La villetta di papà
Quella che ospitava i weekend di papà e me l’abbiamo venduta. E io, Anna, l’ho scoperto così, con scene da filmma mica uno di quei capolavori italiani, più una commedia degli equivoci! Ero alla cabina del telefono del paese, volevo chiamare mamma a Firenze per raccontarle della scuola… Mi capita tra le orecchie una conversazione con la zia Elenala solita disattenzione della signora del centralinoe boom, due minuti intensi: la villetta non cè più, lhanno venduta benissimo, ora si possono comprare mille cose, pure darmi una mano con gli euro se serve.
La voce di mia mamma e sua sorella, familiari da brivido, anche se centinaia di chilometri distanti: le onde sonore tramutate in segnali elettrici, tutto secondo la fisica che papà cercava tra una mela e laltra di insegnarmi (inutilmente).
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Papà, perché a settembre il sole è così strano?
Strano come, Annina?
Non so spiegarlo… è più dolce, sembra. Cè luce, ma non è come ad agosto.
Devi studiare fisica, la posizione dei pianeti in settembre è tutta diversa! Tieni, afferra la mela! ride papà e mi lancia un fruttone rosso e profumato, che sa di miele e di autunno.
È una Renetta?
Ma va, non sono ancora mature. Questa è una Striped Cinnamon fa il serio, ma ride con gli occhi.
Addento, croccante e zuccherina, come un boccone destate. I tipi di mela come la fisica: li mastico male, e questa è la mia tragedia. Perché Anna Fabbri, ottava superiore, è innamorata da due anni del professore di fisica. È proprio vero: quando il cuore si mette di mezzo, ciao razionalità! Papà capiva tutto dagli occhi spenti e dal piatto rimasto pieno. Io glielo avevo detto, lanno scorso, piangendo a fiumi sulle sue gambe da bambina, con la mamma nelle terme e la sorella alluniversità a Siena.
Papà in quella villetta diventava suonatore di fischietti, sempre allegro; a casa invece stava zitto, lasciando il palcoscenico a mamma e sorella. Mamma, una forza della natura, direttrice della biblioteca militare, amazzone di Mantova, capelli rosso rame come tende fiamminghe, lavorati con lhenné. Ogni tanto usciva dal bagno con un turbante da panettone e un profumo di erba appena tagliata. La sua bellezza folgorava tutti. Papà era un po meno appariscente, quasi dieci anni più vecchio, basso e mite. Sentii una volta mamma confidare alla zia che Sergio non si notaun uomo mica deve essere bello. A me dispiacque tanto.
Mamma cercava ordine e comfort, ma da sopportare cera il reggimento di papà: quei soldatini che alle volte dormivano sul pavimento del soggiorno della nostra minuscola casa a Bologna, gente di passaggio o in cerca dun lavoro. Papà li chiamava i suoi ragazzi. Nel 60 la riduzione dellesercito lo mandò a casa con il grado di maggiore; dopo, diventò capo meccanico al telegrafo locale. Quei soldatini, poi, gli costruirono la villetta, gratis: si alternavano a scavare la terra, alzare muri, piantare alberi. La casetta: una stanza, la verandaio a leggere romanzi sopra il tetto, mentre papà mi porgeva una ciotola di uva spina, ciliegie o fragole. Utopia pura! Mamma detestava la villeggiatura, rara era la sua visita: teneva alle sue mani impeccabili, unghie da regina. Io le ammiravo, papà le baciava ridacchiando.
Con mani così, al massimo si passano libri, non vanghe! diceva papà, occhiolino incluso…
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Primi scrosci di pioggia settembrina tamburellano sul tetto della veranda. Allegra, tuttaltro che triste. Metto via il libro.
Anna, scendi, mamma e Elena arrivano presto, bisogna preparare da mangiare. La voce di papà, più brillante là che a casa.
