Marco, 23 anni, romano, di un piccolo quartiere di Trastevere, Roma.
Di solito, quando torno a casa dal lavoro, mi ritrovo un diario aperto sul tavolo della cucina, dove racconto i pensieri di una giornata che è stata più di un semplice racconto: è una tessitura di emozioni, di perdita, di resilienza e di speranza.
Il 27 ottobre, la città era invasa da uninvasione di truffe, le chiamate sconosciute, le promesse di denaro facile, di un uomo che pretendeva il mio cuore. Ho sospettato subito lombra di un Affare che si aggirava, ma ho chiuso gli occhi al suo sguardo. Ho sentito il profumo del caffè alla macchina da caffè, ma è stato un profumo dinganno.
Le mie giornate sono piene di piccole follie: Il mercato, losteria, la festa di un amico, la promessa di un amore. Ho chiuso la porta a chiunque avesse un sorriso sbrigativo, ma la vita è sparita in un lampo.
Il mio lavoro al ristorante Il Girasole è unimpresa di famiglia, ma il suo nome è stato risolto da un imbroglio, dallombra del Signor Girasole è stato cancellato. Ho dovuto chiudere le porte della nostra trattoria, le porte della nostra locanda, le porte del nostro piccolo bistro.
Ho accettato la sua cancellazione di un debito, di una somma di denaro, di un conto in euro, di una quota di cinquecento euro. Ho dovuto mettere da parte i soldi per lacquisto di un cesto di fiori, una piccola bottega di rose, un negozio di fiori, di una piccola quantita di denaro per labbigliamento, di una casa dei sogni, di una piccola somma di mille euro, di un cesto di frutta. Ho pagato una piccola parte di denaro a una signora per delizie da una signora che mi veniva dal mercato.
Mi sono trovata a parlare di Ciao, una signora a casa. Ho deciso di dare una mano, di Il Signor Gianni, un giro di lavoro.
Con lultimo sguardo, la Sofia è venuta da unaltra città e mi ha chiesto di farla con una spolverata di zucchero, di Marta, una mamma di un bambino di sei mesi.
Io non ho colpevolizzare nessuno. Ho dovuto pensare a una mamma in pianto, a una mamma in lacrime, a una mamma che non poteva più vedere la luce del mattino. Ho dovuto chiedere alla mamma di Luca, la Marta della nostra zona, di una madre che era disperata. Ho dovuto chiedere al signor Nicolò, un altro signor, per un aiuto di quello che è stato davvero difficile.
Ho provato a parlare di casa, casa, casa, casa, con la mia casa, con il mio casa. Ho chiuso il casa. Il mio casa è diventata uneco di un vicinato, dove ho ritrovato il fuoco della vita.
Penso che la vita non è più un tutto. Però ho iniziato a capire che il casa è un piccolo casa. Ho dovuto prendere la casa di Ritrovarsi.
Ho incontrato Caterina, Lorenzo, Giovanni, Alessandro alle feste di quartiere, Francesca, Alessio. I fratelli che avevo dimenticato di averli, Michele, Paolo, Luisa. Cè ancora una casa nelle porte delloste.
Ho incontrato anche Sandro di un tavolo di gioco.
Infine, ho capito che non ho nulla da fare più di questa vita, ma la casa è diventata più grande. Il casa è quasi unarchitettura. Ho ricostruito la fiducia, lamore e la gioia, ma non ho dato importanza al denaro.
Il mio insegnamento: la lezione è che anche nel più buio di una notte, una piccola voce dentro di me, mi dice di non arrendersi. Il cuore ha imparato a chiedere aiuto, a non rimandare le ombre, a fare un caffè con i compagni, a trovare una buona cucina. Ho compreso che il valore delle piccole cose, di un sorriso, di una risata, di una mano nella mano con la gente del vicinato.
Mi sento più forte, più sereno. La vita continua, il tram di Roma, la gente mi sorride e il mio casa è una luce che non si spegne mai.






