Casa di nessuno
Carlo si era svegliato senza bisogno della sveglia, come ogni mattina, verso le sei e mezza. In casa cera un silenzio surreale, solo il ronzio sommesso del frigorifero in cucina. Rimase sdraiato per qualche minuto, ascoltando quel suono, e poi allungò una mano verso il davanzale per recuperare gli occhiali. Fuori, Roma era ancora semibuia, poche auto scivolavano veloci sul selciato bagnato.
Una volta, a quellora, si preparava per andare al lavoro. Si alzava, andava in bagno, sentiva il vicino che accendeva la radio oltre la parete. Ora il vicino continuava a fare esattamente così, ma Carlo rimaneva a letto a domandarsi come occupare la giornata. Ufficialmente era in pensione da tre anni, ma la routine gli era rimasta appiccicata addosso come un vecchio maglione.
Si alzò, indossò i pantaloni della tuta e andò in cucina. Mise su lacqua per il tè, prese un pezzo del pane avanzato dalla sera prima. Mentre lacqua scaldava, si avvicinò alla finestra. Settimo piano, un vecchio palazzo in cortina, cortile con giostrine spoglie. Lì sotto cera ancora la sua Fiat Panda, ricoperta da uno strato sottile di polvere romana. Pensò, come al solito, che sarebbe stato il caso di passare al box in periferia a dare unocchiata, controllare che il tetto non facesse acqua.
Il garage lo aveva in un complesso di box a Centocelle, tre fermate di metro più in là. Una volta ci passava metà del fine settimana, armeggiando con la macchina, cambiando lolio, discutendo di calcio e benzina con gli altri pensionati. Poi era cambiato tutto: officina, gommista, pezzi di ricambio ordinabili con unapp. Però quel box non lo aveva mai lasciato. Lì aveva ancora i suoi attrezzi, i vecchi pneumatici, scatoloni pieni di cose che possono sempre servire.
E poi cera la casa in campagna. Casetta di legno a San Polo dei Cavalieri, ereditata anni fa dai genitori della moglie. Terrazzo stretto, due stanzette e una cucinetta minuscola. Chiudendo gli occhi, Carlo vedeva ancora le tavole che scricchiolavano, sentiva la pioggia picchiare sul tetto. Ventanni fa, ogni fine settimana, lui, la moglie e i figli scappavano là fuori. Zappavano lorto, friggevano patate, la radio accesa sopra uno sgabello scrostato.
Giovanna, la moglie, ormai mancava da quattro anni. I figli erano cresciuti e sparsi per Roma con le loro famiglie. Rimanevano il box e la casetta. Erano come delle ancore, punti fermi nel caos. Cera lappartamento, la casa in campagna, il garage. Tutto al suo posto, tutto chiaro.
Lacqua bollì. Carlo si preparò il tè, si sedette al tavolo. Sullo sgabello di fronte cera ancora il maglione piegato della sera prima. Mangiava una fetta di pane con il prosciutto, fissava quel maglione e pensava alla conversazione del giorno prima.
La sera prima erano passati i figli. Andrea era venuto con la moglie e il figlioletto, il nipotino. Lucia con il compagno. Avevano bevuto tè, discusso le vacanze, poi come spesso accadeva lo scambio era scivolato sui soldi. Accadeva quasi ogni volta.
Andrea raccontava che il mutuo li strozzava, le rate salivano. Lucia si lamentava dellasilo privato, dei costi dei corsi, degli abiti del bambino. Ascoltando, Carlo annuiva. Ricordava perfettamente i tempi in cui anche lui faceva i conti fino allultimo centesimo prima dello stipendio. Ma allora non aveva né una casetta né un garage. Solo una stanza in affitto e la speranza.
Poi Andrea, timidamente e con un certo imbarazzo, aveva buttato lì:
Papà, ne stavamo parlando io e Maria e anche Lucia è daccordo. Non pensi che sarebbe il caso di vendere qualcosa? Boh, tipo la casetta o il box. Tanto ormai ci vai pochissimo.