Resto a fissare il cielo gonfio, grigio, ma non minaccioso; la faccia zuppa di pioggia, le braccia strette per scaldarmi. Da sopra il tetto vedo i raggi sfondare nuvole dietro le altre villette del quartiere. Dimentico la fisica, alluniversità di lettere a Milano le regole sono altre.
Mi sistemano subito nella residenza universitaria, ma la prima settimana vivo in affitto con la padrona, coinquiline tutte studentesse. Lezione dopo lezione, una full immersion nella letteratura: i professori, tutti da innamorarsi, talmente carismatici che la classe sembra una setta di fan. Dopo, la nostalgia: casa manca, gli amici non ci sono.
Mangio alla mensa universitaria, giro notte fonda tra i portici. La bellezza milanese, severa, non mia: diventa fredda, solitaria, sente il vuoto peggiorare. Cammino giù per Via dei Metallari, tra case singole e cani che abbaiano. Scivolo, le scarpe lucide e strette mi puniscono il piede.
In cucina odore di mele portate da papà come tributo di ringraziamento alla padrona. Quel profumo, dolce e antico, mi fa venire le lacrime e muove la nostalgia.
Quando arrivo in camera, scopro che le coinquiline sono tedescheViola, Magda, Marion. La sera la testa scoppia di tedesco, scendo in cortile per respirare, le ragazze fumano sulle scale. Le tedesche corrono da me a chiedere una sigaretta e poi ti restituiscono sempre i soldi, con sguardo che le italiane non capiscono. Però vanno pazze per le conserve di mamma, specialmente i pomodori sottolio, divorati insieme alle patate fritte. Finiti i miei barattoli, tirano fuori le loro salsicce, ma non le offrono mai. A maggio, quando tornano in Germania, lasciano pile di scarpe da neve comprate in Italiala roba va via in silenzio tra le studentesse nostrane…
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Annina, tagliami la verza che io sradico le carote. Il brodo cè già.
I vetri della piccola cucina sono appannati; la verza si apre in eleganza chiara sulla tavola, mi rubo una foglia la terra sa di buono. Taglio con vigore, la verza profuma dolce. Apro la finestra, entrano i sentori di foglie umide, fumo e mele. Papà lavora di spalle, la pala fa fatica nella terra, lo so che la schiena gli fa male. Lascio il coltello, gli salto addosso e lui si gira, mi abbraccia e mi bacia i capelli.
La zia Elena invece quella sera arriva solamamma mal di testa, resta a Bologna.
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Università alle spalle, matrimonio da studenti, impiego al giornale Innovatore dellAlenia, il primo infarto di papà, la nascita di Clara e perfino il divorzio. Cinque anni, mica pochi! Mio marito se ne va con unaltra, io con la piccola Clara in una casa in affitto. Papà si fa vedere ogni due settimane, porta viveri, accudisce la nipotina.
Anna, non rimproverare mamma, che viaggia poco: si sente male in macchina… ah, e forse ha trovato un corteggiatore.
Papà, dai! A questetà un corteggiatore?!
Papà ride, ma sembra triste, tace. Lo guardo e capisco che la sua chioma è tutta bianca, si è spento dentro. Non fischietta più.
Papà, prendo ferie da lunedì? Andiamo in villeggiatura noi tre: tu, io e Clara?
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La villetta sprofonda sotto le foglie, ultima settimana calda di ottobre. Accendo la stufa, preparo un tè al ribes nero. Papà rastrella le foglieClara laiuta, ma poi le sparpaglia ridendo. Lolio sfrigola, i pancake di patate bruciano la padella. Da lontano, papà fischietta.
La sera, si accende il fuoco. Le villette attorno sono vuote. Papà infila grandi fette di pane su bastoncini di ciliegio, aiuta Clara a tenerli sopra le braci. Io riscaldo le mani; il fuoco mi ipnotizza.
