogni giorno te le porto dalla mensa, la tua faccia cattiva scoppierà tutta! ***** La mattina seguente Michele rimaneva colpito da un silenzio insolito. — Michele, cosa succede? Jack non ti abbaia più! — rideva la segretaria, signora Ludmila. — Sì, Ludmila, ora mi rispetta, — rispondeva Michele ancora perplesso guardando Jack. Da quel giorno il cane fulvo cominciava ad aspettare la polpetta che Michele portava ogni mattina. Forse, pensava Jack, non tutti gli uomini sono stupidi come sembrano. Forse sono diversi dai corvi che litigano all’alba per un coperchio… L’inverno si avvicinava. Un mattino la fermata era coperta da uno strato di neve fresca. Col primo vento gelido, Michele lasciava la solita polpetta e un altro regalo davanti a Jack. Il cane tremava, pronto a divorare la sua colazione. Non faceva nemmeno in tempo a vederla che la polpetta spariva subito: polpetta magica… Michele fissava il cane tremolante. — Arriva il bus, Michele, — Ludmila lo tirava per il cappotto, ma l’uomo restava lì. — Uffa! — sbuffava Michele, allontanandosi dalla fermata. Poco dopo tornava e, con un guanto nero, accarezzava Jack. — Hai freddo eh, randagio? Stenditi sul cartone, è meno freddo. Mettiamo qui questa scatola, che fa meno corrente… Ecco un’altra polpetta… ***** Sabato Michele restava a casa. I giardini davanti alla sua villetta erano sotto una coltre di neve. Il vento gelido soffiava forte. Michele preparava la colazione – uova e salame – poi si metteva a spalare la neve. Ma col pensiero era sempre lontano… A un tratto, guardava i fiocchi di neve volteggiare nell’aria. Lanciava la pala e correva fuori dal cancello… Alla fermata non c’era nessuno. Jack sapeva che in certi giorni la gente quasi non circola e il bus si svuota in un attimo. In quei giorni il suo stomaco brontolava più forte. Le ragazze dello studentato non si vedevano… Jack sapeva che doveva fare un bel po’ di strada fino al negozio vicino alle case: lì, forse, avrebbe racimolato qualcosa. Era pronto a lasciare il suo rifugio quando si fermava davanti a lui un bus. — Dove vai? Vuoi perderti nella tormenta? Michele lasciava a Jack delle salsicce. Il cane le divorava come se stesse per sparire tutto. — Oggi niente polpette, la mensa è chiusa, — si giustificava Michele. — Guarda cosa ti ho portato… Alla fermata spuntava una scatola grande con dentro una coperta vecchia. — Non avevo nient’altro. Vai, entra lì: almeno è un po’ più caldo… All’improvviso neve e vento non esistevano più per Jack. Sentiva solo un gran calore dentro di sé: una sensazione nuova. Nessuno aveva mai fatto niente di simile per lui… ***** Da giorni Jack rifiutava il cibo che gli portava Ludmila. — Sono le stesse polpette che ti portava Michele. Lui non viene ancora, si è preso un gran raffreddore… Non aspettarlo, — sospirava Ludmila. Jack la guardava con le orecchie basse. Scattava ogni volta che si apriva la porta del pullman, nella speranza di vederlo. Ma niente… Sentendosi solo, si acciambellava nella coperta dentro la sua scatola, mentre i corvi si azzuffavano per un tozzo di pane dietro la fermata. Ognuno portava via la preda nel suo rifugio segreto. Jack li fissava. Bah! Sciocchi uccelli! Anche lui aveva un nascondiglio segreto, una tana sotto la pensilina, proprio dietro il cestino. Ci si infilava, pensieroso: non era come quei corvi che dimenticavano i posti nascosti delle loro “ricchezze”. Ecco lì la scarpa… Se la ricordava bene! La odiava tanto, all’inizio. E ora? Qualcosa di inspiegabile gli straziava il cuore. Trascinava fuori la scarpa. Dov’era Michele? Ormai sapeva che la gente chiamava lui “il suo uomo”. Ma può un vero cane perdere il proprio padrone, una volta che