Carlo ci aveva scherzato su, poi aveva cambiato argomento. Ma la notte non era riuscito a dormire a lungo. Tanto non ci vai quasi mai, quella frase gli ronzava in testa.
Finì il pane, bevve lultima goccia di tè, mise la tazza nel lavandino. Erano già le otto. Decise che sarebbe andato in campagna. Doveva vedere come stava la casetta dopo linverno. E magari, chissà, dimostrare qualcosa a sé stesso.
Si vestì pesante, prese le chiavi della casa e del garage, le infilò nella tasca della giacca. Nel corridoio si fermò un attimo davanti allo specchio stretto della nonna. Vide riflesso un uomo dai capelli ormai brizzolati, occhi un po stanchi ma ancora dritti nella postura. Non un vecchio. Si stirò il colletto e uscì.
Prima passò al box a recuperare degli attrezzi. Il lucchetto cigolò, la porta si aprì con la solita fatica. Dentro odorava di polvere, benzina e stracci. Sugli scaffali barattoli di bulloni, scatole con cavi, una vecchia musicassetta con scritto sopra Estate 1992 col pennarello. Ragnatele ovunque.
Carlo passò locchio su tutta quella roba. Il cric ancora sporco della prima 127, le assi accatastate per farci una panchina in campagna (mai fatta, ma aspettano ancora). Prese la cassetta degli attrezzi, un paio di taniche di plastica, richiuse e si avviò verso la Sabina.
Strada facendo Roma passava piano dalla periferia ai campi, qua e là ancora mucchi di neve sporca, la terra umida e nera. Arrivato a San Polo regnava una calma irreale: prima ancora della vera stagione, solo qualche anziana che faceva la guardia alle proprietà. Maria, la custode, gli fece cenno dal cancello.
La casetta lo accolse con il solito silenzio dellinverno. Recinzione di legno, ingresso che si inclinava appena. Carlo aprì, percorse il vialetto coperto di foglie secche. Dentro, odore di chiuso e di legno. Spalancò le finestre per far cambiare aria. Tolse da letto il copriletto pesante, lo scosse dalla polvere. In cucina una vecchia pentola smaltata, quella del famoso composto della domenica. Sul chiodo, il mazzo di chiavi: una era del ripostiglio dove stavano badile e rastrello.
Si aggirò nella casa toccando i muri, i pomelli delle porte. Nella stanza dove una volta dormivano i figli cera ancora il letto a castello. In cima, un vecchio orsetto con un orecchio attaccato col nastro isolante: ricordo di una piccola tragedia dellinfanzia di Andrea.
Uscì nel giardino. Il ghiaccio ormai sciolto, lorto pieno di terra nera. In fondo, un vecchio barbecue arrugginito. Si ricordò degli arrosti, di lui e Giovanna a bere il tè fuori sul terrazzo nelle tazze di vetro, delle risate dei vicini di lotto.
Carlo sospirò e si mise a sistemare. Ripulì il vialetto, fissò unasse del portico che ballava, diede unocchiata al tetto del capanno. Trovò una vecchia sedia di plastica, la mise al sole, si sedette. Il sole cominciava a scaldare, finalmente.
Guardò il telefono. Andrea aveva chiamato la sera prima. Lucia aveva scritto su WhatsApp Dobbiamo vederci, parlarne con calma. Non siamo contrari alla casetta, papà, pensiamoci bene. In quella parola pensiamoci bene cera il peso di tanti mesi. Senso pratico voleva dire che non bisognava tenere limmobiliare fermo. Senso pratico voleva dire che un anziano non deve rompersi la schiena dietro a un orto o dietro al box. Senso pratico voleva dire aiutare i giovani finché ci sei.
Loro li capiva, davvero. Però seduto su quella sedia con la schiena calda di sole, ascoltando una radio lontana e i cani che abbaiavano verso Monte Gennaro, tutta quella praticità pareva distante, altra roba. Qui non era questione di conti.
