La casa di campagna, la vera medicina per tutto

La casa di campagna, risolve tutto

Ma sei matta? Ho già detto a Nunzia che saresti passata! Le ho chiesto apposta di metterti da parte il pezzo migliore!

Martina si blocca sulla soglia con la sporta in mano. La suocera, Stefania Moretti, le sbarra la cucina con le braccia incrociate, fissandola come se avesse rapinato una banca, non semplicemente comprato carne al supermercato.

Signora Stefania, proprio non sono riuscita ad andare al mercato oggi, prova a spiegare Martina con calma. Dopo il lavoro sono passata a ritirare il suo vestito in tintoria, poi sono corsa in farmacia…
E chiamare? Avvisare? Nunzia ti ha aspettata fino alla chiusura! Poi mi ha telefonato per unora chiedendosi dovè che ho sbagliato!

Martina poggia la sporta sul tavolo, con un senso di disagio che le stringe lo stomaco.

La carne è fresca, buona davvero, estrae la confezione e la mostra. Guardi, manzo chianina, bello marmorizzato…

Stefania non degna la carne nemmeno di uno sguardo. Avanza, tocca la sporta con la punta delle dita e la scosta come se fosse veleno.

Roba da supermercato, piena di schifezze. Carlo un cibo del genere non lo digerisce, lo sai che ha lo stomaco debole.
Carlo lha comprata proprio lui questa carne, la settimana scorsa, le scappa a Martina.

Errore. La suocera diventa paonazza.

Esatto! Un uomo che fa la spesa mentre la moglie chissà cosa combina! Sono tre anni che sei in questa famiglia, Martina. Tre anni, e non sei capace a cucinare, nemmeno ad aiutare in casa, figli nemmeno a parlarne…
Signora Stefania, adesso però è ingiusto.
Ingiusto? sbuffa la suocera. Io con la mia suocera non osavo nemmeno aprir bocca! E tu? Sempre a fare di testa tua, non rispetti nessuna indicazione…

Stefania passa nellingresso, strappa la borsa dalla rastrelliera. Ogni suo gesto è una stilettata ai nervi di Martina.

Lo dico sempre a Carlo: lasciatela perdere, trova una ragazza normale, una che sappia apprezzare il marito, non…

Non finisce la frase, infila le scarpe senza nemmeno sistemare il tallone.

Martina resta sulla soglia della cucina, aggrappata allo stipite.

Arrivederci, signora Stefania.

La suocera sparisce senza rispondere. La porta si chiude e la casa sprofonda nel silenzio.
Martina si lascia scivolare contro la parete, seduta per terra sul pavimento freddo. La carne rimane lì, sola. Nemmeno riesce a guardarla, né la carne né la cucina lucida, né le foto di matrimonio sul muro, dove la suocera sorride tirata come se avesse un sassolino nelle scarpe.

Tre anni. Tre anni a impegnarsi. Ricette imparate a memoria, quelle che Carlo preferisce da bambino. Pranzi domenicali a casa Moretti, ogni piatto con il commento: «Carletto la patata la vuole a dadini, non a fiammifero». Sorridi, annuisci, chiedi scusa anche se non hai colpa.

E comunque, mai abbastanza. Sempre «era meglio se divorziava». Martina si appoggia con la testa al muro. Il soffitto va imbiancato, toccherà dirlo a Carlo.

Ma ora che importa.

Due settimane di silenzio, quasi fosse un agente sotto copertura. Al telefono con la suocera risponde Carlo, i pranzi domenicali annullati per impegni urgenti, e se la incontrano in giro, saluti rapidi e scappa via.

Poi telefona il notaio.

Il nonno di Martina, visto solo cinque volte in vita sua, è venuto a mancare. E le ha lasciato una casetta di campagna a quaranta chilometri da Firenze, in una piccola cooperativa agricola dal nome poetico: “Alba Nuova”.

Almeno una volta dobbiamo andare a vedere, dice Carlo girando in mano le chiavi con un portachiavi a forma di fragola sbiadita. Sabato libero ce labbiamo?

Martina acconsente. E sabato sia.

Ma una cosa non ha previsto.

Carletto, vengo anchio! Stefania compare sulla soglia casa alle sette e mezza, stivali di gomma e cestino al braccio. Si dice che lì ci siano dei funghi buonissimi, Nunzia è sicura.

Martina prepara il termos in silenzio. Davanti la prospettiva di una giornata fantastica, ovviamente sarcastica.
La casa di campagna è esattamente come se lera immaginata.

Casetta traballante, terreno incolto, recinto sorretto da due chiodi arrugginiti. Odore dentro di umido e giornali vecchi.

Carlo, bisbiglia Martina tirando la manica al marito, la vendiamo? Cosa ce ne facciamo? Ogni weekend qui, a zappare, questa non è la nostra vita.

Carlo apre bocca, ma la suocera lo anticipa.

Vendere?! Stefania Moretti ti salta alle spalle come una vipera. Siete fuori di testa? È terra! Un pezzo vostro! Quanto darei io…

Si porta le mani al petto, occhi improvvisamente lucidi.