finalmente lo trova? Ringhiava ai corvi: “Basta! Non voglio stare più qui con voi!” — Michele! Michele! Jack drizzava le orecchie: una ragazza col telefono invocava proprio quel nome. — Prendo il bus… Ho preso i documenti da firmare… Ludmila saliva sul pullman senza notare la coda fulva che la seguiva come un’ombra… ***** Il cane, pieno di speranza, fissava la ragazza che chiamava il suo uomo. Ludmila, avvolta nella sciarpa, scendeva dal bus. Jack la seguiva con la scarpa in bocca. Aveva il cuore leggero. Ma come aveva potuto pensare che quella neve fosse così cattiva? Ludmila suonava il campanello e, dopo poco, una voce familiare rispondeva. Jack abbaiava forte. Ludmila, sorpresa, scivolava nella neve mentre il plico di documenti atterrava tra i fiocchi… — Michele, mi aiuti prima a rialzarmi invece di abbracciare il cane? Gli occhi di Michele brillavano umidi. Da dove venivano quelle lacrime? — Sei venuto da me? Mi hai portato pure un pensierino? — continuava emozionato, stringendo il cane con una mano e la scarpa con l’altra. Ludmila, naturalmente, si rialzava e si scaldava con una tazza di tè. — Non ho mai capito, Michele, — diceva guardando Jack che si aggirava curioso in cucina, — perché non ti sei mai portato il cane a casa prima? Un casolare, con tutto lo spazio che vuoi… — Avevo paura, — sospirava Michele, — stavo solo da troppo tempo. Un cane è una responsabilità, è come una piccola famiglia… Ma ora non lo lascio più andare. Appena guarisco, imparerò a fare le polpette da solo… — Quindi dovevo venirti a prendere per sfinimento? — Ludmila rideva, scuotendo la testa. — Beh, meno male che Jack è venuto lui da te! E Ludmila provava a nascondere il sorriso sorseggiando il suo tè…

Gianni, smettila di contare le gazze!
Da qualche giorno Gianni rifiutava il cibo che gli portava Lucia.
Ma dai, tesoro, sono le stesse polpette che ti comprava il signor Matteo, non tornerà per un po… Non aspettarlo, sospirava Lucia, allargando le braccia…
Che scena strana… Alla lunga fermata gialla dellautobus, tutti gli operai dello stabilimento, in attesa, si erano ammassati da una parte. Laltra metà era vuota, fatta eccezione per un cane rossiccio, dal pelo arruffato, sdraiato pigramente davanti alla panchina…
Gianni aveva passato i tre anni detà e la vita la conosceva quanto le sue quattro zampe. Trascorreva intere giornate vicino alla fermata, lì accanto alla casa dello studente. Dietro, cera lo stabilimento e, poco oltre, un campo sterminato. Nulla di nuovo Gianni aveva già esplorato tutto.
Neanche si ricordava più come avesse preso il nome: Gianni. Così lo chiamavano un paio di ragazze della casa dello studente, intenerite dalla sua storia, che ogni tanto gli lasciavano un boccone. Per il resto, tutti lo scansavano volentieri.
Gianni non guardava mai nessuno con quegli occhi malinconici che fanno impietosire. Non scodinzolava felice…
Era diverso, Gianni. Anche se aveva solo tre anni abbondanti, sembrava un vecchio brontolone che nulla riusciva a rendere felice. Spaventava le persone col suo caratteraccio.
Che si può dire, bene, delle persone? Della maggior parte di loro… Mah, niente proprio! Solo quelle due ragazze che gli portavano da mangiare meritavano unesclusione dal mucchio.
Non amava né la gente né le gazze, guardava disgustato persino i passeri che schiamazzavano nelle pozzanghere.
Quando sei cucciolo, pensi che ogni mano umana sia fatta per accarezzarti. Una fase che passa in fretta. Laveva superata da tempo, Gianni.
Alla fine, secondo lui, gli esseri umani somigliavano proprio alle gazze: stesso baccano, stesso vociare fastidioso. Litigavano appena arrivava lautobus, si spingevano, lo scacciavano a calci.