Si rimise in moto, fece il giro del giardino ancora una volta, poi chiuse tutto e tornò in città.
Poco dopo pranzo era già rientrato. Posò la borsa degli attrezzi in corridoio, mise su di nuovo il tè. Solo allora vide sul tavolo un biglietto, scritto su un foglietto da block notes: Papà, passiamo stasera, dobbiamo parlare. A.
Si sedette, mani poggiate sul tavolo. Allora era il giorno. Niente battute: stavolta sarebbe stata una vera discussione.
La sera arrivarono tutti insieme. Andrea con la moglie, Lucia. Il nipote era rimasto dai suoceri. Carlo aprì, li salutò e li fece accomodare. Andrea si tolse le scarpe, mise il giubbotto sullattaccapanni lo stesso gesto che faceva da ragazzo.
Si sistemarono in cucina. Carlo mise sul tavolo tè, biscotti, qualche cioccolatino. Rimasero a parlare del più e del meno: il lavoro, il traffico sulla tangenziale, il bambino che aveva imparato a dire nonna.
Poi Lucia guardò il fratello, lui annuì, e lei disse:
Papà, parliamone davvero. Non vogliamo forzarti, ma bisogna decidere cosa fare.
Carlo ebbe una stretta allo stomaco. Fece cenno di sì:
Dite pure.
Andrea cominciò:
Guarda, tu hai questo appartamento, la casetta, il box. Lappartamento è sacro, non si tocca. Ma la casetta È faticoso gestirla. Fra orto, tetto, recinzione. Ogni anno ci spendi dei soldi.
Oggi ci sono stato, rispose piano Carlo. Sta tutto bene.
Adesso sì, intervenne Maria con tono gentile, ma tra cinque o dieci anni? Non vivrai per sempre, scusami. Però è la realtà.
Le parole suonarono fredde, troppo schiette. Ma forse non voleva ferire.
Lucia parlò con più dolcezza:
Papà, non vogliamo dirti di abbandonare tutto. Ma potremmo vendere la casetta e il box, dividere i soldi. Una parte la tieni tu, una la prendiamo io e Andrea per chiudere un pezzo di mutuo. Tu hai sempre detto che volevi aiutarci.
Laveva detto, ai tempi, quando era appena andato in pensione e lavorava ancora qualche mese allanno. Allora si sentiva più in forza, pensava che avrebbe potuto dare una mano facile.
Vi aiuto già, disse lui. Il sabato porto il nipote al parco, vi faccio la spesa.
Andrea fece una specie di risata stanca:
Papà, non è la stessa cosa. Ora ci serve davvero un aiuto. Hai visto le rate. Non ti chiediamo tutto, solo… hai proprietà che non sono sfruttate.
A Carlo la parola proprietà in quella cucina suonò distante, quasi straniera. Gli sembrò che fra loro si alzasse una barriera di numeri, grafici, prestiti.
Prese la tazza di tè, un sorso appena ormai freddissimo.
Per voi sono proprietà, disse piano. Per me sono…
Si interruppe. Non voleva essere retorico.
Sono pezzi di vita, concluse. Ho costruito io il box con nonno Piero. Si faceva le sabato a tirare su i mattoni. E la casetta là dentro siete cresciuti voi.
Lucia chinò lo sguardo. Andrea aspettò un attimo, poi riprese morbido:
Lo sappiamo, davvero. Però non ci vai più quasi mai. Tutto resta lì, ci pensi da solo.
Oggi cero, ripeté Carlo. Tutto a posto.
Oggi sì, fece Andrea. E il mese scorso? Lautunno? Dai papà, sii sincero.
Cadeva il silenzio. Carlo sentiva il ticchettio dellorologio in soggiorno. Era come se stessero parlando della sua vecchiaia come di qualcosa da sistemare. Ottimizzare le spese, ridistribuire le proprietà.