Mi ricordo della prima esperienza di lavoro estivo in Sardegna, canzoni alla chitarra, lebbrezza di un amore che non esiste. Solo innamorata dellinfinito notturno, accordi sbagliati, volti illuminati dal fuoco. Volti diversi da quelli del giorno. Ogni volto una storia, uno sguardo profondo. Lì ho conosciuto il futuro marito.
Quella settimana in redazione mi chiamano al comitatovogliono propormi per i comunisti. Studio il regolamento, atti congressuali. Poi, domande storte su chi ha causato il divorzio, chi è moralmente instabile. Balbetto quasi piangendo. Un collega si alza e grida: Questo comitato è una banda di cafoni, mica comunisti! Tra qualche anno riderò a pensarci…
Quando cala il buio, spegniamo il fuoco. Sento una macchina al cancello. Portiera che sbatte: mamma arriva! Bellissima, cappotto colorato, dice che lha portata un collega. Clara si getta tra le sue braccia, papà accigliato la bacia con troppo distrazione.
Che collega?
Sergio, ma che importa, solo mi ha dato un passaggio!
A cena la conversazione arranca; Clara fa i capricci. Mamma chiede del mio lavoro, ma non sembra ascoltare. Papà osserva mamma, si rabbui, si rimpicciolisce. Serata rovinata…
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Un anno dopo papà se ne va. Infarto, due giorni di ottobre luminoso. Subito dopo il funerale, prendo ferie, torno alla villetta; Clara resta dalla nonna.
Sono un disastro, il raccolto di mele è strepitoso. Anna le regala ai vicini, fa marmellata in vasche giganti con menta e cannella, come piaceva a papà. Arriva il vecchio amico di papà, Mario Rossi, insieme sempre andavano a prendere le piantine al vivaio di Pistoia.
Resto qualche giorno, Anna, zappo lorto e sistemo gli alberi, se non ti dispiace.
Mario, ma si figuri grazie!
Dal suo Annina partono le lacrime; in quellistante arriva langoscia della fine, della solitudine. Per giorni mi aspetto che papà ritorni, che sia tutto un incubo. Nei primi risvegli il dolore mi sta addosso al punto da non ricordare il perché. Poi la consapevolezza: lui non tornerà.
Segue il senso di colpa: non sono riuscita a tenerlo qui.
Basta che la villetta non la vendi, Anna, che io tornerò a darti una mano. Questa Antonella labbiamo scelta insieme, tu eri una bimbetta. Sulla strada per Pistoia, Sergio parlava sempre di te, più che di tua sorella. Diceva che gli alberi lo sopravvivranno. Sceglieva le piante con una cura da santo, io spingevo per far presto…
Mario resta tre giorni, zappa, pota, concima, davanti alla porta pianta tre cespugli di crisantemi gialli con il mio permesso.
Andrebbero piantati un po prima, ma lautunno è caldo, attecchiranno! Per Sergio… Devo coprire le rose e togliere le foglie, ma la prossima volta.
Ci abbracciamo per salutarci. Piove leggero, resto al cancello a guardare Mario che se ne va. Si volta, mi fa cenno di andare dentro. Il vento sbatte la porta, pioggia insistente sul tetto. Sulla soglia, petali di crisantemo giallo: tutto lì è di papà, sempre sarà suo. La pioggia, le piante, gli odori dautunno, la terra stessa. E lui, in qualche modo, rimane; io imparerò piano piano. Porterò Clara ogni volta prima delle gelate, col pullman due ore, poi con la bella stagione, appena scioglie la neve. Bisogna mettere via qualche euro per limpianto di riscaldamento. E a primavera, a Pistoia con Mario a prendere il ribes bianco, che papà voleva…
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Sei mesi dopo, inizio aprile, nevicata improvvisala villetta venduta. Lo scopro per telefono dal telegrafo lungo il ritorno da Pistoia. Nella cabina stretta, per terra cè il pacchetto con la radice di ribes bianco avvolta ancora nella vecchia maglietta di Clara.