E chi li vuole? Neanche cerca più il motivo
Con le gazze era quasi una guerra. Quelle impudenti gli rubavano i pochi bocconi lasciati dalle sue amiche dellalloggio.
Si lanciava addosso agli uccelli, che volavano via. Ma sempre pronte a tornare, testarde. E così la giornata passava, tra litigi con le gazze, conti di chi fra loro avesse ancora unintera coda con cui pavoneggiarsi, e qualche abbaio ai bipedi…
Insomma, a quella fermata gialla, Gianni tirava avanti. Non era certo una villa, ma tra vento e pioggia un riparo lo trovava sempre. Ombra nei giorni caldi troppa gente, però.
Ehilà, guarda come sei steso! Spostati che devo passare! una scarpa interruppe la sua pennichella.
Gianni aprì un occhio. La scarpa tentò di scavalcare le sue zampe, ma lui la prese sul serio:
Vuoi lottare? Aspetta un po!
Balzò subito in piedi. La scarpa sgusciava via, quando il suo autobus finalmente arrivò.
Quello che Gianni proprio non tollerava era vedere la gente saltare sullautobus e scappare via così. Quante vendette gli erano sfuggite!
La scarpa, però, si era staccata dal padrone e giaceva lì, sola e abbandonata.
Ben ti sta! pensò Gianni, soddisfatto del risultato. Si gustò la vittoria mordicchiando la scarpa da ogni lato, poi la trascinò con orgoglio vicino al bidone dellimmondizia.
Martina, allontanati da quel cane matto una donna bionda tirò via lamica.
Un cane selvaggio, nessuno lo tiene a bada, fece eco un uomo con la sigaretta.
Un mozzicone volò vicino alla pattumiera, sfiorando Gianni. Il cane sbottò in un latrato. Luomo, imprecando, si spostò allaltro capo della fermata
*****
Il giorno dopo, Gianni si trovò davanti di nuovo il padrone della scarpa. Stavolta laccompagnava un altro uomo.
Eccolo! il dito delluomo indicava furioso Gianni, tenendosi a debita distanza Questo cane aggressivo! Fate qualcosa!
E cosa dovrei fare? rispose laltro, alzando le spalle. Non sei mica il primo: ma qui in paese mica funziona il servizio per accalappiare cani
La scarpa tolse il dito e cominciò a gesticolare come una gazza impazzita, Gianni ascoltava tutto, testa alta, orecchie dritte.
Alla fine anche laltro iniziò a sbraitare. E Gianni si mise a fissare divertito i due umani. Che spettacolo!
Ma sei tu che devi fare la guardia! sbraitò la scarpa, indignata.
Gianni non perse tempo, stavolta non abbaiò neanche. Ehi, i bipedi che se la dicono di santa ragione! Più divertente ancora della battaglia tra due gazze per una noce!
Al padrone della scarpa parve perfino di vedere un ghigno sornione sul muso di Gianni. Ma si sarà immaginato tutto, dai…
Io faccio la guardia allalloggio, mica alla fermata! rispose il vigilante, tornando al suo posto. Poi si voltò: Ma buttagli un osso, così almeno ti lascia in pace!
Lo diceva pure per dargli un consiglio sensato.
Eh, grazie! Magari gli porto metà delle mie polpette dalla mensa? si innervosì il padrone della scarpa. E, lanciando uno sguardo al cane: E tu, bestia, non puoi neanche ringhiare? Sei proprio una furia!
La furia, come a cogliere loffesa, lo aiutò con entusiasmo a saltare sullautobus in tempo record.
Gianni abbaiò alla corriera, mentre la faccia arrossata di Matteo sì, il padrone della scarpa si chiamava Matteo continuava a brontolare dietro il finestrino appannato…
Ovviamente, il loro destino era di beccarsi di nuovo alla fermata. Matteo aveva appena ottenuto il posto di vice direttore allo stabilimento.
Tutto nuovo, tutto da imparare, e ora questa seccatura col cane randagio della fermata. Poi, la macchina era dal meccanico: quindi ogni mattina lo aspettava labbaio furioso. Cosa gli aveva fatto questo diavolo peloso?