Va bene, chiese allora. Cosa proponete, esattamente?
Andrea si fece più animato: era evidente che ne avevano già parlato.
Abbiamo sentito una mediatrice immobiliare. Dice che la casetta oggi vale bene. E anche il box si vende facilmente. Ci occupiamo noi di tutto: visite, pratiche. A te basta fare una delega.
Lappartamento? chiese Carlo.
Resta fuori, rispose subito Lucia. Quello è casa tua.
Annui. La parola casa aveva un suono diverso allimprovviso. Era solo quellappartamento? Non anche la casetta? E il box dove aveva insegnato ad Andrea a cambiare una gomma, dove si sentiva utile?
Si alzò, passò alla finestra. Nel cortile sotto avevano acceso le luci. La piazza era la stessa di ventanni prima. Cambiavano solo le auto e i bambini erano tutti col cellulare.
Se non voglio vendere? domandò senza voltarsi.
La cucina si fece ancora più silenziosa. Poi Lucia rispose piano:
È roba tua, papà. Decidi tu. Non possiamo obbligarti. Ma sai ci preoccupiamo. Ti senti più stanco, lo dici sempre.
Sì, vero ammise Carlo. Ma sto ancora abbastanza bene da scegliere cosa fare.
Andrea sospirò:
Papà, non vogliamo litigare. Ma da fuori sembra che tu ti aggrappi alle cose, mentre noi fatichiamo, anche mentalmente. Pensa se dovesse succederti qualcosa. Chi si occuperebbe di tutto? Di portare avanti la casetta, il box, i documenti…
Un piccolo senso di colpa lo punse. Anche lui ci aveva pensato. Se lo trovano improvvisamente malato o peggio, i figli devono solo correre tra anagrafe e notaio, litigare su chi prende cosa. Sarebbe davvero difficile per loro.
Tornò al tavolo, si sedette.
E se cominciò piano. Se la casetta la intestiamo a voi, ma continuo a usarla finché mi va?
Andrea e Lucia si scambiarono uno sguardo. Maria incupì la fronte:
Papà, ma sarebbe comunque un impiccio. Noi non riusciremmo a star dietro a tutto come fai tu. Fra lavoro e figli…
Non chiedo nulla, rispose lui. Solo che mi lasciate andarci. Poi vedrete voi che farne.
Era un compromesso. Così almeno si teneva un po stretto quel posto caro, e loro avevano la sicurezza di avere tutto sistemato per il futuro.
Lucia rifletté.
Può essere, disse però parliamoci chiaro: noi lì non ci andremo mai a vivere. Io e Matteo forse ci trasferiamo a Bologna prossimamente là è tutto più accessibile.
Carlo trattenne un moto di sorpresa. Non ne sapeva nulla. Anche Andrea alzò le sopracciglia.
Non me lavevi detto, sottolineò il fratello.
Stiamo valutando, minimizzò Lucia. Non è questo il punto. È solo che la casetta non è più il nostro futuro.
Carlo fissò quel termine futuro. Per loro il futuro era da unaltra parte: nuove città, progetti, vite. Per lui era rimasto stretto in quei pochi luoghi lappartamento, il garage, la casa in campagna. Piccoli universi dove conosceva tutto.
La discussione continuò a girare su se stessa, tra numeri e ricordi. I figli parlavano di salute, lui di quanto soffrisse stare tutto il giorno con le mani in mano. A un certo punto Andrea, stanco, fu brusco:
Papà, renditi conto che prima o poi non riuscirai più a muoverle quelle pale. Sarà tutto da buttare. Noi potremo venire una volta lanno, vedere solo rovine.
Un colpo di rabbia lo attraversò.
Per te sono rovine? domandò. Ci sei cresciuto là dentro.
Ero bambino, replicò Andrea. Ora ho altro per la testa.
Rimasero sospesi. Lucia provò a stemperare. Ma era tardi. Carlo si accorse che parlavano davvero lingue diverse. Per lui la casetta era stata la vita. Per loro, un caro ricordo, ma niente più.
