La chiave in mano
La pioggia batteva contro i vetri dellappartamento con monotonia, come le note stanche di una vecchia fisarmonica in una piazza vuota. Michele sedeva sul bordo del letto sfondato, le spalle curve, quasi desiderando rimpicciolirsi per svanire dentro la penombra della stanza.
Le sue mani, un tempo grandi e forti, abituate agli ingranaggi rumorosi delle officine di Torino, ora giacevano pesanti e inutili sulle ginocchia. Le dita si agitavano a vuoto, tentando invano di afferrare lombra stessa del passato. Non guardava una parete, ma una cartina sbiadita di percorsi senza speranza: dalla farmacia comunale al centro diagnostico privato. Lo sguardo era pallido, sgranato come una pellicola anni Settanta proiettata su un lenzuolo stropicciato.
Di nuovo un medico, un altro, con il suo Ma cosa pretende, alla sua età…. Non provava rabbia, ormai: la rabbia richiede energia, e da quella energia era rimasta solo una stanchezza cruda.
Il dolore alla schiena era più di un dolore; era come lumidità allinterno delle vecchie case liguri, sempre presente, che si infila tra i pensieri e tinge dombra ogni gesto, ogni intenzione, coprendo tutto col suo brusio acquoso.
Aveva seguito ogni prescrizione: ingoiato pillole, massaggiato unguenti puzzolenti, si era disteso su lettini gelidi dei centri fisioterapici, come un meccanismo smontato abbandonato sotto la pioggia.
E in tutto questo, Michele aspettava. Mansueto, quasi devoto, attendeva il salvagente che qualcuno lo Stato, un medico geniale, un luminare universitario prima o poi avrebbe lanciato dentro le acque stagnanti dove sprofondava a occhi aperti.
Osservava lorizzonte della sua vita, ma fuori dal vetro si divideva solo in coltri di pioggia torbida su via Garibaldi. La sua volontà, che un tempo aveva aggiustato ogni cosa, in officina e in casa, ora era ridotta a una sola funzione: sopportare, e sperare in un miracolo calato dallalto.
La famiglia Una volta cera, poi è dissolta in fretta, come zucchero nel caffè. In un battito di ciglia. Prima era partita la figlia, Elisa, così sveglia, verso una Milano di promesse e sogni doro. Mai si era opposto; per sua figlia, desiderava davvero altro. Papà, appena trovo il mio posto ti aiuterò, te lo prometto, diceva al telefono, ma ormai neppure questo aveva importanza.
Poi era andata via anche sua moglie. Non al supermercato, ma nel senso che non torni più. Rosaria era bruciata in fretta un tumore feroce, scoperto tardi. Michele era rimasto, oltreché col dolore alla schiena, con un rimorso silenzioso: lui era ancora vivo, mezzo in piedi, mezzo sdraiato.
Lei, il suo sostegno, la sua energia, la sua Rosaria, si era consumata in tre mesi soli. Laveva assistita come poteva, fino allultimo. Fino a che il suo respiro non era diventato un rantolo e nei suoi occhi era apparso quello strano riflesso fuggente. Lultima cosa che lei aveva sussurrato, stringendogli la mano in ospedale: Resisti, Michè…. Lui non aveva resistito. Si era spezzato per davvero.
Elisa telefonava, insisteva per trasferirlo da lei e dai suoi coinquilini a Milano, ma Michele non aveva alcuna intenzione di essere un peso in una casa estranea, e la figlia non avrebbe mai fatto ritorno in paese.
Ormai lo veniva a trovare solo la sorella minore di Rosaria, Anna. Ogni giovedì, puntuale, portava minestrone in una vecchia pentola, un po di pasta, polpette e una scatola nuova di antidolorifici.
Come va, Michè? chiedeva togliendosi il cappotto bagnato. Lui rispondeva con un cenno: Tutto a posto. Rimanevano in silenzio, mentre Anna metteva in ordine la stanza come se sistemare gli oggetti potesse risistemare la sua vita. Poi usciva, lasciando nellaria una scia di profumo e quel senso sottile di dovere assolto.
Lui era grato. Ma la sua solitudine era una cella fatta non solo di corpi assenti, ma anche dincapacità, di un dolore opaco, e una rabbia sorda contro un mondo ingiusto.
Una sera, più grigia delle altre, lo sguardo di Michele incappò su una chiave caduta sul tappeto. Doveva esser scivolata quando, esausto, era rientrato dallambulatorio.
Solo una chiave. Niente di che. Ma la fissava come fosse loggetto di un mistero, non una semplice chiave. Accovacciata, silenziosa. In attesa.
Risvegliò il ricordo del nonno. Improvviso, come una lampadina che si accende nella cantina della memoria. Il nonno, Giancarlo, sedeva su uno sgabello, il braccio mancante infilato in cintura, e riusciva a legarsi le scarpe con una sola mano e una forchetta storta. Ogni gesto un rito, ogni successo un soffio di vittoria.
Vedi, Michelino, diceva, orgoglioso e complice, gli attrezzi son sempre qui vicino. Basta riconoscerli anche se sembrano solo ferri vecchi. Limportante è vedere nel ferro un alleato.