Sembrava che, da quel giorno, Gianni ce lavesse solo con Matteo. Degli altri, il cane non si curava più.
Se ne stava in attesa fino a che non vedeva arrivare lautobus di Matteo!
Stufo degli sguardi ironici dei colleghi, Matteo decise di ascoltare il consiglio del vigilante e di portare una polpetta a Gianni dalla mensa.
Tieni, – rovesciò il cartoccio con la polpetta davanti alla fermata, scrutando il cane in attesa.
Gianni era già pronto allattacco, ma il profumo irresistibile lo tentò: si avvicinò di soppiatto…
La polpetta sparì in un attimo, come se non ci fosse mai stata. E lasfalto polveroso conservava ancora il profumino più buono del mondo. Leccandosi i baffi, Gianni guardò con aspettativa luomo.
Pure! Non ti basta, eh? Mia moglie non ce lho, non so cucinare le polpette. E dalla mensa, sai che fatica venire ogni volta solo per te! Vediamo quanto dura, muso duro!
*****
La mattina dopo, Matteo rimase spiazzato.
Matteo, ti ha tolto il saluto Gianni? Guarda, non ti abbaia neanche più! rise Lucia, la segretaria paffutella.
Eh già, Lucietta, ora mi rispetta, gongolava Matteo, anche se quella scena gli sembrava incredibile.
Da quel giorno il cane rossiccio divenne abitudinario: la polpetta arrivava puntualmente con Matteo.
Daltronde, forse non tutti gli umani sono sciocchi come pensava Gianni. Forse, sono diversi dalle gazze che litigano ogni mattina per un tappo lucido?
Linverno bussava piano. Una mattina, la fermata gialla era ricoperta di un velo bianco. Un vento gelido arrivava dai campi insieme ai primi fiocchi di neve.
Matteo, come da rito, piazzava la polpetta e altri bocconcini davanti al muso di Gianni.
Il cane, rabbrividendo, annusava e ingoiava tutto senza quasi accorgersene. Come sempre, una polpetta fantasma!
Matteo rimase ad osservarlo tremare.
Autobus, Matteo, disse Lucia, tirandolo per la giacca, ma lui fece un cenno di no.
Eh! sbuffò Matteo, tornando verso lingresso dello stabilimento con un sospiro più amaro del solito.
Poco dopo, una mano in guanto di pelle nera si chinò a dare una carezza a Gianni. Il cane lo guardò.
Eh, infreddolito, eh, vagabondo? Non sei più tanto battagliero. Su, sdraiati qui sul cartone, almeno stai più caldo. Mettiamolo di lato… Ecco, una polpetta ancora…
*****
Sabato, Matteo era a casa. I fiori davanti alla villetta che aveva comprato appena fuori città erano coperti da uno strato di neve. Un vento gelido faceva mulinare i fiocchi nellaria.
Matteo si era fatto unomelette con la salsiccia. Dopo colazione prese la pala e andò a spalare il vialetto. Le braccia lavoravano, ma i pensieri volavano altrove…
A un certo punto si fermò a guardare le danze dei fiocchi. Sbuffò qualcosa di incomprensibile, mollò la pala e uscì dal cortile quasi correndo…
Alla fermata non cera anima viva. Gianni lo sapeva: certi giorni la gente quasi non si vedeva. Il bus apriva ugualmente le sue porte, ma ne scendevano solo due o tre persone.
In quei giorni la fame si faceva sentire di più. Dalle ragazze dellalloggio nessuna traccia…
Gianni si alzò: sapeva che doveva camminare ancora molto prima di riuscire a raggiungere il negozietto di quartiere, magari beccare qualche briciola.
Si preparava ad abbandonare il suo rifugio quando un autobus si fermò davanti a lui.
Dove vuoi andare? Vuoi perderti nella bufera?
Matteo scese con due confezioni di würstel. Gianni divorava come se stessero per sparire da un momento allaltro.
Oggi niente polpette, la mensa è chiusa, si giustificò Matteo per qualche strana ragione. Però ti ho portato anche questa…
Apparve una grande scatola con dentro una coperta vecchia, ma pulita.