Si alzò.
Basta, concluse. Ci voglio pensare. Non oggi, non domani. Mi serve tempo.
Papà, tentò Lucia noi abbiamo delle rate da coprire il mese prossimo
Capisco, la fermò lui. Ma capite anche voi. Non è come vendere una credenza.
Non risposero. In silenzio si prepararono per andare. Lucia lo abbracciò appena sulla porta.
Noi non siamo contro la casetta, gli sussurrò. Solo abbiamo paura per te.
Lui annuì senza voce.
Chiusa la porta, la casa si riempì di silenzio. Carlo tornò in cucina, si sedette. Sul tavolo tazze vuote, biscotti avanzati. Le guardò a lungo, sentendosi vuoto e stanco.
Rimase così, al buio, mentre fuori le luci delle finestre piano si accendevano. Poi andò in camera, prese la cartellina dei documenti. Carta didentità, atto di proprietà della casetta, assicurazione del garage. Si perse a guardare la piantina con le aiuole, tracciando con le dita i confini come se fossero veri.
Il giorno dopo si recò al box. Ci voleva del lavoro manuale. Aprì i portoni, fece ordine: buttò pezzi rotti, viti arrugginite, vecchi cavi rimasti lì per ogni evenienza.
Il vicino di box, Giulio, più vecchio di lui, si affacciò:
Tutta sta roba la butti? chiese.
Sto sistemando, rispose Carlo. Cerco di capire di cosa cè ancora bisogno.
Hai ragione, assentì laltro. Io il mio lho venduto. Mio figlio aveva bisogno di soldi per la macchina. Niente più box, ma almeno lui è a posto.
Carlo non replicò. Giulio se ne tornò via, lui rimase tra le sue scatole e i suoi pensieri. Venduto figlio contento. Una semplicità che sapeva di taglio netto.
Prese una chiave inglese lucida per letà. La girò tra le dita, ricordando il figlio bambino che chiedeva papà, fammi provare anche a me. Allora pensava che sarebbero rimasti sempre legati così, tramite box, casetta, auto un linguaggio comune.
Ora quel linguaggio era diventato estraneo ad Andrea.
Quella sera, rivedendo i documenti, chiamò Lucia.
Ho deciso, le disse. Intestiamo la casetta a te e Andrea. A metà. Però per ora non si vende. Io ci vado finché ce la faccio. Poi ne fate quello che volete.
Allaltra parte silenzio.
Papà sei sicuro?
Sì, mentì. Nel profondo, sentiva di amputare una parte di sé. Ma non cerano alternative.
Va bene, rispose Lucia. Vediamoci domani, decidiamo come fare.
Riattaccò, rimase lì. Cera silenzio ma un sollievo strano. Aveva preso una decisione definitiva, che non si poteva più scansare.
Nel giro di una settimana andarono dalla notaia. Fecero latto di donazione. Carlo firmava, la penna che tremava appena. La notaia spiegava tutto con la calma di chi fa mille pratiche al giorno, i figli erano lì che lo ringraziavano.
Grazie, papà, diceva Andrea. È un grande aiuto.
Carlo annuiva, ma sapeva che era anche un aiuto per lui. Così non avrebbe più dovuto pensare a poi. Il poi adesso stava scritto in un atto.
Il box, alla fine, se lo tenne. Per ora. I figli lavrebbero voluto vendere pure quello, ma si era impuntato. Gli serviva, per non stare tutte le ore davanti alla tv. Questo almeno lo capirono.
Dopo, di fatto, la vita non cambiò quasi per niente. Carlo continuava a vivere da solo nellappartamento, a scappare in campagna ogni tanto, stavolta da ospite la casa formalmente era dei figli, ma le chiavi restavano sue.