Datemi le chiavi. Sistemo tutto io. Pianto dei fiori, rimetto a posto la casetta. Tra un anno mi ringrazierete!

Martina la osserva con un misto di incredulità. Stefania è là, immersa nelle foglie secche, lo sguardo acceso.

Signora Stefania, qui cè da lavorare una vita…
Martina, Carlo le stringe il braccio dolcemente, lasciala fare, le fa bene. Che ti cambia?

Non cambia nulla, è solo strano. Ma la voglia di discutere è ancora meno. Martina le porge le chiavi e la fragolina sbiadita.

…Passano due mesi quasi sospesi. Unatmosfera irreale, dove Stefania chiama solo per cose pratiche, mai unarringa, mai una visita improvvisa. E, incredibilmente, nessuna lamentela su carne, nipoti mancanti, patate sbagliate. La voce al telefono è vivace: «Carletto, tutto bene! Sono indaffarata, ci sentiamo!»

Martina non capisce. Un trucco? La calma prima della tempesta? Sta male e non lo dice?

Carlo, gli chiede una sera, tua mamma sta bene?
Sta benissimo, risponde lui. Ormai vive per la casa di campagna. Dice che cè da fare così tanto che non riesce nemmeno a dormire.

Venerdì chiama la suocera direttamente.

Domani vi aspetto! Cè la grigliata, vi faccio vedere il terreno, ho fatto di tutto! Venite e vedrete!

Non ci voglio andare scuote la testa Martina dopo che Carlo riporta linvito. Due mesi in pace e poi di nuovo…
Dai, mamma ci tiene. Se non veniamo ci rimarrà male.
Si offende sempre.
Ti prego, Carlo ha lo sguardo da cane bastonato, Martina capitola.

Sabato, quindi…

E sabato, la suocera non sembra nemmeno lei.

Stefania li aspetta al cancello, vestito di lino, braccia abbronzate, guance colorite. La sua sorridente espressione, stavolta, è vera. Sembra che abbia perso dieci anni.

Finalmente! li abbraccia, Martina si lascia stringere a sorpresa.
Stefania profuma di terra, di finocchio, e, chissà perché, di miele.

Il terreno è irriconoscibile. Orto ordinato, recinto rimesso a nuovo, cespugli di ribes con foglie fresche, sotto le finestre margherite gialle.

Forza, venite, vi mostro tutto! Stefania li trascina senza dargli tempo di parlare. Qui le fragole, piantate da poco, a giugno arrivano le prime. Qui pomodori e cetrioli. In autunno preparo conserve, ve le porto tutte, per me giusto due barattoli!

Martina lancia uno sguardo a Carlo. Sembra sorpreso quanto lei.

Mamma, hai fatto tutto tu? domanda lui guardando il terreno.
Ma chi altro? Stefania ride davvero, giovane come non la vedevano mai. Le mani ci sono, cè la testa. Se non so qualcosa, chiedo alle vicine. Qui la gente è di cuore, non come in città.

Entra in casa. Dentro, nuove tende, finestre pulite, una tovaglia ricamata sul tavolo. Niente più odore di umido, solo torte e erbe.

Guardate, Stefania mette in tavola una bottiglia di latte e un pacchetto nel pergamino. Da Zina, quella due case più in là. Latte di capra, carne allevata da lei. Portate a casa, cè anche ricotta e panna fresca.

Martina guarda il pacchetto, la carne “di casa”, senza nessuna critica né menzione di Nunzia.

Signora Stefania, qui… qui si trova bene?

Si siede sullo sgabello, e negli occhi le scorre qualcosa di nuovo, mai visto.

Martincina, la chiama per la prima volta così, io lo sognavo da sempre. Una casa mia, un terreno mio, le mani nella terra e la testa finalmente libera. In città soffocavo, nemmeno riuscivo a capire perché. Ma qui…

Sospira indicando la finestra.

Qui vivo davvero.

Nel ritorno nessuno parla. Carlo guida, dietro tintinnano bottiglie di latte e ricotta.

Ascolta, rompe il silenzio ora potremmo anche pensare ai figli, no? Destate li portiamo qui.

Martina ride sommessa, ma sorride.

Volevo vendere questa casa, il primo giorno. Pensavo fosse inutile, solo un rudere.
Me lo ricordo.
E invece… Martina si ferma, cercando le parole. Questa casa sistemato tutto. Fra me e tua mamma. In due mesi ha fatto quello che io cercavo da tre anni.

Carlo si ferma al semaforo, la guarda.

Mamma non era felice. Ora sì.

Martina annuisce. Fuori si accendono le luci della città, li aspetta il loro appartamento pieno di foto del matrimonio, ma per la prima volta da tre anni tornare a casa ha il sapore della pace.

Bisogna andarci più spesso, dice sottovoce.

E si stupisce nel sentirlo dire con sincerità. Semplicemente, sinceramente.

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