Non ho saputo inventarmi nientaltro. Entra, su… lì almeno si sta meglio.
Dun tratto, per Gianni, freddo e neve scomparvero. Si sentiva avvolto da una cosa calda, rara.
E pensava solo una cosa: nessuno aveva mai portato una cosa così a lui…
*****
Da diversi giorni, Gianni ancora snobbava il cibo che gli portava Lucia.
E dai, tesoro, sono sempre le stesse polpette che ti prendeva Matteo! Lui non viene perché è proprio malato stavolta… Non lo aspettare, sospirava Lucia.
Gianni con le orecchie basse la fissava.
Scattava in piedi a ogni apertura di porta, a ogni discesa dal bus. Ma non cera.
Si sdraiava sconsolato sulla coperta, nella sua scatola. Dietro la fermata, le gazze litigavano per un pezzo di pane, ognuna voleva il suo tesoro.
Gianni li fissava malinconico. Uff! Quegli uccelli stupidi! Anche lui aveva un posto segreto: un buco sotto la fermata, proprio dietro il cestino.
Si fiondò di corsa e, scavando nella memoria, recuperò la scarpa. Certo che non laveva dimenticata. Un tempo la odiava. Ora…
Cosera quel sentimento che gli girava dentro? Estrasse la scarpa. Dovera Matteo? Ormai Gianni aveva capito che anche le persone hanno i loro nomi. Il suo era diventato… Il suo umano.
Ma era davvero un amico? Che cane sei, se ti ritrovi un umano tutto tuo e poi lo perdi?
Imprecò alle gazze. Qualcosa di profondo si scuoteva dentro di lui. Basta! Basta con tutto questo! Non voglio più stare qui con voi!
Matteo, Matteo!
Gianni drizzò le orecchie speranzoso guardando la ragazza col telefono.
Si sente male… Aspetta, sto salendo sul bus. Ho preso la cartella con i tuoi documenti…
Lucia si strinse la sciarpa e salì sul pullman, senza accorgersi che dietro di lei era sgusciata una coda rossiccia…
*****
Gianni fissava speranzoso la ragazza, quando lei ripeté più volte il nome del suo umano.
Appena Lucia saltò giù dallautobus, Gianni la seguì. Stretta in bocca, la scarpa nera.
Gianni si sentiva di buonumore. E chi glielo faceva fare a credere che la neve fosse una seccatura? Sentiva divertente il suo scricchiolio sotto gli stivali di Lucia.
Lei premette il campanello e, subito dal cancello, si udì una voce riconoscibile. Gianni abbaiò eccitato. Lucia, che non si era accorta di lui per tutto il viaggio, scivolò di sorpresa. La cartella dei documenti atterrò morbida nella neve…
Matteo, magari prima mi aiuti ad alzarmi, invece di abbracciare il cane?
Gli occhi di Matteo erano lucidi. Da dove arrivavano quelle lacrime?
Sei venuto da me? Sei davvero venuto qui? E mi hai portato pure un regalo, eh? diceva, stringendo forte sia il cane che la scarpa.
Naturalmente, aiutarono Lucia a rialzarsi. E le offrirono subito un tè caldo.
Una cosa non la capisco, Matteo, disse Lucia, guardando il cane che zampettava in cucina, perché non lo hai mai portato a casa prima? Hai una villetta con tanto spazio…
Avevo paura, sospirò Matteo, sono stato da solo per tanto Prendere un cane, è come avere una piccola famiglia, capisci. E ora non lo lascio più. Appena guarisco, imparerò a fare le polpette…
Quindi bisogna assaltarti per farti decidere? rise Lucia scuotendo la testa. Beh, allora meno male che Gianni si è deciso da solo!