Quel primo week-end dopo latto ci andò da solo, in una giornata di aprile tiepida. Per strada pensava: Sto andando in una casa che non è più mia. Una casa di altri. Ma quando aprì il cancello arrugginito e sentì il cigolio, ritrovò tutto come sempre.
Entrò, appese il giubbotto sul solito gancio, guardò la camera con il letto e lorsetto dal nastro isolante.
Si sedette vicino alla finestra, il sole sbatteva sul davanzale rivelando la polvere. Passò la mano sul legno, sentendone ogni imperfezione.
Pensò ai figli, alle loro vite indaffarate, ai bollettini da pagare, ai loro progetti lanciati sempre avanti. Pensò a sé stesso, alle stagioni che ormai guidavano le sue giornate: arrivare fino alla prossima primavera, zappare ancora una volta, una sera destate sul terrazzo.
Sapeva che prima o poi quella casa sarebbe stata venduta per davvero. Tra uno o cinque anni, appena gli sarebbe stato impossibile guidare. Non vale la pena tenere una casa vuota, avrebbero detto i figli. E non avrebbero avuto torto.
Ma per ora la casa resisteva. Il tetto teneva, le pale erano in capanno, lorto già buttava fuori le prime piantine. Carlo poteva ancora camminare sul prato, raccogliere una zolla umida.
Uscì, fece il giro della proprietà. Dal vicino qualcuno seminava, più in là una donna stendeva delle lenzuola a una corda. La campagna continuava a vivere, come sempre.
Si rese conto che la sua paura era unaltra, non solo la casa o il box. Aveva paura di diventare superfluo. Per nessuno: né per i figli, né per sé stesso. Quei posti erano la prova che serviva ancora a qualcosa, che aveva ancora la forza di costruire, sistemare, aggiustare.
Ora quella prova era diventata fragile. I documenti dicevano una cosa, la sua abitudine unaltra. Ma, seduto sul terrazzo, aveva capito che era soprattutto una questione di memoria, non di carte notarili.
Estrasse il termos, si versò il tè in una tazza di latta. Un sorso amaro, ma neanche tanto come la sera in cucina. La scelta era fatta, il prezzo pagato. Aveva dato ai figli una parte di ciò che sentiva suo, ma in cambio aveva ottenuto qualcosaltro: il diritto di sentirsi ancora a casa, se non per legge, almeno nel cuore.
Guardò la porta, la serratura, la chiave consumata. Prima o poi quella chiave sarebbe passata a Andrea, a Lucia, a qualche sconosciuto che lavrebbe comprata. Avrebbe girato la chiave senza sapere cosa rappresentava quel gesto.
Questo pensiero lo rattristò, ma lo rese anche sereno. Le cose cambiano, tutto passa di mano in mano, pensò. Limportante è vivere fino in fondo i propri posti.
Finì il tè, si alzò deciso. Andò al capanno, prese la vanga. Almeno una zolla bisognava girarla, per sé stesso, non per chi sarebbe venuto poi.
Affondò la vanga nella terra, spinse. Il primo pezzo di terra nera si rivoltò. Inspirò quellodore di vita.
Era un lavoro lento, la schiena dolente, le mani stanche. Ma ogni volta che affondava la vanga, sentiva che una parte delle sue paure usciva fuori con la terra.
Al tramonto si sedette sul portico, si asciugò la fronte. Nellorto le zolle in fila, il cielo appena rosato. Un uccello gridò nelle vigne.
Guardò la casa, le sue orme, la vanga appoggiata al muro. Non sapeva cosa ci fosse dopo, lanno prossimo, tra cinque anni. Ma sapeva che, lì, seduto nella sua terra, era ancora al posto giusto.
Si alzò, spense la luce, chiuse le porte. Sulla soglia si fermò, ascoltando il silenzio della campagna. Poi girò la chiave, il ferro fece clic.
Carlo si infilò la chiave in tasca e tornò lentamente alla macchina, camminando sul sentiero stretto, facendo attenzione a non calpestare la terra appena smossa.