Da ragazzino, Michele pensava fossero favole da vecchio, una specie di filastrocca per consolare. Il nonno era un eroe; lui no. Lui aveva solo la sua guerra senza gloria contro la schiena e la polvere della casa vuota.
Ora, guardando la chiave, la scena bruciava come unamara lezione. Il nonno non aspettava aiuti. Prendeva quello che cera: vinceva non tanto la malattia o la perdita, ma la sensazione di impotenza.
Cosaveva preso per sé, Michele? Solo attese, amare e silenziose, messe in fila davanti alluscio della propria misericordia. E questa consapevolezza ribolliva.
Quel pezzo di metallo, la chiave dimenticata, divenne dun tratto un imperativo muto. Si alzò gemendo, vergognandosi del proprio suono persino davanti ai muri.
Mosso a fatica, fece due passi strascicati, articolazioni che scricchiolavano come ghiaccio sotto il peso. Raccolse la chiave. Provò a raddrizzarsi, ma il solito coltello di dolore lo colpì alla schiena. Rimise i denti stretti, aspettando che la marea calasse. Ma invece di arrendersi, ancorato alla sua attesa, si avvicinò piano alla parete.
Senza pensarci, solo seguendo una strana urgenza, si voltò e puntò il lato smussato della chiave contro lintonaco, proprio dove pulsava il dolore. Lentamente, con tutto il suo peso, iniziò a premere.
Non cera la pretesa di un massaggio, né una terapia. Era una pressione nuda: pesante, sfacciata, una lotta tra dolore e dolore, realtà contro realtà.
Trovò un punto dove, come per magia, la tensione si scioglieva, anche solo dun soffio. Spostò la chiave un poco più su, poi più giù. Di nuovo. E ancora.
Ogni movimento era lento, attento, una riscoperta del proprio corpo. Non era medicina. Erano negoziazioni, e il mediatore era una vecchia chiave arrugginita.
Una cosa assurda. Eppure, la sera dopo, quando la schiena tornò a urlare, Michele ripeté il gesto. E ancora. Individuava luoghi dove la pressione non dava dolore bensì sollievo, come se allentasse un vecchio catenaccio arrugginito dentro di sé.
Poi prese ad appoggiarsi agli stipiti delle porte per stirarsi delicatamente. Un bicchiere dacqua sul comodino gli ricordò che anche bere era importante. Solo acqua, gratis.
Michele smise di aspettare a mani in mano. Usava ciò che aveva: chiave, stipite, il pavimento del corridoio per allungarsi, la sua determinazione rinata. Iniziò a tenere un quaderno non sui dolori, ma sulle vittorie della chiave: Oggi ho retto davanti ai fornelli cinque minuti di più.
Poi allineò tre barattoli vuoti di pomodori pelati sul davanzale. Li riempì con terra presa nel giardino sotto casa. Sistemò in ognuno qualche cipollotto. Non era davvero un orto, ma tre scatole di vita di cui ora si sentiva responsabile.
Dopo un mese, alla visita di controllo, il dottore alzò le sopracciglia davanti alle nuove radiografie.
Qualcosa è cambiato… Ha seguito la terapia?
Sì, rispose Michele semplicemente, con quello che avevo in casa.
Non disse mai nulla della chiave. Il medico non avrebbe capito. Ma Michele sì, sapeva: la salvezza non era arrivata su una nave. Era rimasta lì ai suoi piedi, mentre lui fissava il muro sperando che qualcuno accendesse la luce per lui.
Un mercoledì, al suono del campanello, Anna si fermò sorpresa sulla soglia. Sul davanzale, i barattoli ostentavano cipollotti verdi e robusti. Laria non sapeva più solo di medicinali o stanchezza, ma di qualcosa di nuovo, quasi di primavera.
Ma che cosè tutto questo? bisbigliò fissandolo, mentre lui, in piedi e sicuro vicino alla finestra, annaffiava con cura dal suo vecchio mug.
Orto rispose. Dopo una pausa, aggiunse: Se vuoi ti do dei cipollotti per il minestrone. Son miei, freschi.
Quella sera Anna rimase più del solito. Bevettero insieme il tè e, per una volta, senza parlare di malanni, lui raccontò della scala che ora affrontava ogni giorno, un pianerottolo in più, ogni mattina.
La salvezza non aveva il volto del dottor Balanzone con un elisir magico. Era una chiave, uno stipite, un barattolo vuoto, una banale scala.
Non aveva cancellato il dolore, la perdita, o la vecchiaia. Solo consegnato nelle sue mani strumenti di battaglia non per vincere la guerra, ma per combattere i suoi piccoli duelli quotidiani.
E scoprì così che, quando smetti di aspettare la scala doro dal cielo e ti accorgi di quella di pietra sotto ai piedi, la salita stessa lenta e appoggiata è già la vita. Un passo, poi un altro. Sempre verso lalto.
E sul davanzale, in tre barattoli, cresceva il cipollotto più tenero dItalia. Quel piccolo orto era ora il più straordinario di tutti.