E Lucia nascose il sorriso dietro la tazza calda, facendo finta di bere…

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Jack, non contare i corvi! Da diversi giorni Jack rifiutava il cibo che gli portava Ludmila: — Ma dai, caro, sono le stesse polpette che ti comprava il signor Michele. Non verrà ancora per un po’… Non aspettarlo, — Ludmila allargava le braccia… Che scena strana… Alla lunga fermata gialla del pullman, tutti gli operai della fabbrica erano raggruppati da un lato mentre dall’altro non c’era nessuno, se non un cane fulvo e arruffato sdraiato davanti alla panchina… Jack aveva già quasi quattro anni e conosceva la vita come le sue quattro zampe. Passava le giornate alla fermata degli autobus, proprio davanti allo studentato. Dietro, la fabbrica e oltre solo la campagna. Niente di interessante – lì Jack c’era già stato, e più volte. Come fosse diventato “Jack”, nemmeno lui sapeva più. Così lo chiamavano alcune donne giovani dello studentato, che, impietosite dalla sua sorte, ogni tanto lo sfamavano. Per il resto, la gente lo evitava. Jack non ti guardava mai in modo languido né scodinzolava simpaticamente… Era un cane già adulto, ma col caratteraccio di un vecchio brontolone. Jack terrorizzava tutti con il suo cattivo umore. La gente… Cosa si può dirne di buono? Della maggior parte? Niente, davvero! Quelle due ragazze che lo nutrivano Jack concesse nella sua clemenza di non metterle “tra la maggioranza”. Jack non amava la gente, non amava i corvi e guardava con disprezzo i passeri che cinguettavano e si bagnavano nelle pozzanghere. Il tempo in cui sei cucciolo e credi che ogni essere umano voglia solo accarezzarti, finisce. Era finito anche per Jack. Anzi, secondo lui, le persone e i corvi facevano suoni altrettanto spiacevoli. Si mettevano a litigare per la fermata, a spintonarsi. E spingevano via il cane, per non averlo tra i piedi. Perché amarli? Nemmeno vale la pena chiederselo… Quanto ai corvi era un’altra storia: quei ladri si prendevano il poco cibo che le ragazze dello studentato lasciavano a Jack. Jack li scacciava, i corvi volavano via per poi tornare, pronti a tornare all’attacco senza arrendersi. Così passavano le giornate: Jack litigava coi corvi, li contava per vedere chi perdeva per primo un pezzo di coda, e poi abbaiava ai bipedi… Alla fermata gialla, insomma, non si stava neanche male. Non era certo un palazzo, ma un riparo da vento e pioggia c’era sempre, e anche l’ombra nei giorni caldi. Solo c’era sempre troppa gente… — Ma guarda come si è sdraiato, il signorino! Lascia passare, va’! — una scarpa interrompeva il sonno del cane. Jack apriva gli occhi. La scarpa tentava di scavalcarlo, ma il padrone della fermata non era d’accordo: “Vuoi fare a botte? Te la faccio vedere io!” Jack si alzava di scatto. La scarpa voleva scappare sana, ma proprio allora arrivava il bus dell’uomo. La cosa che Jack odiava di più era vedere le persone saltare felici sul bus, lasciandolo vittorioso solo su metà del campo di battaglia. Ma in effetti, la scarpa rimaneva lì, come un trofeo. Sola e senza padrone. “Ti sta bene!” pensava Jack, soddisfatto. Rosicchiava il trofeo con cura e poi trascinava la scarpa vicino al cestino dell’immondizia. — Tania, lascia stare quel cane matto! — una signora bionda strattonava l’amica più in là. — Un bestione così, nessuno lo tiene a bada, — annuiva un uomo con la sigaretta. La cicca volava vicino al cane, che ringhiava di nuovo. L’uomo, brontolando, si spostava all’altro lato della fermata… ***** Il giorno dopo Jack incontrava di nuovo il padrone della scarpa. Con lui c’era un altro uomo. — Eccolo! — il dito del “della Scarpa” indicava furioso Jack, tenendosi comunque a distanza di sicurezza. — Quel cane aggressivo! Fate qualcosa! — Cosa dovremmo fare? — l’altro uomo si stringeva nelle spalle. — Non siete mica il primo a lamentarsi, ma in questo paese non abbiamo il servizio per prendere i cani randagi. Il “della Scarpa” abbassava il dito e gesticolava come una gazza parlando a raffica. Jack ascoltava a orecchie dritte. Alla fine anche il secondo uomo si metteva a urlare. Jack li guardava soddisfatto: che scena, meglio di una battaglia fra corvi per una noce! Al “della Scarpa” sembrò pure di vedere un sogghigno comparire sul muso di Jack. Possibile? — Io proteggo lo studentato, non la fermata! — il custode tornava verso il suo posto. Poi però si fermava e tornava indietro: — Buttagli un osso ogni tanto e non ti caccerà più dalla fermata. — Grazie eh! Magari la prossima volta gli porto anche metà delle mie polpette! — replicava sardonico il “della Scarpa”. E rivolto a Jack: — E tu, cane? Niente da ringhiare oggi? Bel tipo! La “bestia”, capendo benissimo il tono, aiutava di nuovo a mandare il signore nel bus, abbaiandogli dietro come un diavolo scatenato. Il signore col viso ormai rosso, che tutti chiamavano Michele, lo fissava anche dal finestrino appannato del bus, sempre brontolando… L’ennesimo incontro era inevitabile. Ora Michele era appena diventato vicedirettore dello stabilimento. Tutto per lui era nuovo, anche la rogna con questo randagio della fermata. Capitava proprio a lui in un periodo in cui anche la sua auto era in officina: ogni mattina lo aspettava il solito abbaiare furioso. Perché questo demonio con la coda ce l’aveva sempre con lui?! Da quel giorno, Jack sembrava odiare solo Michele. Gli altri umani erano diventati invisibili per lui. Jack non vedeva l’ora che arrivasse il pullman di Michele: gli bastava l’odore della sua scarpa per agitarsi! Stufo degli sguardi e dei commenti degli altri, Michele aveva deciso di seguire il consiglio del custode: prendere una polpetta in mensa e offrirla a Jack. — Tieni! – rovesciava il regalo dal sacchetto davanti all’autobus sperando in un miracolo. Jack era lì lì per scortare “il della Scarpa” sul pullman a suon di abbaiate, ma il profumo della polpetta era irresistibile. La polpetta spariva in un attimo, lasciando solo il profumo tra la polvere… Jack leccava il pavimento, poi lanciava uno sguardo al suo uomo. — Guarda che faccia! Ne vuoi altra? Eh no caro! Sono single, non so nemmeno cucinare le polpette. E se ogni giorno te le porto dalla mensa, la tua faccia cattiva scoppierà tutta! ***** La mattina seguente Michele rimaneva colpito da un silenzio insolito. — Michele, cosa succede? Jack non ti abbaia più! — rideva la segretaria, signora Ludmila. — Sì, Ludmila, ora mi rispetta, — rispondeva Michele ancora perplesso guardando Jack. Da quel giorno il cane fulvo cominciava ad aspettare la polpetta che Michele portava ogni mattina. Forse, pensava Jack, non tutti gli uomini sono stupidi come sembrano. Forse sono diversi dai corvi che litigano all’alba per un coperchio… L’inverno si avvicinava. Un mattino la fermata era coperta da uno strato di neve fresca. Col primo vento gelido, Michele lasciava la solita polpetta e un altro regalo davanti a Jack. Il cane tremava, pronto a divorare la sua colazione. Non faceva nemmeno in tempo a vederla che la polpetta spariva subito: polpetta magica… Michele fissava il cane tremolante. — Arriva il bus, Michele, — Ludmila lo tirava per il cappotto, ma l’uomo restava lì. — Uffa! — sbuffava Michele, allontanandosi dalla fermata. Poco dopo tornava e, con un guanto nero, accarezzava Jack. — Hai freddo eh, randagio? Stenditi sul cartone, è meno freddo. Mettiamo qui questa scatola, che fa meno corrente… Ecco un’altra polpetta… ***** Sabato Michele restava a casa. I giardini davanti alla sua villetta erano sotto una coltre di neve. Il vento gelido soffiava forte. Michele preparava la colazione – uova e salame – poi si metteva a spalare la neve. Ma col pensiero era sempre lontano… A un tratto, guardava i fiocchi di neve volteggiare nell’aria. Lanciava la pala e correva fuori dal cancello… Alla fermata non c’era nessuno. Jack sapeva che in certi giorni la gente quasi non circola e il bus si svuota in un attimo. In quei giorni il suo stomaco brontolava più forte. Le ragazze dello studentato non si vedevano… Jack sapeva che doveva fare un bel po’ di strada fino al negozio vicino alle case: lì, forse, avrebbe racimolato qualcosa. Era pronto a lasciare il suo rifugio quando si fermava davanti a lui un bus. — Dove vai? Vuoi perderti nella tormenta? Michele lasciava a Jack delle salsicce. Il cane le divorava come se stesse per sparire tutto. — Oggi niente polpette, la mensa è chiusa, — si giustificava Michele. — Guarda cosa ti ho portato… Alla fermata spuntava una scatola grande con dentro una coperta vecchia. — Non avevo nient’altro. Vai, entra lì: almeno è un po’ più caldo… All’improvviso neve e vento non esistevano più per Jack. Sentiva solo un gran calore dentro di sé: una sensazione nuova. Nessuno aveva mai fatto niente di simile per lui… ***** Da giorni Jack rifiutava il cibo che gli portava Ludmila. — Sono le stesse polpette che ti portava Michele. Lui non viene ancora, si è preso un gran raffreddore… Non aspettarlo, — sospirava Ludmila. Jack la guardava con le orecchie basse. Scattava ogni volta che si apriva la porta del pullman, nella speranza di vederlo. Ma niente… Sentendosi solo, si acciambellava nella coperta dentro la sua scatola, mentre i corvi si azzuffavano per un tozzo di pane dietro la fermata. Ognuno portava via la preda nel suo rifugio segreto. Jack li fissava. Bah! Sciocchi uccelli! Anche lui aveva un nascondiglio segreto, una tana sotto la pensilina, proprio dietro il cestino. Ci si infilava, pensieroso: non era come quei corvi che dimenticavano i posti nascosti delle loro “ricchezze”. Ecco lì la scarpa… Se la ricordava bene! La odiava tanto, all’inizio. E ora? Qualcosa di inspiegabile gli straziava il cuore. Trascinava fuori la scarpa. Dov’era Michele? Ormai sapeva che la gente chiamava lui “il suo uomo”. Ma può un vero cane perdere il proprio padrone, una volta che finalmente lo trova? Ringhiava ai corvi: “Basta! Non voglio stare più qui con voi!” — Michele! Michele! Jack drizzava le orecchie: una ragazza col telefono invocava proprio quel nome. — Prendo il bus… Ho preso i documenti da firmare… Ludmila saliva sul pullman senza notare la coda fulva che la seguiva come un’ombra… ***** Il cane, pieno di speranza, fissava la ragazza che chiamava il suo uomo. Ludmila, avvolta nella sciarpa, scendeva dal bus. Jack la seguiva con la scarpa in bocca. Aveva il cuore leggero. Ma come aveva potuto pensare che quella neve fosse così cattiva? Ludmila suonava il campanello e, dopo poco, una voce familiare rispondeva. Jack abbaiava forte. Ludmila, sorpresa, scivolava nella neve mentre il plico di documenti atterrava tra i fiocchi… — Michele, mi aiuti prima a rialzarmi invece di abbracciare il cane? Gli occhi di Michele brillavano umidi. Da dove venivano quelle lacrime? — Sei venuto da me? Mi hai portato pure un pensierino? — continuava emozionato, stringendo il cane con una mano e la scarpa con l’altra. Ludmila, naturalmente, si rialzava e si scaldava con una tazza di tè. — Non ho mai capito, Michele, — diceva guardando Jack che si aggirava curioso in cucina, — perché non ti sei mai portato il cane a casa prima? Un casolare, con tutto lo spazio che vuoi… — Avevo paura, — sospirava Michele, — stavo solo da troppo tempo. Un cane è una responsabilità, è come una piccola famiglia… Ma ora non lo lascio più andare. Appena guarisco, imparerò a fare le polpette da solo… — Quindi dovevo venirti a prendere per sfinimento? — Ludmila rideva, scuotendo la testa. — Beh, meno male che Jack è venuto lui da te! E Ludmila provava a nascondere il sorriso sorseggiando il suo tè…